Salute 22 Novembre 2022 11:22

Con le gambe sollevate più facile diagnosticare il reflusso gastroesofageo

Lo studio internazionale, guidato da Luigi Bonavina, responsabile dell’Unità di Chirurgia Generale Universitaria e del Centro Esofago dell’IRCCS San Donato, ha dimostrato che questa semplice manovra aumenta la pressione addominale e permette di riconoscere precocemente la patologia da reflusso gastroesofageo

Con le gambe sollevate più facile diagnosticare il reflusso gastroesofageo

Gambe sollevate per riconoscere meglio il reflusso gastroesofageo. È quanto scoperto e riportato in uno studio dell’IRCCS Policlinico San Donato. L’intuizione è del professor Luigi Bonavina, responsabile dell’Unità di Chirurgia Generale Universitaria e Centro Esofago dell’IRCCS San Donato di Milano che racconta a Sanità Informazione come l’utilizzo di una semplice manovra di sollevamento delle gambe durante la manometria esofagea ad alta risoluzione, possa migliorare la capacità di diagnosi.

«Spesso i sintomi sono confusi -spiega –  i principali sono bruciore dietro lo sterno e rigurgito acido, ma circa un terzo dei pazienti presenta sintomi atipici non strettamente correlati  all’esofago, come tosse, raucedine, muco nella gola, a volte dolore toracico simile all’angina pectoris, altre ancora come smalto dei denti erosi. Arrivare ad una diagnosi sicura è fondamentale per evitare che al paziente vengano somministrati farmaci che bloccano la secrezione gastrica e che, se la diagnosi non è corretta, possono peggiorare il quadro clinico».

Il 30% della popolazione soffre di reflusso gastroesofageo

Circa il 20% della popolazione soffre di malattia da RGE di vario grado. Se a questi sintomi aggiungiamo quelli occasionali, ovvero legati ad altre cause, si raggiunge il 30%. «Il reflusso esofageo è  caratterizzato da un ritorno di succhi gastrici prodotti dalle cellule dello stomaco a cui si aggiunge la bile che proviene dal duodeno – analizza Bonavina -. Questo è solitamente dovuto al fatto che la valvola del cardias rimane semi aperta invece di chiudersi dopo la deglutizione. In questo modo l’acido risale oltre la valvola e arriva all’esofago che essendo un condotto anatomico per il trasporto di cibi e alimenti, viene danneggiato. Spesso poi il reflusso si verifica principalmente di notte, quando il paziente è disteso a letto. Quindi,  l’acido non viene lavato via dalla saliva che con il suo pH neutro lo potrebbe neutralizzare, ma resta nell’esofago e crea infiammazione. Nella maggior parte dei casi questo si verifica per uno scorretto stile di vita». All’origine di questa malattia che interessa circa il 30% della popolazione dei paesi industrializzati, inclusa l’Italia, possono esserci più concause: da una lassità dei tessuti che determinano un’ernia iatale, «in quel caso lo stomaco risale nel torace  attraverso un’apertura del diaframma che si chiama hiatus (o iato) esofageo – analizza il direttore del Centro esofageo del IRCCS San Donato – quindi lo sfintere non funziona più perché è soggetto alla pressione negativa del torace e il paziente ha il reflusso», ad una valvola del cardias indebolita da una alimentazione scorretta (pasti di grandi volumi, cibi grassi, fumo e alcol). «Ci sono una serie di fattori che predispongono a questa situazione – sottolinea ancora Bonavina -, non esiste una causa specifica, ma credo che tutto sia legato allo stile di vita improprio accompagnato in alcuni casi ad una lassità dei legamenti, come spesso succede anche per l’ernia inguinale».

Uno studio internazionale rivela l’utilità delle gambe sollevate

Vista la frequente incapacità di diagnosticare con certezza il reflusso, il professor Bonavina, con il collega Stefano Siboni, chirurgo della medesima unità, ha individuato una possibile soluzione. Ha avviato uno studio prospettico internazionale coinvolgendo 13 centri ( 6 europei, 5 americani e 2 asiatici) specializzati nella diagnosi e nel trattamento della malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) per definire i valori anomali di pressione endo-esofagea rilevati in corso di manometria e indotti da questa manovra.

La diagnosi di MRGE si effettua con una serie di esami che sono: esofago-gastro-duodenoscopia con biopsie, la radiografia del tubo digerente superiore con mezzo di contrasto, la manometria esofagea ad alta risoluzione e la pH -impedenziometria delle 24 ore. «Si tratta di un percorso lungo e laborioso per il paziente che non sempre permette di arrivare ad una diagnosi precisa e conclusiva, in particolare nei pazienti con sintomi extraesofagei, minime disfunzioni del cardias e assenza di ernia iatale – racconta -. Allora abbiamo pensato di ottimizzare il percorso diagnostico utilizzando la manometria, che dura solo 20 minuti, con l’aggiunta della manovra delle gambe sollevate. Nella circostanza il paziente viene disteso sul lettino, si fa deglutire dell’acqua e si registrano gli eventi pressori nell’esofago con le gambe sollevate di 45 gradi. In questo modo i muscoli della parete addominale si irrigidiscono e la pressione addominale aumenta. Se la valvola del cardias resiste, la maggiore pressione non si trasmette all’esofago; se invece la valvola tiene, il sondino nell’esofago registra l’aumento della pressione. Questa manovra è semplice, aggiunge pochi secondi all’esame manometrico convenzionale e permette di capire se la valvola è competente. In quel caso il paziente viene rassicurato e trattato con terapia medica, se invece la valvola non tiene, questo paziente va ulteriormente indagato con la pH -impedenziometria delle 24 ore, e potrebbe avere necessità di  un intervento chirurgico».

I livelli di cura nel reflusso gastroesofageo

Il lavoro degli specialisti dell’IRCCS Policlinico San Donato ha permesso di capire che la manovra di sollevamento delle gambe è in grado di identificare, nel 79% dei casi, i pazienti con MRGE e di escludere, nell’85% dei casi, i pazienti sani, dimostrando una eccellente accuratezza diagnostica. «Una volta individuato un paziente con reflusso gastroesofageo, ci sono diversi livelli di cura – conclude Bonavina -. Innanzitutto occorre seguire norme igieniche che prevedono niente fumo e alcol, piccoli pasti frequenti e un corretto stile di vita con attività fisica e un riposo notturno che deve iniziare non prima delle tre ore successive alla cena. Il secondo step – nel caso il paziente abbia una disfunzione alla valvola – prevede l’assunzione di farmaci che inibiscono il contatto degli acidi con l’esofago, i cosiddetti alginati che hanno un’azione locale e gli inibitori della pompa protonica che bloccano la secrezione acida da parte dello stomaco. Per coloro che invece presentano un’ernia iatale, o sono refrattari alla terapia farmacologica, si profila la terapia chirurgica. In ogni caso è bene sapere che si tratta di una malattia senza età, può interessare giovani di 20 anni, come anziani di 80. Di sicuro è una malattia progressiva, quindi, è fondamentale intercettare i pazienti prima possibile perché i farmaci o la chirurgia possano dare i migliori risultati».

 

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