Salute 28 febbraio 2018

Dall’Oms alla politica, la parabola di Flavia Bustreo (10vm): «Riportiamo la salute al centro dell’agenda politica italiana»

L’ex vice direttore dell’Organizzazione mondiale della Sanità è la responsabile del programma sanitario della neonata formazione politica 10 volte meglio. «Bisogna pensare alla salute come investimento produttivo per il futuro del Paese e non come un costo da tagliare nel bilancio dello Stato»

Epidemiologa, è stata vice direttore dell’Organizzazione mondiale della Sanità per la salute della famiglia, delle donne e dei bambini, gestendo circa un terzo del budget del personale dell’Oms. Flavia Bustreo è oggi la coordinatrice del programma Sanità e Salute della neonata formazione politica 10 volte meglio fondata dagli imprenditori Andrea Dusi, Stefano Benedikter e Gian Luca Comandini e che vede nelle sue fila anche Piera Levi Montalcini, nipote della grande scienziata Rita. Ricerca della felicità, formazione, merito, educazione e cultura, turismo, sviluppo del Mezzogiorno, innovazione sono gli ambiziosi obiettivi di 10vm che sfida i grandi partiti e punta a superare la soglia del 3%. «Competenza, integrità e merito: questi i valori fondamentali di 10vm che mi hanno conquistata» afferma Bustreo a Sanità Informazione.

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Dottoressa, la sanità è un po’ sparita dai radar di questa campagna elettorale. Voi avete un capitolo dettagliato del vostro programma su questo ambito. Qual è il punto forte del programma di 10 volte meglio sulla sanità?

«Innanzitutto devo dire che la sanità, la salute e il benessere sono un caposaldo fondamentale per 10 volte meglio, una nuova formazione politica che è centrata su valori fondanti come competenza, integrità e merito. Abbiamo identificato tre punti alla base della concezione di salute di 10 volte meglio. Il primo è che riteniamo che la salute sia un diritto di ciascun cittadino che è sancito nella nostra costituzione italiana nell’articolo 32 ma che è anche stato all’avanguardia della storia della Salute pubblica mondiale perché questo riconoscimento del diritto alla Salute è stato inserito nella nostra Costituzione ancora prima che fosse nella costituzione dell’Organizzazione mondiale della Sanità di cui io sono stata vicedirettore generale, gestendo circa un terzo del budget del personale dell’Oms. Il secondo valore fondante è pensare alla salute come un investimento produttivo per il futuro del Paese e non come un costo da tagliare nel bilancio dello Stato come purtroppo è stato negli ultimi dieci anni. L’investimento nella salute e nell’educazione dà dei ritorni economici e di relazioni sociali enormi. Per esempio è fondamentale curare la salute degli adolescenti: si gettano le basi per una futura vita sana, perché è durante l’adolescenza che abbiamo la creazione di tutti i comportamenti virtuosi o meno.

E il terzo punto qual è?

«Salute come diritto, salute come investimento produttivo per il futuro e poi il terzo punto che ci trova completamente concordi con l’analisi del collega Cartabellota presidente di Gimbe è la salute al centro dell’agenda politica italiana, sia interna che estera. Perché non si può avere un Paese moderno, un paese all’interno dell’Europa che non faccia investimenti, che non veda la salute come priorità. Le do solamente dei dati che sono relativi al finanziamento e che ci permettono di confrontarci con altri paesi. Dati Censis del 2016 dimostrano che l’Italia continua ad avere una spesa sanitaria pubblica in rapporto al Prodotto interno lordo che è inferiore a quella degli altri grandi paesi europei. Nel nostro paese è stimata intorno al 6.8% del Pil, in Francia 8.6%, in Germania 9%. Lei capisce che questi sono delle caratteristiche che non ci permettono di avere una sostenibilità del Sistema sanitario nazionale».

Nel programma di 10 volte meglio si parla della regionalizzazione della sanità che ha portato a 21 sistemi sanitari diversi…

«È un punto da sottolineare perché da una parte la decentralizzazione, anche secondo le linee guida dell’Oms, è stata una tendenza degli ultimi 20 anni riconosciuta in tanti Paesi. Dall’altro però quando è eccessiva, come sembra sia accaduto in Italia, dà luogo ad una diseguaglianza nell’offerta di salute. Noi non vogliamo una salute diseguale, vogliamo un’offerta di sanità che sia in relazione alle necessità della popolazione, che sia distribuita all’interno del territorio nazionale».

Pensate allora di frenare l’autonomia delle regioni?

«Non si tratta di frenare l’autonomia ma di creare delle dinamiche positive in cui ci sia investimento in formazione, tecnologia, strutture soprattutto nelle regioni che in questo momento sono più arretrate o che hanno una offerta di salute meno valida. La revisione del titolo V approvata nel 2001 ha accentuato questa differenziazione perché ha permesso nei territori con diverso gettito fiscale una differente appropriatezza della spesa. Noi pensiamo che questo si possa correggere quando riuscirà ad avere una valutazione della tecnologia e della qualità della cura che sia nazionale. Noi pensiamo anche che il personale sanitario sia il cuore di questo Sistema sanitario nazionale di cui siamo fieri perché è stato il fiore all’occhiello dell’Italia per decenni ed è stato copiato da tanti altri paesi come ad esempio il Brasile che nel 2000 ha modellato il suo sistema, Programma saude da familia, sul nostro concetto di medico di base e di offerta di salute pubblica primaria. Noi pensiamo che questo personale sanitario sia il cuore del sistema nazionale e quello che ci dispiace è vedere una demotivazione del personale, un invecchiamento del personale, abbiamo elencato alcuni punti per riqualificare questo personale magari identificando anche figure nuove. Per esempio una delle sfide che identifichiamo nel programma è questo aspetto dell’invecchiamento attivo della popolazione. Per arrivare ad un invecchiamento attivo della popolazione è chiaro che bisogna fare degli investimenti non soltanto sulla cura integrata degli anziani e sull’aspetto di seguirli con operatori a carico del sistema sociale e sanitario ma è importante avere anche degli operatori che siano in grado di promuovere degli stili di vita corretti tra gli anziani».

Com’è nata questa sua adesione a 10 volte meglio? Che obiettivi si pone questa nuova formazione politica?

«La cosa che mi ha ispirato è stata la presenza di importanti personalità come la signora Piera Levi Montalcini, nipote della signora Rita. I valori fondanti di questo movimento sono importanti: si tratta di un gruppo di persone oneste, competenti che hanno avuto successo nella loro vita in vari ambiti, dalle imprese all’università. Hanno questa caratteristica: la competenza. Io penso che negli ultimi venti anni purtroppo la nostra ‘res pubblica’ sia stata gestita senza il criterio della competenza e stiamo pagando il prezzo di questo anche in ambito sanitario. Il secondo punto fondamentale è l’integrità: sono tutte persone nuove in politica. Qualche tempo fa ci siamo incontrati a Milano con tutti i candidati e abbiamo discusso il codice etico: tutti hanno chiesto un codice il più stretto possibile. Poi il terzo aspetto è quello di dare al merito il valore necessario. Quando noi parliamo con i giovani, uno degli aspetti più dolorosi che emerge è che molti giovani, pur validissimi e che hanno studiato nelle migliori università italiane o all’estero, non vedono il loro merito riconosciuto nelle possibilità di lavoro. Le società meritocratiche nel mondo sono quelle che danno i risultati migliori. Questi tre valori, importantissimi nella mia carriera, li ho ritrovati in 10 volte meglio».

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