Salute 30 aprile 2018

Nutrigenomica ed epigenetica: quanto l’ambiente influenza il nostro DNA? L’intervista a Giuseppe Di Fede, specialista in nutrizione

«L’aria, l’inquinamento, il cibo e persino le emozioni, influenzano il nostro profilo genico rendendoci più o meno predisposti a determinate patologie. Lo studio di questi fattori rende possibile una prevenzione efficace» così il Direttore Sanitario dell’IMBIO (Istituto Medicina Biologica)

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Il profilo genetico di ogni individuo definisce le sue caratteristiche peculiari ed è determinato dal DNA. Il DNA è diverso in ogni individuo (a parte i gemelli monozigoti) ed è assolutamente immodificabile. Sebbene il disegno genetico sia immodificabile, l’ambiente circostante, il cibo che assumiamo, l’aria che respiriamo, persino le emozioni che proviamo, possono influenzare l’assetto genico rendendolo più predisposto a sviluppare determinate patologie. A studiare il patrimonio genetico e la sua ‘variabilità’ sono l’epigenetica e la nutrigenomica, due scienze su cui fa chiarezza il Professor Giuseppe di Fede, medico chirurgo specialista in nutrizione e nutrigenomica all’Università di Pavia e all’Università del Sacro Cuore di Roma.

Professore, nutrigenomica ed epigenetica: di cosa parliamo?

«Si tratta di due aspetti della stessa medaglia: l’epigenetica è l’ambiente che ci circonda e quindi tutto quello che comprende l’effetto dei farmaci, virus, inquinamento ambientale e anche emozioni, perché no, che fanno parte della quotidianità di ogni essere umano e che, inevitabilmente, influenzano l’attività del genoma. Il nostro DNA è costantemente bombardato da stimoli positivi e negativi che arrivano proprio dall’epigenetica. Quando prendiamo un virus o mangiamo un cibo, oppure abbiamo un’interazione con un farmaco in generale, il nostro genoma, cioè il DNA, si attiva sotto stimolo epigenetico. Per fare un esempio molto chiaro, nella celiachia (che è una predisposizione all’intolleranza al glutine di tipo genetico), l’epigenetica è proprio rappresentata dal glutine stesso: se elimino quest’ultimo, l’effetto epigenetico, l’effetto sul DNA, si annulla».

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Queste due discipline possono essere utilizzate come approccio per la cura e la terapia di allergie e intolleranze?

«Assolutamente sì, ora la genomica ha fatto passi da gigante, possiamo scoprire ed anticipare una probabile celiachia, un’intolleranza al lattosio oppure ad altri alimenti. Queste tendenze possono essere controllate con un semplice prelievo di sangue: per esempio lo stimolo infiammatorio sui granulociti neutrofili può essere studiato con un prelievo di sangue e se i granulociti neutrofili reagiscono dopo essere stati messi in contatto con estratti alimentari, allora vuol dire che influenzano l’espressione genetica e da qui potranno svilupparsi infiammazioni e allergie».

Pochi giorni fa si è tenuto un importante convegno a Roma sulla biotipologia. Quale è stato l’argomento e quali gli obiettivi che si son voluti perseguire?

«Questo nuovo convegno, organizzato a Roma presso l’Hotel Excel Montemario, ha rappresentato un ulteriore passo avanti: ha portato luce sulla predisposizione di alcuni individui, indipendentemente dal profilo genomico, verso diverse patologie. In effetti abbiamo fatto luce su caratteristiche della forma del corpo, su attività di alcuni organi, sistemi di ghiandole che, per ognuno di noi può rappresentare una determinata predisposizione a patologie eventuali. Nel corso dell’incontro abbiamo sviscerato inoltre tutte le possibilità di prevenzione per varie patologie in aumento, e non per ultime le malattie autoimmuni che stanno crescendo come quelle oncologiche, infatti l’età media sia per l’una che per l’altra si sta abbassando. Se prima alcune patologie colpivano solo uomini e donne over 60-70, oggi purtroppo ci si può ammalare di cancro anche a 30-35 anni».

Una prevenzione che si basa sulla predisposizione quindi?

«Esattamente, una prevenzione per le malattie di qualsiasi tipo: dalle allergie all’autoimmunità fino ai tumori e all’invecchiamento. Questa biotipologia che abbiamo rivalutato nel tempo ci sta aiutando a capire quali soggetti tendono a sviluppare alcune malattie anche in età giovane; quindi la biotipologia di un bambino o di un adulto giovane ci può assolutamente condurre ad una diagnosi precoce e quindi anche ad una buona prevenzione».

Professore ci sono delle indagini specifiche per capire se si è predisposti a determinate patologie?

«La nuova frontiera della biochimica oramai ci ha portato a sviluppare dei metodi di analisi per valutare lo stato di salute del DNA. Queste analisi permettono di capire per esempio se il DNA è ossidato o se protetto dai radicali liberi, se abbiamo predisposizione ad avere le difese immunitarie molto basse e quindi se siamo tendenti allo stress ossidativo; tutto questo possiamo farlo attraverso misurazioni salivari. La saliva rappresenta il plasma, quindi attraverso questa possiamo misurare ormoni, enzimi e anticorpi, qualsiasi cosa, per trarre buone conclusioni. Quindi prelievi non invasivi che possiamo fare in qualsiasi momento della nostra vita ci possono aiutare a capire lo stato di salute e l’operatività del nostro organismo per poter combattere l’invecchiamento e anche qualche patologia».

 

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