Politica 28 Giugno 2019

Etica e sanità, parla Don Angelelli (CEI): «Garantire libertà agli operatori sanitari. Sanità cattolica ha rincorso modello aziendalistico, tornare alle origini»

Il Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute, ha incontrato una delegazione dell’ANTEL, l’Associazione Italiana Tecnici Sanitari di Laboratorio Medico, che a settembre celebreranno il Congresso Nazionale. «La Chiesa ha creato l’idea stessa di sanità nel momento in cui ha cominciato a prendersi cura delle persone che stavano morendo da sole. Ora dobbiamo recuperare il modello originario»

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Le vie del Signore sono infinite. Ed è forse per una delle strade tracciate dalla Provvidenza che Don Massimo Angelelli ha incrociato il mondo della sanità prima da cappellano del Policlinico Tor Vergata di Roma e poi, dal novembre 2017, da Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della Conferenza Episcopale Italiana. Una sorta di “ministero della salute” dei vescovi italiani, anche se «è una semplificazione giornalistica», sottolinea subito. Ci accoglie nel suo ufficio al secondo piano di una palazzina sulla via Aurelia, a Roma, dove entro accompagnato da una delegazione dell’ANTEL, Associazione Italiana Tecnici Sanitari di Laboratorio Medico, capitanata dal Vice Presidente Paolo Casalino e dal presidente Simedet Fernando Capuano. Don Angelelli sarà infatti tra i protagonisti del congresso ANTEL che si svolgerà a Roma dal 26 al 28 settembre.

Un appuntamento importante per i tecnici di laboratorio, entrati nel grande maxi Ordine delle professioni sanitarie, un’occasione per parlare dei risvolti etici della professione: lo stesso Angelelli ha collaborato recentemente alla stesura del Codice deontologico degli infermieri voluto dalla Fnopi. «Quella che deve essere difeso fino alla fine è la dimensione etica dell’operatore sanitario. L’operatore sanitario è una persona che si mette al servizio di un bisogno e di una sofferenza. Va salvaguardata la sua dignità e la sua libertà di fare scelte etiche perchè la dimensione etica è fondamentale e costitutiva dell’essere persona e dell’operare», sottolinea Don Angelelli nel colloquio con Sanità Informazione. Con Don Angelelli abbiamo affrontato anche il tema della sanità cattolica e ha annunciato la stesura di una “carta” ad hoc: «Ci sono molte strutture religiose che svolgono ancora sanità, ma ho l’impressione che in alcuni casi abbiano perso la spinta originaria, il modello originario e abbiano tentato di rincorrere altri modelli a cominciare da quello aziendalista. Papa Francesco ci ha messo più volte sull’avviso che rischiamo anche noi di correre questi pericoli. Avere un bilancio in ordine, avere una buona gestione non significa correre rischi, significa amministrare bene, ma c’è un qualcosa di più, c’è un modo di fare all’interno della sanità che può essere diverso».

Don Angelelli, lei è stato cappellano di un grande ospedale romano, il Policlinico Tor Vergata. Che esperienza è stata?

«È stata un’esperienza non facile all’inizio perché io non conoscevo il mondo della sanità, non conoscevo le realtà ospedaliere, quindi l’impatto iniziale è stato molto complicato. Poi ho cominciato a scoprire un mondo che è innanzitutto quello dei pazienti, coloro che vivono un momento di sofferenza, ma anche degli operatori, di tutti coloro che operano all’interno di un ospedale. Un mondo fantastico, da conoscere, da poter frequentare, un mondo estremamente arricchente dal punto di vista umano, spirituale e per me anche ministeriale».

Il Papa ha più volte parlato della missione degli operatori della sanità: ha chiesto di non trattare i pazienti come numeri, anche se poi sappiamo che ci sono tanti problemi come i turni massacranti, le aggressioni, ecc. che rendono difficile questo rapporto…

«La medicina è nata come una relazione di cura. Come una persona che aiuta un’altra persona in un momento di bisogno. Il paziente si affida dal punto di vista umano alle cure del medico, dell’operatore sanitario. Nel tempo, soprattutto ultimamente, è stato modificato questo rapporto a causa di una forte idea scientista attraverso la quale abbiamo pensato che tutto fosse piuttosto automatico. Le patologie vengono diagnosticate con delle macchine, le macchine elaborano il dato e offrono una risposta algoritmica a una possibile cura. Questa realtà è fallimentare, non funziona, perché le persone hanno bisogno di contatto umano e fondamentalmente di relazione. Il risultato è stato che le persone si fidano molto meno del mondo sanitario, anzi addirittura, in molti casi, sono diventati aggressivi nei confronti dei sanitari e si sentono sempre meno accompagnati. Allora la prospettiva è recuperare una dimensione umana della cura, una relazione in cui le persone si sentano accompagnate e prese in carico. Questa non è una visione cattolica, è una visione umana della medicina che all’interno delle strutture cattoliche, con tutte le difficoltà del momento, cerchiamo di realizzare».

Lei ha collaborato alla stesura del Codice deontologico degli infermieri, recentemente presentato. Ci sono però tanti altri Ordini professionali che si affacciano al mondo della sanità tra cui anche il nuovo Ordine delle professioni sanitarie che raggruppa ben 19 diverse professioni e che si avvia alla stesura di una Carta etica. Cos’è che secondo lei non deve mancare in un codice etico?

«Quella che deve essere difeso fino alla fine è la dimensione etica dell’operatore sanitario. L’operatore sanitario è una persona che si mette al servizio di un bisogno e di una sofferenza. Va salvaguardata la sua dignità e la sua libertà di fare scelte etiche perchè la dimensione etica è fondamentale e costitutiva dell’essere persona e dell’operare, quindi anche dal punto di vista lavorativo. Non c’è un’etica soltanto del paziente che può scegliere o rifiutare determinate prestazioni ma ci dev’essere anche la libertà etica del lavoratore di fare scelte conseguenti al proprio mondo valoriale. Questo non deve mancare, per il rispetto reciproco che si devono dare operatore e paziente. La dimensione del rispetto reciproco nel riconoscimento del diverso ruolo è la base per costituire una nuova relazione.

Lei ha recentemente parlato della stesura di una carta della sanità cattolica, cosa ci sarà scritto?

«Noi abbiamo avviato un processo, un cantiere sinodale che durerà 12 mesi. La Chiesa fa sanità da sempre, anzi possiamo dire che la Chiesa ha creato l’idea stessa di sanità nel momento in cui ha cominciato a prendersi cura delle persone che stavano morendo da sole. Sono nati i primi “Ospitali”, cioè luoghi in cui venivano ospitate le persone. Quindi la radice della sanità, che oggi è diventata un servizio dello Stato, è profondamente etica e religiosa. Ci sono molte strutture religiose che svolgono ancora sanità, ma ho l’impressione che in alcuni casi abbiano perso la spinta originaria, il modello originario e abbiano tentato di rincorrere altri modelli a cominciare da quello aziendalista. Papa Francesco ci ha messo più volte sull’avviso che rischiamo anche noi di correre questi pericoli. Avere un bilancio in ordine, avere una buona gestione non significa correre rischi, significa amministrare bene, ma c’è un qualcosa di più, c’è un modo di fare all’interno della sanità che può essere diverso. Noi in questi dieci mesi cercheremo di rileggere e di ridefinire qual è l’identità e il ruolo delle strutture sanitarie cattoliche. In buona sostanza ci stiamo chiedendo a cosa servono, a cosa serviranno e come devono svolgere il loro ruolo. Questo cantiere sinodale lo abbiamo aperto con le strutture che lo scorso 11 giugno si sono raccolte nell’aula magna della Pontifica Università Lateranense, e con loro lavoreremo dieci mesi. Il risultato finale sarà un documento congiunto in cui loro affermeranno chi sono e cosa vogliono fare».

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