Salute 4 Gennaio 2021 11:09

Il contraccolpo indiretto del Covid sul SSN e sulle altre patologie

La sanità oltre il Covid-19: ridotti del 50% gli interventi cardiologici, crollo negli screening, visite specialistiche con picchi del -70%, aumento della natimortalità

di Peter D'Angelo
Il contraccolpo indiretto del Covid sul SSN e sulle altre patologie

Durante il picco dei contagi 1 ricoverato su 2 era dovuto a Covid-19. Il contraccolpo sulle prestazioni sanitarie è stato immediato e duraturo, sia nella prima che nella seconda ondata. Per comprendere l’effettiva ripercussione della pandemia sulla salute pubblica è necessario mappare le patologie più delicate e le prestazione tempo-dipendenti per le quali non c’è stata possibilità di intervento. Per capire quali siano state, e sono tutt’ora, le criticità del nostro Servizio Sanitario, Sanità Informazione ha intervistato da nord a sud d’Italia primari, direttori scientifici e presidenti di società rappresentative di cardiologia interventistica, oncologia, radiologia, neuroriabilitazione e neonatologia.

Cardiologia interventistica, crollo del 50% ad ottobre

Gli ospedali italiani sono stati oggetto di una radicale e profonda ristrutturazione in un breve lasso di tempo. Questo ha portato necessariamente a ridurre o addirittura a sospendere prestazioni di varia natura. «A metà ottobre c’è stata una ripresa delle attività cardiologico-interventistiche comunque sotto il 50% rispetto al periodo di pre-lockdown – ci racconta Giuseppe Tarantini, presidente della Sici-Gise (Gruppo Italiano di Studi Emodinamici – Società italiana di Cardiologia e Interventistica) e direttore della UOSD Cardiologia Interventistica dell’Università di Padova -. Anche sul fronte delle angioplastiche nei mesi della “ripartenza” dopo la prima ondata di Covid-19 rispetto al periodo “pre-Covid” c’è stata un’analoga contrazione, tra il 50 e 75% per il 40% dei centri».

I danni collaterali del Covid si registrano su patologie non direttamente correlate al virus per vari motivi. «Il 35% delle strutture ha evidenziato un minore flusso di pazienti derivante da restrittive indicazioni di accesso in ospedale. Tutto questo con effetti potenzialmente disastrosi su un segmento di una popolazione tanto considerevole quanto fragile».

Non rivolgersi al Pronto Soccorso, se non per situazioni particolarmente severe, ha compromesso le diagnosi tempestive, ospedalizzazione e terapia di patologie ad alta morbilità e letalità quali le sindromi coronariche acute e lo scompenso cardiaco: «Recenti report – aggiunge Tarantini – documentano come in periodo di piena crisi la mortalità di questi pazienti sia aumentata a causa di presentazioni più tardive condizionanti una minor efficacia delle cure ed un maggior rischio di complicanze».

L’omissione protratta nel tempo delle attività diagnostiche, del trattamento delle patologie cardiache e la restrizione delle attività ambulatoriali, limitate ai soli codici U e B (urgente e breve attesa), «genererà in un prossimo futuro un importante incremento epidemiologico di incidenza di molte cardiopatie – conclude Tarantini – con inevitabili problemi di salute pubblica ed aumento nella richiesta di prestazioni, tale da poter trovare verosimilmente impreparato il Servizio Sanitario Nazionale».

Neuroriabilitazione, riduzione del 50% delle terapie intensive ictus

Già durante il primo lockdown la Società Italiana di Neurologia aveva lanciato l’allarme: convertiti in posti letto di terapia intensiva per Covid-19 il 50% dei posti nelle Unità di Terapia Neurovascolare (stroke-unit). Oggi questa situazione rischia di continuare a perpetrarsi anche nella terza ondata, «a danno di pazienti con ictus che, non trovando posto o avendo paura di recarsi in ospedale, potranno andare incontro a morte o gravissima invalidità». Nel corso della prima fase della pandemia «la nostra Federazione aveva più volte lanciato l’allarme – ha dichiarato Nicoletta Reale, presidente A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) – per la notevole diminuzione del numero dei pazienti con ictus cerebrale arrivati nei Pronto Soccorso dei nostri ospedali, circa il 40-50% di accessi in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno».

Rita Formisano, neurologa e direttrice della neuroriabilitazione 2 dell’IRCCS Santa Lucia di Roma, ci testimonia le criticità che sta affrontando: «Noi accogliamo i pazienti direttamente dalle terapie intensive, gli accessi sono crollati e non perché ci siano meno ictus – che nulla hanno a che fare con Covid – ma perché ora le persone hanno paura di rivolgersi agli ospedali».

Le patologie tempo-correlate rischiano di creare ripercussioni a lungo termine, e non solo: «Soffriamo particolarmente della mancanza dei familiari – che non possono stare con i pazienti in neuroriabilitazione – compromettendo anche la fase di recupero di quest’ultimi in condizioni molto delicate». In tempi di pandemia, purtroppo, il Sistema Sanitario Nazionale sta soffrendo nel garantire i migliori servizi possibili per i pazienti affetti da malattie non trasmissibili, in particolare per quelli con condizioni acute come ictus, traumi cranici, crisi epilettiche, polineuriti acute, sclerosi multipla, i cui trattamenti sono comunque sempre tempo-dipendenti.

Neonatologia, aumento dei nati morti dal 260 al 500% durante la pandemia

La natimortalità è rimasta a lungo una questione invisibile. Con il Covid-19 questa criticità sta aumentando: nel Lazio si è osservato un picco del 260% dei nati morti. Questi i dati emersi da uno studio coordinato dal professor Mario De Curtis, Direttore dell’Unità di Neonatologia e Terapia Intensiva neonatale dell’ospedale Umberto I. Le visite specialistiche ambulatoriali sono crollate anche del 70% (il dato si riferisce alla variazione di picco di aprile 2020 su 2019).

Le donne in gravidanza, per paura di contrarre l’infezione in ospedale, non hanno effettuato adeguati controlli. Questo fenomeno si è verificato anche in Lombardia, al Mangiagalli di Milano, dove si è registrato un aumento del 500% (tra marzo e maggio) dei casi di morte endouterina.

L’incidenza della natimortalità è confermata anche in altri Paesi, come l’Inghilterra: al St George’s University Hospital, di Londra, ci sono stati 9,31 nati morti per 1000 nascite (nessuna associata a Covid-19) rispetto al periodo prepandemico, quando i numeri si attestavano al 2,38 per 1000 nascite. Gli effetti indiretti di Covid-19 sugli esiti perinatali sono in gran parte dovuti a interruzioni dell’assistenza sanitaria riproduttiva, materna, neonatale e infantile e all’effetto delle politiche di blocco. Il rischio concreto è che questo fenomeno si stia ripetendo anche in questo periodo e continui per i primi mesi del 2021.

Oncologia, riduzione del 20% degli accessi in ospedale e crollo screening

Anche per quanto riguarda l’oncologia non si è riusciti a contenere e tutelare i pazienti al meglio. Gli ospedali al collasso sono stati vari, a livello nazionale; non ultimo lo stop dell’Umberto I di Roma al reparto di oncologia, del 21 dicembre, per un cluster interno. A confermarci una situazione complicata sono le parole di Giordano Beretta, presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e responsabile Oncologia Medica Humanitas: «Un grosso impatto si è avuto, nella realtà lombarda, sulle attività chirurgiche oncologiche, dal momento che le sale operatorie erano diventate terapie intensive e che tutti gli anestesisti erano impegnati sul Covid. Ciò ha portato al rinvio di numerosi interventi chirurgici, particolarmente quelli che necessitavano di degenza post-operatoria in terapia intensiva».

I numeri possono dare un’immagine più chiara, anche se molti sono ancora in elaborazione, ma per ora «circa il 20% dei pazienti ha rinunciato ad accertamenti e cure per il timore di recarsi in ospedale. Gli screening sono stati sospesi nei primi mesi del 2020, e sono, purtroppo, ripartiti a macchia di leopardo dopo il calo dell’onda».

Alcuni trattamenti di fase avanzata, dove il beneficio per i pazienti era dubbio, sono stati sospesi per un tempo maggiore, apparentemente senza danno acuto per il paziente, ma il risultato a distanza sulla sopravvivenza potrà essere valutato solo nel prossimo futuro. «Occorrono operatori formati, e ci vorranno anni per averli – continua il presidente AIOM – e per tale motivo è vergognoso che le Scuole di Specializzazione viaggino con un ritardo ormai di due anni (a gennaio 2021 partirà l’anno accademico 2019-2020) e che le assegnazioni per le Scuole siano sospese dal mese di ottobre, causando ulteriori ritardi».

Il Veneto è la regione più colpita per contagi e decessi, in questa seconda ondata, secondo Pierfranco Conte, direttore della Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica dell’Università di Padova: «La prossima pandemia sarà il cancro. Certamente la seconda ondata causa e causerà problemi negli anni futuri soprattutto per un prevedibile ritardo diagnostico di molte neoplasie, dovuto da un lato al timore dei cittadini a sottoporsi ad esami in ospedale (vi sono state disdette da parte dei pazienti di TAC, endoscopie, biopsie), dall’altro alla riduzione delle disponibilità, dato che molti reparti (in primis le terapie intensive e rianimazione) sono impegnati innanzitutto ad affrontare il Covid».

«Il prolungarsi della pandemia – continua il professor Conte – avrebbe conseguenze rilevanti negative sui pazienti oncologici. L’esperienza in corso richiede una rivisitazione dei percorsi assistenziali dei pazienti oncologici basata su telemedicina e una oncologia territoriale ove specialisti oncologi sul territorio possano fare da tramite tra medici di medicina generale e oncologie ospedaliere».

Gestire la complessità di un ospedale tra chiusura dei reparti e scelte drastiche: il punto di vista di un direttore sanitario

Il punto di vista della direzione sanitaria di un ospedale, in tutta la sua complessità di dipartimenti e reparti, può restituire una visione più strutturale: «Nella prima andata abbiamo trasformato tutto l’ospedale in ospedale Covid – inizia a raccontarci Claudio Zanon, direttore sanitario dell’Ospedale Valduce di Como e direttore scientifico dell’Osservatorio Motore Sanità – e abbiamo garantito unicamente le prestazioni urgenti che arrivavano in pronto soccorso. Abbiamo chiuso anche la pediatria, abbiamo chiuso tutta l’attività ambulatoriale, abbiamo continuato a fare chemioterapia però i pazienti sono diminuiti almeno del 50%, e abbiamo gestito patologie a casa: infarto non mortale o ictus non destruente. Nella seconda ondata i pazienti Covid hanno rappresentato circa il 40% dei pazienti, obbligandoci a limitare tutte le altre attività».

Per evitare che si ripetano queste criticità nella terza ondata, «tutti i sanitari devo fare quanto prima il vaccino, mentre va fatta una programmazione dettagliata dei posti letto soprattutto delle terapie intensive. E va fatta immediatamente. Bisogna pensare a strutture intermedie che possano accogliere i pazienti che non hanno bisogno di ospedalizzazione ma non possono neanche rimanere a casa perché sono in situazioni logistiche difficili. E – conclude Zanon – riprendere con il tracciamento trovando personale adeguato e con strategie capillari ed efficace. Immuni ormai ha fallito».

 

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