Salute 20 gennaio 2015

Ebola, l’Europa tira un sospiro di sollievo ma in Africa è ancora emergenza

E l’OMS richiede più poteri per la gestione delle crisi sanitarie

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Inghilterra e Italia unite ad accogliere con sollievo, e un pizzico d’orgoglio, la guarigione dei loro pazienti zero. Dopo le dimissioni di Fabrizio Pulvirenti dallo Spallanzani di Roma, anche Pauline Cafferkey, infermiera britannica che aveva contratto l’Ebola mentre lavorava come volontaria per l’organizzazione Save the Children in Sierra Leone, “non versa più in condizioni critiche”.

Lo ha annunciato il Royal Free Hospital, l’ospedale londinese che l’ha in cura dal 30 dicembre. Sono le storie a lieto fine di eroi silenziosi, che mettono le proprie competenze e il proprio coraggio al servizio delle popolazioni flagellate dall’epidemia. Il personale sanitario è il tributo più grande che il virus sta esigendo in termini di vite umane: solo in Sierra Leone, quasi 200 le vittime tra medici e operatori. A livello globale, l’ultimo bollettino diramato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 8371 morti a fronte di oltre 21mila contagiati nei Paesi dell’Africa occidentale, in particolare Guinea, Sierra Leone, Liberia.

Ed è proprio l’Oms ad aver chiesto il conferimento di ancora più poteri per poter efficacemente gestire non solo questa emergenza ma anche altre, analoghe, che si presenteranno in futuro. Come? Ampliando il mandato dell’agenzia, e creando squadre di esperti e strutture in grado di gestire al meglio i fondi e le informazioni. Dietro a questa richiesta ci sarebbe, in realtà, un j’accuse dell’Organizzazione nei confronti dei governi, colpevoli di non aver tenuto fede ai loro obblighi durante la crisi di ebola in Africa, e di aver messo a rischio le “International Health Regulations” con azioni quali la chiusura delle frontiere e discriminando i viaggiatori provenienti dalle zone colpite dal virus.

Come se non bastasse, gli Stati che hanno reagito in modo corretto all’emergenza, garantendo adeguati sistemi di sorveglianza, preparazione e comunicazione del rischio, si conterebbero sulla dita di una mano. Criticità peraltro già riscontrate nella gestione di altre emergenze, anche non di carattere strettamente sanitario, cui è necessario porre rimedio.

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