Salute 9 Agosto 2016 10:25

Costanzo (INMP): «Migranti e salute, sfide difficili e sempre nuove per i medici del progetto CARE»

L’Istituto Nazionale Salute, Migrazioni e Povertà è capofila del progetto a cui lavorano cinque stati europei. Il coordinatore Gianfranco Costanzo: «Accogliamo e curiamo le popolazioni migranti negli “Hotspot” in Italia e in Grecia. Formazione ad hoc per il nostro personale sanitario, chiamato ad affrontare sfide difficili e sempre diverse»

Una tessera sanitaria per migranti. A questo sta lavorando l’INMP (Istituto Nazionale Salute, Migrazioni e Povertà), eccellenza italiana per quel che riguarda l’assistenza sanitaria degli immigrati e delle persone in difficoltà economiche e sociali. Partito alcuni mesi fa, il “progetto CARE” (Common Approach for REfugees and other migrants’ healt), di cui l’istituto è coordinatore, ha lo scopo di promuovere e sostenere la salute dei migranti e della popolazione negli Stati Membri a forte pressione migratoria, e lo fa attraverso strumenti all’avanguardia e personale sanitario altamente formato per affrontare al meglio le difficili e sempre diverse situazioni a cui si deve far fronte in un’emergenza come quella migratoria. Il progetto è co-finanziato dall’Agenzia CHAFEA della Commissione Europea (Consumers, Health, Agriculture and Food Executive Agency) nell’ambito del Terzo Programma Quadro ed è condotto da un partenariato composto, oltre che dall’INMP, da altri 15 enti pubblici e privati dei Paesi Membri partecipanti (Italia, Grecia, Malta, Slovenia e Croazia). Ne abbiamo parlato con Gianfranco Costanzo, direttore Unità operativa gestione progetti dell’INMP e coordinatore del “Progetto CARE”.

«Il “Progetto CARE”, sviluppato a livello europeo, si occupa di fornire la miglior risposta in termini di salute ai migranti che giungono sulle coste del nostro continente. Il migrante viene assistito nei due hotspot in Italia, ovvero Lampedusa e Trapani Milo, e nei due in Grecia, sull’isola di Kos e sull’isola di Eros, attraverso la presenza di gruppi multidisciplinari formati da medici, psicologi, dermatologi e anche infettivologi e strumenti creati ad hoc. Di estrema utilità risulta essere la scheda sanitaria digitale che permette al migrante di essere curato anche da un altro medico quando lascia l’hotspot, ottenendo così quella continuità sanitaria a cui spesso non accede».

Quanto è importante raccogliere informazioni per fare una mappatura delle varie esigenze sanitarie che presentano questi immigranti per poter dare un servizio migliore?

«Noi partiamo dal concetto di medicina di comunità, dove la salute del singolo è importante non solo per se stesso ma lo è anche per la comunità che lo accoglie. Sappiamo che molte delle persone che arrivano negli hotspot, quindi nei nostri centri di accoglienza, poi entreranno nel territorio nazionale perché sono richiedenti asilo e quindi vedranno riconosciuto un diritto sia in Italia sia in altri Paesi. Per questo ci dobbiamo assolutamente assicurare che queste persone siano in buona salute. Noi rispondiamo tecnicamente, al momento, dentro queste strutture, ma riteniamo che la salute dei singoli debba essere monitorata e tenuta sotto controllo anche al di fuori di queste strutture. Il motivo per cui abbiamo pensato di strutturare una raccolta di dati sanitari che possa seguire la persona, e di questo strumento in particolar modo se ne sta occupando direttamente la Croce rossa italiana e il Ministero della salute, è quello di erogare adeguate prestazioni sanitarie ai migranti, perché provenendo appunto da altri Paesi, possono avere esigenze diverse dalle nostre».

Il personale sanitario che opera in queste zone ha bisogno di una formazione particolare, corsi di aggiornamento specifici?

«Sì, i nostri team multidisciplinari hanno da poco fruito di una formazione erogata proprio nell’ambito del “Progetto CARE”, sia su tematiche trasversali come la comunicazione efficace, la transculturalità o la medicina alle migrazioni, sia su alcuni argomenti verticali come le problematiche emergenti della dermatologia su cute scura, le malattie infettive maggiormente diffuse all’interno di comunità ristrette, così come sull’uso di strumenti che stiamo elaborando per la determinazione dell’età anagrafica di minori non accompagnati, strumenti alternativi alla radiografia del polso che è stata estensivamente utilizzata fino ad oggi ma è assolutamente poco accurata».

 

 

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