Salute 17 Maggio 2022 10:45

La vulvodinia, grazie a Giorgia Soleri, non è più un tabù. Sintomi, cause e cura

La patologia di cui soffre la fidanzata del cantante dei Maneskin è caratterizzata da un dolore o da un bruciore vulvare persistente della durata di almeno tre mesi, che si manifesta in assenza di una chiara causa identificabile

La vulvodinia, grazie a Giorgia Soleri, non è più un tabù. Sintomi, cause e cura

Da quando Damiano David, cantante dei Maneskin, ha accompagnato la fidanzata, Giorgia Soleri, influencer affetta da vulvodinia alla Camera, per presentare una proposta di legge per il riconoscimento della malattia e la sua inclusione nei LEA, l’interesse nei confronti di questa patologia è cambiato. E, quella che fino a pochi mesi fa era una malattia semi sconosciuta ma che colpisce circa il dieci percento della popolazione femminile, è diventata una malattia da indagare, conoscere e capire.

Soprattutto da capire sono le pazienti, che spesso tacciono il loro dolore per molto tempo pur essendo costrette a convivere con una patologia tanto fastidiosa e dolorosa da impedire loro di avere una vita di coppia, sociale e, nei casi più gravi, lavorativa. Ne parliamo con Veronica Boero, ginecologa al Policlinico di Milano, da 15 anni impegnata nella diagnosi e nella cura della vulvodinia.

Dottoressa cerchiamo di fare l’identikit della vulvodinia… di cosa si tratta?

«È una malattia che le tre società scientifiche internazionali dedicate allo studio del dolore pelvico cronico (IPPS), delle patologie vulvovaginali (ISSVD) e della salute sessuale della donna (ISSWSH) hanno definito nel 2015 come una sindrome caratterizzata da un dolore o da un bruciore persistente della durata di più di tre mesi, in assenza di una chiara causa identificabile. Senza che siano presenti altre malattie che causano dolore e bruciore alla vulva, come infezioni, traumi, tumori, malattie pretumorali. Spesso è associata ad altri fattori: genetici, ormonali, neurologici e psicosociali».

Una malattia che si diagnostica per esclusione in pratica…

«Esattamente! Infatti, la vulvodinia è una malattia complessa e la diagnosi deve essere effettuata da medici specialisti in questo ambito. Per molti, fino a pochi anni fa, la vulvodinia era considerata come un dolore di natura prettamente psicologica; oggi, invece, si è visto che non è così».

Si può annoverare tra le malattie autoimmuni?

«Sicuramente no, anche se ad oggi non si è ancora raggiunto un consenso unanime sull’eziologia della vulvodinia. Esistono diverse ipotesi eziopatogenetiche. Secondo una delle più accreditate, questa patologia sarebbe dovuta alla persistenza di stimoli chimici e meccanici a livello vulvare, quali infezioni, infiammazioni, fattori ormonali e traumi, che con il tempo determinano una trasmissione del dolore alterata al cervello. Questo genera un circolo vizioso che porta ad una amplificazione del segnale dolorifico e all’instaurarsi di fenomeni che comportano un’alterata percezione dello stimolo tattile o pressorio, che viene avvertito come doloroso. Nella percezione dello stimolo doloroso giocano un ruolo anche le aree cerebrali deputate all’elaborazione del vissuto emozionale della paziente»

Quali sono i sintomi?

«Il sintomo principale è il dolore vulvare che si manifesta in modo estremamente variabile da paziente a paziente. Viene descritto talvolta come trafittivo o con caratteristiche simili ad una scossa o ad una puntura di spilli, in altri casi può manifestarsi come bruciore o prurito. Il dolore può essere spontaneo o provocato dal tatto e/o dalla pressione e può essere generalizzato a tutta la vulva o localizzato ad una singola zona vulvare quale il vestibolo, prendendo quindi il nome di vestibolodinia, o il clitoride, prendendo il nome di clitoridodinia».

Quante donne colpisce in Italia?

«Interessa in particolare donne tra i 20 e i 40 anni. La maggior parte degli studi riporta una prevalenza nella popolazione femminile che si aggira dall’8-9 percento al 12-16%, come riportato nella proposta di legge. Purtroppo, la difficoltà nel fare diagnosi di vulvodinia, legata alle scarse conoscenze sulla sua eziopatogenesi e all’adozione da parte dei clinici di una non unanime definizione di vulvodinia, si riflette in una eterogeneità di dati riguardanti l’epidemiologia».

Come si cura la vulvodinia?

«Dal momento che l’eziopatogenesi è multifattoriale e ancora non del tutto chiarita, l’approccio deve essere multidisciplinare, in modo tale da abbracciare tutte le varie ipotesi. Innanzitutto, si curano eventuali infezioni sottostanti, poi si consiglia la riabilitazione del pavimento pelvico, la psicoterapia ed il sostegno sessuologico, integratori, probiotici e farmaci che agiscono sulle vie del dolore. La terapia segue differenti step».

Che probabilità ci sono di guarigione?

«Alcuni studi, che hanno analizzato la traiettoria della malattia nel tempo, hanno notato una riduzione della sintomatologia e una guarigione in buona parte dei casi in un arco di tempo che varia dai due ai sette anni, indipendentemente dal tipo di terapia effettuato».

A chi si deve rivolgere una paziente affetta da vulvodinia?

«Il medico di riferimento è sempre il ginecologo, ma ci sono centri specializzati, come il Policlinico di Milano, che offrono un approccio multidisciplinare. Da quindici anni prendiamo in carico le pazienti affette seguendole nei nostri ambulatori del sistema sanitario nazionale. Offriamo il nostro approccio multidisciplinare in media a 200 donne l’anno. Un traguardo che contiamo di superare nei prossimi mesi con l’ampliamento della struttura».

Un obiettivo che con la nuova legge che riconosce la vulvodinia nei LEA sarà possibile raggiungere più facilmente…

«Questa legge avrà molte ricadute positive per la diagnosi e la cura della vulvodinia. Oltre a riconoscerla come patologia cronica ed invalidante, con conseguente diritto tra l’altro all’esenzione del ticket per le relative prestazioni sanitarie, permetterà di istituire un fondo nazionale specifico e un registro nazionale per la raccolta dei dati, promuoverà la formazione medica specifica e sosterrà i finanziamenti per la ricerca».

 

 

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