Salute 6 Ottobre 2021 12:53

Cure Palliative. “Ciò che non uccide fortifica”, Gobber (SICP): «Traguardi e obiettivi a 20 mesi dall’esplosione della pandemia»

Entro la fine del 2021, il Ministero della Salute ed Agenas dovranno verificare lo stato di attuazione della Legge 38/10 e elaborare un programma per una diffusione delle cure palliative omogenea su tutto il territorio nazionale. L’intervista

di Isabella Faggiano

Nel 2020 l’inaugurazione della Scuola di Specialità e l’approvazione in Conferenza Stato Regioni dell’accreditamento delle reti dell’adulto. Nel 2021 l’accreditamento di quelle pediatriche. Risultati attesi da anni dai medici e i professionisti sanitari che operano nell’ambito delle cure palliative.

Ora, entro la fine di quest’anno, il Ministero della Salute ed Agenas dovranno condurre una ricognizione nazionale sullo stato di attuazione della Legge 38/10 e elaborare un programma triennale per garantire, entro il 31 dicembre 2025, una diffusione dei servizi delle cure palliative omogenea su tutto il territorio nazionale attraverso la definizione di obiettivi regionali da raggiungere entro la medesima scadenza temporale.

Gino Gobber, presidente della Società Italiane Cure Palliative, la SICP, in un’intervista a Sanità Informazione, spiega quanta strada è stata già percorsa e quanta ne resta da fare.

Presidente Gobber, entro il 2025 ogni Regione dovrà aver istituito la sua rete di cure palliative. Esistono delle realtà con reti già attive?

«Certo, la normativa quadro sulle reti di cure palliative risale al 2010. Tanto che sono state già sperimentate in  quasi tutte le regioni d’Italia, naturalmente con velocità diverse. Ma la disomogeneità è nella natura dell’organizzazione dei Sistemi Sanitari in Italia, così come la presenza di diversità peculiarità a seconda della regione in cui ci si trova».

Che cosa significa per un paziente e per la sua famiglia avere nella propria regione una rete di pure palliative efficace ed efficiente? 

«Significa avere la possibilità di poter scegliere, di essere informato con continuità, di avere sempre dei riferimenti adeguati alle proprie necessità sia da un punto di vista sanitario che sociale, con una garanzia di continuità delle cure. Questa è, ovviamente, la soluzione eccellente, ideale. Ed è esattamente ciò che la normativa (Legge 38/10 e aggiornamenti) prevede. Ma dal punto di vista della realizzabilità sono obiettivi ancora lontani».

Se esiste già una legge chiara ed esaustiva, perché dedicare un altro articolo, il numero 35 al comma 2 del decreto Sostegno bis, all’istituzione delle cure palliative?

«Perché dalla teoria non si è passati alla pratica. O almeno, non in maniera soddisfacente. Non è un caso che questo comma sia stato inserito in decreti dettati da una condizione di urgenza, come la pandemia da Covid-19. L’emergenza sanitaria ha costretto i decisori a programmare una “sveglia”, affinché i programmi già in essere, e non solo quelli in ambito di cure palliative, fossero portati a termine in tempi ragionevoli».

La Pandemia ha rallentato ulteriormente lo sviluppo delle reti di cure palliative?

«Tutt’altro. È stata una spinta a fare meglio e di più: nel pieno dell’emergenza Covid, nel 2020, è stata inaugurata la Scuola di Specialità in cure palliative e la Conferenza Stato-Regioni ha approvato un documento per l’accreditamento delle reti dell’adulto. Quest’anno, poi, a marzo 2021 sono stati fissati i criteri di accreditamento anche per le reti pediatriche. Durante i periodi più critici dell’emergenza abbiamo ricevuto molte più richieste del solito di cure palliative e le reti hanno retto alle continue sollecitazioni.  Una sfida che ha posto tutti (Istituzioni, professionisti e cittadini) di fronte ad un’importante consapevolezza: il Sistema Sanitario Nazionale non è una fonte  da sfrondare il più possibile, ma un investimento di civiltà».

 

 

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