Salute 23 Giugno 2020

«I debolmente positivi non infettano». La ricerca del San Matteo di Pavia lo conferma

Uno studio su 280 pazienti clinicamente guariti e ancora positivi certifica che solo il 3% risulta in grado di infettare. Anche per il professor Remuzzi «va comunicato ai cittadini»

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I pazienti che hanno superato i sintomi di Covid-19 non sono più contagiosi. Lo stabilisce una ricerca italiana dell’Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, illustrata da Fausto Baldanti, responsabile del Laboratorio di virologia molecolare dell’Istituto, e svolta in collaborazione con l’Istituto zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna, l’ospedale civile di Piacenza, l’ospedale universitario “Le Scotta” di Siena e il Policlinico di Milano.

I campioni del virus presente sui tamponi di 280 pazienti considerati clinicamente guariti sono stati messi in coltura e si è verificato che non erano più in grado di infettare le cellule. Solo il 3% del totale, corrispondente a 8 soggetti, è risultato avere una carica ancora infettante. Baldanti ha posto l’accento su un valore noto come Cycle threshold, ovvero ciclo-soglia. Più risulta alto questo valore, meno Rna virale è presente nel soggetto.

La prova, quindi, che i «debolmente positivi non infettano» e che i nuovi casi di positività al virus non sarebbero motivo di preoccupazione quanto agli inizi della pandemia. Molti di questi nuovi casi, ha voluto specificare l’esperto, sanno di avere avuto il coronavirus ma fanno il tampone solo dopo essere risultati positivi al test sierologico fatto privatamente. In questi soggetti il virus ha già compiuto il suo corso, e la carica virale e infettante risulta ormai bassa.

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Le conclusioni di Baldanti si sposano con quanto dichiarato dal professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, in un’intervista al Corriere della Sera. «La situazione da quel lontano 20 febbraio è cambiata – ha detto – e bisogna comunicare di conseguenza». Un invito alle istituzioni a tranquillizzare i cittadini spaventati.

Nei prossimi giorni è in uscita anche uno studio del Mario Negri con risultati simili, realizzato su 133 ricercatori dell’Istituto e 298 dipendenti della Brembo. «In tutto 40 casi di tamponi positivi – ha rimarcato il professore -. Ma la positività di questi tamponi emergeva solo con cicli di amplificazione molto alti, che corrispondono a meno di 10mila copie di Rna virale». Casi che «non hanno ricadute sulla vita reale».

Remuzzi ha ricordato anche uno studio pubblicato sulla rivista Nature, che certificava come sotto le 100 mila copie di Rna non ci sia sostanziale rischio di contagio, in quanto non si verifica una vera e propria infezione delle cellule. Nonché una ricerca del Center for Disease Prevention della Corea, svolto su 285 persone asintomatiche e positive e 790 loro contatti diretti. Di questi, le nuove positività risultavano essere zero.

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In questo senso gli oltre 100 casi giornalieri provenienti dalla Lombardia sarebbero giustificati dalla forte circolazione del virus, ma non rappresenterebbero più un vero pericolo. «Il virus è lo stesso, ma per ragioni che nessuno conosce – ha concluso Remuzzi -, e forse per questo c’è molta difficoltà ad ammetterlo, in quei tamponi ce n’è poco, molto meno di prima. E di questo va tenuto conto».

 

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