Salute 13 Ottobre 2022 09:52

Lotta alle droghe, Bellucci (Fdi): «Subito sistema integrato di servizi»

La deputata di Fratelli d’Italia Maria Teresa Bellucci contesta la scelta della ministra Fabiana Dadone di portare il nuovo PAND in conferenza unificata. E chiede un immediato aggiornamento del Testo unico delle sostanze stupefacenti. Promosso il bonus psicologico, ma solo come primo passo

di Francesco Torre
Lotta alle droghe, Bellucci (Fdi): «Subito sistema integrato di servizi»

Riformare il Testo unico delle sostanze stupefacenti, vecchio di 30 anni, per mettere al passo la normativa all’evoluzione del mondo delle dipendenze. E mettere in primo piano gli strumenti di recupero del tossicodipendente. Sono queste le priorità di Maria Teresa Bellucci, deputata di Fratelli d’Italia riconfermata alle ultime elezioni del 25 settembre, e responsabile del dipartimento dipendenze di Fratelli d’Italia. La deputata ha criticato la scelta della ministra delle Politiche giovanili Fabiana Dadone che ha voluto presentare il nuovo Piano di Azione Nazionale dipendenze (Pand) 2022-2025 alla Conferenza unificata dei servizi del 12 ottobre. Una iniziativa impropria, secondo Bellucci, che contesta nel merito il nuovo PAND. «Abbiamo visto una certa frettolosità nella stesura del Piano e non c’è stata una sintesi delle migliori esperienze: anzi all’interno sono state inserite idee come quelle delle stanze del consumo marginalizzando strumenti di cura, trattamento, recupero e reinserimento lavorativo». Bellucci poi promuove il bonus psicologo anche se sottolinea che sulla salute mentale bisognerà fare molto di più rispetto al passato: «In Italia troppi pochi psicologi rispetto alla media europea».

Onorevole, XIX Legislatura è ai nastri di partenza. Cosa si aspetta?

«Abbiamo un carico di responsabilità sulle spalle, è una stagione difficile sia a livello nazionale che internazionale. Il Covid ha sconvolto la vita di tutti negli ultimi anni e ora abbiamo il conflitto bellico in Ucraina. È una stagione a cui tutti dobbiamo rispondere con un ampio e forte senso di responsabilità».

Lei è la responsabile del Dipartimento Dipendenze di Fratelli d’Italia. È un dover dello Stato recuperare i tossicodipendenti. Come farlo?

«Da sempre abbiamo dato attenzione a questo tema che è quello della diffusione delle dipendenze patologiche in Italia. Quando parliamo di droga dobbiamo parlare di dipendenze patologiche che vanno dall’utilizzo delle sostanze a quelle comportamentali. Penso anche ai social network, a internet, alle dipendenze da gioco d’azzardo. Si uniscono spesso all’utilizzo di sostanze stupefacenti e di alcol. Oggi c’è la più che mai la necessità che lo Stato metta al centro questa problematica. Il nostro approccio è il recupero pieno della persona. Per fare questo c’è bisogno di un sistema di servizi integrato che va dalla prevenzione che si attua all’interno delle istituzioni scolastiche e che aiuta a comprendere e capire meglio questo fenomeno e che va verso un sistema di cura, di inserimento lavorativo. Tutto il sistema dei servizi deve avere l’obiettivo di restituire le persone alla vita. È possibile uscire fuori da una dipendenza patologica. Ci sono tanti esempi di successo in questo senso, sia nel servizio pubblico che nelle comunità terapeutiche».

Le comunità di recupero chiedono da tempo di cambiare la legge 309 del 1990…

«Io sono firmataria di due proposte di legge di riforma della legge 390 del 1990 che è il testo unico delle sostanze stupefacenti: contiene una parte molto delicata che riguarda l’organizzazione dei servizi. Questa legge degli anni ‘90 rispondeva al fenomeno della tossicodipendenza di quegli anni. Ora sono passati 30 anni e c’è bisogno di una riforma che riguarda proprio il sistema dei servizi con un’articolazione diversa in maniera tale che si possa offrire il giusto aiuto a tutte le diverse forme di dipendenza patologica. In questi anni i SerD, i servizi per le dipendenze, hanno visto da una parte l’aumento delle dipendenze di cui occuparsi ma senza una maggiore allocazione di risorse umane ed economiche. C’è bisogno di riformare la legge per dare maggiore attenzione a quella che oggi è la problematica delle dipendenze patologiche. Nella XVIII legislatura ho chiesto di poter riformare l’organizzazione dei servizi accogliendo la richiesta di aiuto delle comunità terapeutica e potenziando il servizio pubblico».

Dunque, si riparte da questi di disegni di legge. Ma nel frattempo la ministra Fabiano Dadone ha presentato il nuovo Pand, Piano di Azione Nazionale delle dipendenze. Secondo lei, però, sarebbe opportuno che se ne occupi il nuovo governo. Perché non le piace?

«Il Piano era atteso da oltre dieci anni. Ma bisognava andare a costruire un piano raccogliendo effettivamente quelle che sono le esigenze del servizio pubblico e delle comunità terapeutiche, su quegli aspetti che sono condivisibili e necessari. Ritengo che sia stato grave aver inserito nel piano degli aspetti divisivi come modalità di approccio alle dipendenze patologiche molto discusse. Il Piano deriva da una conferenza sulle dipendenze patologiche che ha visto lavorare gli esperti solo per due mesi. Mi sembra che la ministra Dadone si sia voluta sbrigare solo per realizzare la Conferenza nazionale a Genova sulle dipendenze patologiche senza un lungo lavoro di preparazione. In passato i lavori si declinavano per almeno un anno. Contava più il lavoro preparatorio che l’esposizione finale. Abbiamo visto invece una certa frettolosità e non c’è stata una sintesi delle migliori esperienze: anzi all’interno sono state inserite idee come quelle delle stanze del consumo».

Perché non vi piace la politica della riduzione del danno?

«Credo che la riduzione del danno come approccio di intervento alle dipendenze patologiche sia utile, ma dipende qual è il fine ultimo. Se la riduzione del danno è il mezzo attraverso il quale poter entrare in contatto con una persona con dipendenza patologica per poi accompagnarlo verso un percorso che lo porti alla libertà dalle dipendenze, allora ha senso. Ma nel piano c’è scritto che l’intenzione è quella di valorizzare gli strumenti di riduzione del danno come la stanza del consumo e dall’altro marginalizzare strumenti di cura, trattamento e recupero e di reinserimento lavorativo. In questo modo non si potranno porre in essere quelle politiche di lotta alle dipendenze patologiche che hanno come fine ultimo quello di rendere le persone libere da ogni dipendenza patologica. Drogarsi non è una scelta libera perché in questo ambito non c’è nulla di libero: chi usa droghe è schiavo, ha le catene. Oggi si può uscire dalle dipendenze e dalla droga. Drogarsi fa male, chi si droga ha un problema, una malattia e come tale deve essere aiutato a curarsi e avere un sistema di servizi che lo aiuti nel percorso di recupero. Dobbiamo dare dei messaggi educativi giusti, dobbiamo dire no alla cultura dello sballo».

Parliamo di salute mentale, pochi giorni fa si è celebrata la Giornata mondiale. Pensa che in Italia si faccia abbastanza? Che ne pensa del Bonus psicologo?

«È un primo passo, manifesta l’attenzione che le istituzioni hanno voluto dare su una materia dimenticata negli ultimi anni. Oggi è soltanto per ricchi, per persone abbienti prendersi cura della propria salute mentale e del benessere psicologico. È un passo importante per rimettere al centro dell’agenda politica una priorità che è quella della cura del proprio stato psicologico. Tuttavia, non è sufficiente. Abbiamo bisogno di una Italia che renda accessibile nel pubblico e nel privato la cura della salute mentale. Oggi non è così: siamo gli ultimi in Europa per numero di psicologi, abbiamo uno psicologo ogni 12mila abitanti, a fronte di una media europea di uno psicologo ogni 5mila abitanti. Va riformato il sistema sanitario nazionale. Mi spiace vedere che nel PNRR, laddove è stata pensata una riforma del Sistema sanitario, i dipartimenti di Salute mentale e di Neuropsichiatria infantile non sono stati pensati come essenziali ma soltanto raccomandati».

 

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