Salute 1 Luglio 2020

Coronavirus e allarme salute mentale: una bomba pronta a scoppiare (e come disinnescarla)

Mara Lastretti, ordine psicologi Lazio: «Aumentano depressioni e crisi di panico, necessaria una nuova medicina di comunità e una revisione del SSN»

di Tommaso Caldarelli
Coronavirus e allarme salute mentale: una bomba pronta a scoppiare (e come disinnescarla)

Aumento della depressione, aumento dell’ansia in soggetti già esposti, con insorgenza di attacchi di panico: «Tanti dei miei pazienti che venivano magari per risolvere un piccolo problema oggi sono disorientati. Resterò in smart working? E per quanto? Sono in cassa integrazione, quanto ci resterò? Ho anche molti giovani che sono preoccupatissimi: che ho studiato a fare? In autunno sarà un inferno. E non hanno torto, sinceramente io cerco di diffondere ottimismo ma sono io la prima ad essere perplessa». Mara Lastretti è psicologa, psicoterapeuta e consigliera dell’ordine degli Psicologi del Lazio: con lei commentiamo un articolo uscito qualche giorno fa sul Lancet, in cui si fa il punto sugli esiti psicologici dell’ondata di Coronavirus.

“Affrontare la sfida della salute mentale pubblica del Covid-19” si chiama il paper proposto dalla storica rivista medica inglese, un titolo che secondo l’esperta coglie il punto. Tre i fronti problematici che gli autori dello studio pongono: «Prevenire un aumento dei disturbi mentali e una riduzione della salute mentale nella popolazione, proteggere le persone con disturbi preesistenti, data la loro vulnerabilità, fornire interventi adeguati per la salute mentale ai professionisti della salute e al personale delle professioni di cura», aggiungendo come sia ormai intollerabile «l’inadeguata copertura degli interventi evidence-based sulla salute mentale pubblica anche prima del Covid-19 e anche in Paesi ad alto reddito. Dall’inizio della pandemia, l’offerta di questi interventi è diventata ancor più limitata dalla quarantena e dalle misure di lockdown».

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«Il Lancet – aggiunge la dotteressa Lastretti – riporta un fronte molto importante e molto reale. Fino a oggi l’approccio alle cure verso i pazienti è stato eccessivamente individualizzato: per fare un esempio, un paziente veniva visto come un organo disfunzionante di un corpo. Dobbiamo invece passare a una medicina di comunità, che abbia attenzione alla salute nelle scuole, allo stato degli ospedali pubblici, alla serenità degli operatori sanitari che hanno sostenuto uno stress assurdo rispetto alle loro reali capacità». Riporta il Lancet che «le evidenze ci dicono che le pandemie, incluso il Covid-19, sono associate ad un aumentato rischio di sviluppare disordini di tipo mentale e disagi alla propria salute interiore. Questo aumento sarà probabilmente mediato dagli effetti della pandemia su ben noti fattori di rischio incluse le disuguaglianze socioeconomiche inclusa la povertà, i debiti, la disoccupazione, l’insicurezza alimentare, i fattori sociali, la quarantena, il distanziamento sociale e l’inattività fisica; ci aspettiamo che tutto ciò aumenti il rischio di peggioramento negli individui con un disordine mentale».

Uno scenario che negli studi di analisi psicologica oggi è già realtà, ci informa Lastretti: «Vediamo una grossa incertezza data dalla crisi e dalla paura di perdita del proprio lavoro. Nonostante un diffuso consenso verso il modo in cui le istituzioni hanno gestito la pandemia, crisi e precarietà la fanno da padrone. Credo che nel breve periodo sia cruciale investire su sistemi di prevenzione – abbiamo visto come la app Immuni non stia raccogliendo molto del consenso sperato e in sistemi di sostegno alle Asl per l’eventuale peggioramento delle condizioni preesistenti nel campo psicologico».

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Quanto allo stress dei professionisti sanitari, il tema è centrale: e allora bisogna affrontarlo a testa bassa. «Se è vero che in ogni crisi c’è un’opportunità – afferma l’esperta – è il momento di promuovere una bella revisione del Ssn che preveda un aumentato lavoro d’equipe. Serve il clinico ma serve anche lo psicologo, che sa fare da ponte fra i vari professionisti, che sa sostenere sia i medici che le famiglie. Serve investire su una reale medicina di comunità che ponga la salute pubblica al centro dei nostri sforzi».

 

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