Salute 10 Novembre 2020

Covid-19, più anticorpi in bambini e adolescenti mai infettati. La ricerca su Science

Annachiara Rosa (Crick Institute di Londra): «Si tratta di anticorpi generati dopo infezioni da parte di coronavirus stagionali che hanno causato banali sintomi influenzali»

di Peter D'Angelo
Covid-19, più anticorpi in bambini e adolescenti mai infettati. La ricerca su Science

La presenza di difese immunitarie “pre-esistenti” alla pandemia Covid-19 è stata rintracciata nel plasma di persone sane mai esposte al virus. Secondo i dati raccolti e pubblicati su Science, nella fascia d’età 6 – 16 anni si concentrerebbe il 62% (della coorte analizzata) delle difese (IgG) immunitarie in grado di riconoscere e rispondere al virus Sars-CoV-2. Questo dato potrebbe spiegare una delle variabili alla base della consistente presenza di asintomatici in questa pandemia. La ricerca è stata condotta dal team del Crick Institute di Londra, secondo cui erano rilevabili anticorpi in grado di reagire al virus Sars-CoV-2, nei sani, stratificati per fascia d’età. Sanità Informazione ha intervistato Annachiara Rosa, ricercatrice italiana del team londinese Chromatin Structure and Mobile DNA Laboratory.

Secondo la vostra ricerca l’immunità umorale, contro Sars-CoV-2, è preesistente negli esseri umani?

«Sì, attraverso approcci diversi (saggi ELISA, citometria a flusso e saggi di neutralizzazione) abbiamo dimostrato che c’è un’immunità contro Sars-CoV-2 in individui che non hanno mai contratto il virus. Abbiamo infatti rilevato la presenza di anticorpi che riconoscono una porzione della glicoproteina “spike”, nota come S2, che è responsabile dell’ingresso del virus nelle cellule. La glicoproteina “Spike” è fondamentalmente il bersaglio principale del nostro sistema immunitario ed è costituita da due diverse porzioni chiamate S1, responsabile dell’interazione del virus con la cellula, ed S2, responsabile dell’ingresso del virus nella cellula. La produzione di porzioni diverse di questa proteina e lo studio della reattività di sieri di individui sani e infetti ha permesso di dissezionare due diversi tipi di immunità: l’immunità preesistente diretta principalmente contro la porzione S2; e l’immunità “de novo” generata in individui che hanno contratto Covid-19 e che riconosce sia la porzione S2 che S1 della glicoproteina spike».

Esiste una correlazione tra la reattività immunitaria dei coronavirus “stagionali” e Sars-CoV-2?

«Sì, ed è proprio questa reattività crociata che spiega l’immunità preesistente. Si tratta di anticorpi generati in seguito a precedenti infezioni da parte di coronavirus “stagionali” che hanno causato “banali” sintomi influenzali nella popolazione».

I coronavirus noti sono 7, di questi 3 sono del nuovo millennio (Sars1, Mers e Sars-CoV2) mentre gli altri 4 sono noti da anni, il primo dagli anni ’60, e sono endemici, ovvero tornano stagionalmente. Hanno qualcosa in comune questi 7 virus?

«Ci sono delle somiglianze nella struttura della porzione della proteina “spike” nota come S2. La presenza di anticorpi mirati al riconoscimento di questa porzione è il motivo per il quale abbiamo identificato la reattività crociata nei nostri saggi rivelando così un’immunità preesistente. Ci sono ulteriori somiglianze nei meccanismi di infezione, riconoscimento cellulare e nella sintomatologia».

Nel siero dei pazienti che avete analizzato sono state riscontrate risposte IgG, IgA, IgM, in particolare nel sottogruppo dei giovanissimi tra 1 e 16 anni (non infettati) da Sars-CoV-2?

«Sì, abbiamo riscontrato un’incidenza maggiore nella risposta anticorpale al Sars-CoV-2 da parte dei sieri appartenenti al sottogruppo di giovanissimi tra 1 e 16 anni non infetti. Il fatto che i giovanissimi di età compresa tra 1 e 16 anni rappresentino comunque una fascia d’età più esposta a infezioni potrebbe essere un’ipotesi plausibile. Ulteriori esperimenti sono attualmente in corso per scoprire il ruolo che queste diverse classi di anticorpi (IgG, IgA, IgM) hanno in merito a due importati aspetti: la protezione contro Covid-19 e la gravità dei sintomi sviluppati».

Gli anticorpi HCoV-reattivi sono presenti praticamente in tutti gli adulti, la rarità di Sars-CoV-2 S reattività crociata (16 su 302; 5,29%), indica requisiti aggiuntivi?

«La reattività crociata risiede nella presenza di anticorpi (IgG) in grado di riconoscere la proteina spike di Sars-CoV-2. Questi anticorpi possono essere generati in seguito a precedenti infezioni da parte dei coronavirus stagionali (HCoV) creando quella che viene definita reattività crociata. Il basso tasso di reattività negli adulti (5,29%) può dipendere da una più bassa frequenza di infezioni da parte dei coronavirus stagionali. Infatti il tasso di infezione da parte di questi coronavirus è generalmente molto più alto nei bambini e nei giovani tra i 6 e i 16 anni e che di fatto mostrano una prevalenza del 62% di anticorpi diretti contro la proteina spike di Sars-CoV-2».

Lei ha ricostruito la glicoproteina spike?

«Mi sono occupata della purificazione di diverse porzioni della glicoproteina spike su larga scala con lo scopo di sviluppare test immunologici ad alta sensibilità per il Covid-19, un progetto frutto della collaborazione tra diversi laboratori del Francis Crick Institute e dell’UCL (University College London). Per fare questo ho utilizzato cellule umane in coltura come vere e proprie fabbriche di proteine, sfruttando il loro meccanismo di sintesi proteica».

La vostra ricerca aprirà un nuovo filone di indagini?

«Sicuramente. È fondamentale ora capire l’impatto che questa immunità preesistente ha su due aspetti fondamentali: la protezione contro Covid-19 e la gravità dei sintomi sviluppati. Inoltre la mappatura della proteina spike che ci ha permesso di discriminare tra immunità preesistente e “de novo”, sarà sicuramente impiegata per lo sviluppo di saggi immunologici ad alta specificità».

Andrà ad incidere anche sui vaccini?

«Credo di sì. Sicuramente sono necessari ulteriori studi al fine di poter progettare un vaccino diretto contro molteplici coronavirus, da quelli menzionati prima come stagionali al Sars-CoV2 e qualsiasi altro futuro ceppo pandemico. La ricerca non deve fermarsi mai».

 

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