Salute 20 Maggio 2020

Chi è e cosa fa l’infermiere di quartiere? Il ritratto della figura nata con il Dl Rilancio secondo Paola Obbia, presidente AIFeC

Per la presidente dell’Associazione italiana infermieri di famiglia e comunità: «Le attività degli infermieri libero-professionisti superano di gran lunga le prestazioni per cui sono pagati e sopperiscono alle carenze delle cure territoriali distrettuali»

Chi è e cosa fa l’infermiere di quartiere? Il ritratto della figura nata con il Dl Rilancio secondo Paola Obbia, presidente AIFeC

Lo scorso 13 maggio il Decreto Rilancio, approvato dal Consiglio dei Ministri, stabiliva 3 miliardi e 250 milioni di investimenti sul Sistema sanitario nazionale per fronteggiare l’emergenza coronavirus. A comporre l’ossatura della rete di cure territoriali sarà una nuova figura: l’infermiere di quartiere, per cui sono previste 9.600 nuove assunzioni. Sanità Informazione si è rivolta a Paola Obbia, presidente dell’AIFeC (Associazione italiana infermieri di famiglia e comunità), per chiarirne il ruolo e per discutere del futuro dell’assistenza territoriale.

Quali sono le novità di questa figura rispetto agli infermieri di famiglia o di comunità?

«L’infermiere di quartiere, chissà da dove è uscita questa bizzarra definizione, delinea una risposta a un’emergenza di assistenza domiciliare legata al Covid-19. Il ruolo dell’infermiere di famiglia e comunità, invece, è proattivo, generalista-specialista, di connessione sistemica e, per essere implementato, richiede l’attribuzione di un numero predefinito di cittadini, il loro libero accesso e la possibilità di interfacciarsi con la rete dei servizi e con le risorse del territorio. È una figura già prevista dal documento Salute 21 dell’OMS Europa del 1998, che all’obiettivo 15 “Un settore di cure integrato” scrive: “Alla base delle cure primarie dovrebbe esserci un infermiere di famiglia ben preparato”. Su questa visione è nata la specializzazione universitaria che la nostra Associazione promuove. Il Decreto Rilancio apre quindi ad assunzioni di infermieri sul territorio, e lo fa proponendo un modo snello e veloce per arruolare una parte delle risorse assolutamente necessarie, ma non recepisce il disegno di legge 1751 “Istituzione dell’Infermiere di famiglia e comunità” che delinea il ruolo e le sue peculiarità presentato in Parlamento il 4 marzo scorso».

Qual è allora il ruolo coperto oggi dagli infermieri di famiglia?

«Ad oggi, gli infermieri libero professionisti che già lavorano sul territorio svolgono un ruolo importantissimo per i cittadini. Le loro attività spesso superano di gran lunga le prestazioni per cui sono pagati e sopperiscono alle carenze delle cure territoriali. Sono maggiormente presenti nelle zone in cui i Servizi territoriali delle ASL non sono stati sviluppati o sono stati ridotti e dati in “out-sourcing”, come ad esempio in Lombardia. I medici di medicina generale che collaborano con gli infermieri delle cure domiciliari distrettuali o che hanno infermieri libero professionisti nei propri studi ben conoscono il valore del loro contributo. Come anche i cittadini che ricevono assistenza domiciliare o nelle cure palliative».

LEGGI ANCHE: L’INFERMIERE DI FAMIGLIA ARRIVA NELLE CASE DEI PAZIENTI CRONICI. ECCO COME FUNZIONA

Qual è stata la reazione di AIFeC a questa decisione del governo?

«Il Decreto Rilancio unisce il bisogno di avere personale dedicato alla cura domiciliare dei pazienti Covid-19 con la promessa inserita nel Patto della Salute di riconoscere il ruolo degli infermieri di famiglia e comunità. La Federazione degli Ordini Infermieristici FNOPI ha dedicato molte energie per soddisfare questa richiesta dei cittadini. Purtroppo, oggi come 200 anni fa, il lavoro degli infermieri non è ancora chiaro nella mente dei decisori politici. Le assunzioni temporanee, a partita iva o co.co.co., cercano di tamponare l’emergenza per il 2020, con possibilità di assunzione nel 2021 in base all’evoluzione della pandemia. C’è invece bisogno di mettere in campo risorse per affrontare un futuro di convivenza non solo con il virus ma con tutte le altre emergenze che già ci attanagliano: le malattie croniche, che non riguardano solo gli anziani, ma fasce sempre più giovani di popolazione, inclusi i bambini; l’antibiotico-resistenza; la salute mentale; le diseguaglianze da cui nascono le malattie; la scarsa capacità di auto-cura degli italiani; le “cure mancate” che generano aggravamenti, ricoveri ospedalieri evitabili, aumenti di costi e di disagio per i cittadini, le famiglie e le comunità a cui appartengono. Aspetti ampiamente documentati in letteratura, ma che si preferisce non vedere per non alterare gli equilibri consolidati. Ci possiamo ancora permettere di non vedere i buchi neri che inghiottono fiumi di denaro e drenano le risorse che servono a difendere la salute di noi cittadini? La velocità e la portata della risposta richiesta dalla pandemia di Covid-19 hanno messo in evidenza come la frammentazione negli attuali sistemi sanitari e di assistenza comprometta significativamente la nostra capacità di rispondere efficacemente».

Ma secondo lei potenziare la medicina territoriale è la strada giusta per gestire l’emergenza Covid?

«È la strada tracciata per garantire a tutti la salute già nel 1978 dall’OMS, riproposta con forza nel 2008 e nel 2018 ad Astana. Le ragioni per cui non si riesce ad incamminarsi su questa strada sono ampiamente documentate. Il rapporto OCSE del 2017 evidenzia come molti ricoveri di emergenza potrebbero essere trattati altrettanto bene dall’assistenza primaria o gestiti dai pazienti stessi, con adeguata educazione. Lo stesso rapporto denuncia la perdita di denaro dovuta a frode e corruzione ed elenca tra le possibili soluzioni per migliorare l’allocazione delle risorse, anche lo sviluppo delle competenze degli infermieri. Per la nostra associazione, è necessario un “Distretto Forte”, con infermieri di famiglia e comunità assegnati ai cittadini e che si interfacciano direttamente con i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, con tutti gli altri attori delle cure primarie e con le risorse della comunità che possono contribuire alla salute».

Avete ricevuto da infermieri di comunità o di famiglia richieste di aiuto durante l’emergenza? Carenza di dispositivi o difficoltà nel gestire i pazienti?

«Posso parlare solo per quanto riguarda le notizie ricevute dai nostri coordinamenti regionali. Nelle tre ASL di Roma 4, 5, e 6 in cui il progetto infermiere di famiglia e comunità era appena partito, il servizio è stato mantenuto e ha permesso di aiutare le famiglie a ricevere assistenza e informazioni, anche a distanza o in presenza in modo sicuro, durante la fase 1. Gli infermieri sono diventati un punto di riferimento per la popolazione e in accordo con i medici hanno continuato gli accessi a domicilio per le persone con patologie croniche che ne avevano bisogno, lavorando in modo integrato con i colleghi delle cure domiciliari. In altre zone d’Italia gli infermieri di famiglia e comunità hanno dovuto invece ridurre o sospendere l’attività per rispondere all’emergenza Covid-19, lasciando soli gli altri pazienti fragili o con malattia cronica. Ad oggi molti servizi non sono ancora stati riattivati. Molti hanno comunque continuato a fornire consulenze telefoniche o via email, mantenendo la relazione con i cittadini e supportandoli. Per alcuni la carenza di dispositivi di sicurezza è stato un problema. Abbiamo cercato di gestire al meglio l’emergenza invitando tutti da subito a considerare ogni persona un potenziale contagiato».

Quali sono i consigli di AIFeC per la fase 2?

«Mantenere alto il livello di allerta e prepararsi per un’eventuale seconda o terza ondata di epidemia. Difendere la nostra vita e il mantenimento del benessere. Mai come ora è chiaro il concetto di salute pubblica per il sostegno economico e per la sopravvivenza della società civile. Il Covid-19 ci ha “svegliato da un sogno in cui pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”, come ci ha ricordato Papa Francesco. Secondo noi è indispensabile aumentare i livelli di alfabetizzazione sanitaria e di coinvolgimento attivo dei cittadini per la salute. C’è poi bisogno di una conoscenza approfondita del territorio, delle peculiarità delle persone che lo abitano, delle offerte e delle carenze che lo caratterizzano. È uno dei punti principali su cui facciamo formazione. La prevenzione poi deve diventare un imperativo, anche se paradossalmente non si vedono i risultati degli investimenti necessari. Quanto ci è costato aver dimenticato in un cassetto il Piano Pandemia, aver ignorato gli avvertimenti? Quanto ha impattato in questa fase sulla salute non essere attrezzati per l’assistenza a distanza? La telemedicina infine è uno strumento prezioso, ci sono già esempi di comportamenti virtuosi in piccole realtà e in molti casi sono esperienze replicabili a basso costo, rispettando la legge sulla privacy. C’è bisogno di forza etica per garantire una profonda innovazione dell’assistenza e perseguire l’ideale della salute quale diritto dei cittadini e quale bene comune».

 

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