Salute 26 Giugno 2020

Lo sviluppo di emicrania si può predire di tre anni. Lo studio (tutto italiano) che ha ottenuto il Wolff Award

Intervista al professor Gioacchino Tedeschi, presidente della SIN e a capo del team dell’Università “Luigi Vanvitelli” della Campania vincitrice del premio

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Il prestigioso Wolff Award è il premio che ogni anno la American Headache Society conferisce al miglior contributo scientifico sul tema. Dal 1997, anno in cui fu istituito, non era mai stato vinto da uno studio italiano. Fino ad oggi. Quest’anno infatti, precisamente pochi giorni fa, l’importante riconoscimento è stato attribuito allo studio condotto dal Centro Cefalee della I Clinica Neurologica dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e dal Centro Alti Studi di Risonanza Magnetica diretti dal professor Gioacchino Tedeschi, presidente della Società Italiana di Neurologia. La ricerca del team di neurologi guidati dal prof. Tedeschi ha permesso di identificare attraverso l’uso della risonanza magnetica funzionale a riposo, i pazienti che dopo tre anni avrebbero sviluppato allodinia (la percezione di uno stimolo che non dovrebbe essere doloroso ma che in alcune condizioni viene percepito come tale) a sua volta condizione prodromica dello sviluppo di emicrania, episodica e poi cronica. Questi pazienti presentano infatti delle specifiche alterazioni infracliniche delle reti neuronali che predicono, appunto con tre anni di anticipo, l’esordio del sintomo allodinico. Con il professor Tedeschi abbiamo approfondito la questione.

Quali prospettive apre questo studio sull’emicrania?

«Si tratta di una scoperta importante per la comprensione dei meccanismi fisiopatologici che sottendono alla cronicizzazione del dolore emicranico. Purtroppo i centri che ad oggi nel mondo possono effettuare questo tipo di analisi si contano sulla punta delle dita ed è quindi impossibile effettuare dei testi sulla popolazione in larga scala. Resta il fatto che questa scoperta ci permette di accendere un faro sui meccanismi del dolore in generale, non solo emicranici».

Uno dei sintomi di cui parlava è l’allodinia. Come possiamo riconoscerla?

«L’allodinia è uno stimolo avvertito come doloroso derivante da qualcosa che oggettivamente doloroso non è. Ad esempio, avvertire dolore pettinandosi i capelli, asciugandosi una lacrima. Il semplice tocco delle dita scatena il dolore, che è quindi avvertito a livello delle terminazioni nervose superficiali».

Quali sono le caratteristiche principali dell’emicrania?

«L’emicrania causa un dolore pulsante, e durante l’attacco emicranico il paziente ha fastidio per gli odori, i rumori, la luce, può avere nausea e vomito, e ha bisogno di stare a riposo. Se un paziente presenta tutti questi sintomi la diagnosi è facile, viceversa può non esserlo se i sintomi non compaiono tutti. L’emicrania può poi essere episodica, se il paziente ha uno o pochi attacchi al mese, oppure può essere cronica, ed arrivare a quindici attacchi in un mese. In questi casi diventa invalidante».

Ci sono dei soggetti più a rischio di altri, magari per una predisposizione genetica?

«È stata riscontrata una lieve predisposizione familiare. C’è però una forma rarissima di emicrania, l’emicrania periplegica del bambino, che è una malattia ereditaria. Ricordiamo che l’emicrania colpisce in maggioranza la popolazione femminile, in rapporto 2:1 rispetto a quella maschile».

Possono esserci delle complicanze dell’emicrania?

«In rarissimi casi l’emicrania può portare al cosiddetto infarto emicranico, ma è appunto un’eventualità altamente improbabile. Possono esserci una serie di comorbilità o di interferenze, ad esempio, una donna emicranica che assume anticoncezionali ha un rischio superiore alla media di sviluppare una patologia cerebrovascolare. Chiaro che poi in pazienti anziani l’esordio improvviso di attacchi emicranici deve rappresentare un campanello d’allarme e spingere ad esami più approfonditi».

Come funziona la presa in carico del paziente emicranico?

«Purtroppo la presa in carico di questi pazienti risente di un pregiudizio duro a morire, e cioè la mancata percezione dell’emicrania, da parte dell’opinione pubblica, come una vera e propria patologia invalidante. Spesso viene ridotta a un banale “mal di testa” e il paziente emicranico definito “lamentoso”. Di conseguenza il paziente tende a nascondersi, ad automedicarsi. Questo alimenta una scadente gestione della presa in carico del paziente emicranico. Il medico di famiglia dovrebbe essere in grado di distinguere un’emicrania da una cefalea e trattare la fase acuta del problema. Se il paziente non è un emicranico episodico ma cronico, il medico curante dovrebbe indirizzarlo dal neurologo, il quale a sua volta può indirizzarlo a un centro per la cura delle cefalee. È molto importante, aggiungo, che il paziente tenga un diario in cui annotare i fattori scatenanti i sintomi. Fattori che possono essere i più disparati: dall’arrivo del ciclo mestruale all’attività sportiva, dall’entrare in una profumeria all’assunzione di glutammato, ingrediente presente, ad esempio, nei piatti cucinati dai ristoranti cinesi».

Quali sono le prospettive terapeutiche più attuali?

«Sicuramente la somministrazione topica, a cadenza trimestrale, della tossina botulinica attraverso iniezioni sottocutanee, che però si pratica ancora in pochi centri perché è molto time consuming per il medico che la attua, dal momento che consiste in 31 microiniezioni per volta nel cuoio capelluto del paziente. A breve arriveranno però gli anticorpi monoclonali, che hanno una efficacia terapeutica di poco superiore a quella della tossina botulinica, ma hanno il vantaggio di essere molto pratici, dal momento che si somministrano una volta al mese e che non sembrano presentare effetti collaterali».

 

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