Salute 21 novembre 2017

Cancer survivors: tra caratterizzazione del paziente e follow-up specifici. L’intervista all’esperto

«Categorizzare i “survivors” è fondamentale per definire le prospettive di vita in relazione alle varie fasi della malattia e scegliere la terapia di supporto più opportuna e personalizzata» così l’oncologo Paolo Tralongo

Il cancro non è più un male “incurabile”. Secondo il rapporto AIOM (Associazione italiana oncologia medica) – AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori) sono oltre 3 milioni e trecentomila i cittadini italiani che oggi vivono dopo la diagnosi; un terzo di loro “può” e “deve” essere considerato guarito. Un milione di persone nel nostro Paese, infatti, si è lasciato alle spalle la malattia, ha la stessa aspettativa di vita di coetanei che non hanno mai avuto un tumore ed ha il pieno diritto – anche a livello sociale e lavorativo – di tornare a una vita “normale”, obiettivo tutt’altro che semplice. «Le “cure ai sopravvissuti” sono di fatto una nuova branca dell’oncologia», sottolinea il dottor Paolo Tralongo, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oncologia Medica della Rete di Assistenza della provincia di Siracusa a margine del XX Congresso Nazionale AIOM, specificando l’importanza di follow up appropriati e specifici e di interventi assistenziali e riabilitativi ad hoc (fisici, psicologici e sociali) per supportare il reinserimento sociale ed il mantenimento di uno stile di vita corretto ed equilibrato.

Direttore, abbiamo assistito al dibattito sull’importanza del follow-up per i pazienti guariti dal cancro oppure lungosopravviventi. Lei nel suo intervento ha spiegato che la parola survivors in realtà non è propriamente corretta e ha differenziato, a seconda della storia clinica di ogni paziente, quattro categorie: ci può spiegare quali sono?

«Noi riteniamo che oggi, osservando la nuova storia naturale di malattia, non è più possibile ricorrere al termine survivors per riferirsi a tutti i pazienti che hanno avuto una pregressa diagnosi di cancro; inoltre, è un vocabolo coniato negli Stati Uniti che è però difficilmente applicabile in Italia ed in Europa. La nostra idea è che all’interno di questo gruppo di pazienti, che è sempre più numeroso, dovremmo considerare sostanzialmente quattro sottogruppi:

  • il primo è rappresentato da pazienti nella fase iniziale-acuta di malattia o nel momento in cui hanno avuto una ripresa evolutiva che hanno necessità di cure infusionali e probabilmente sono sintomatici;
  • nel secondo inseriamo i pazienti con patologia ad evoluzione cronica, asintomatici, che molto spesso assumono farmaci per bocca e possono farlo a casa;
  • il terzo gruppo delinea i cosiddetti long-term, cioè quei pazienti che vivono a lungo per i quali però noi non siamo in grado di poter sostenere con assoluta certezza che la malattia cancro non ritorni;
  • nell’ultimo gruppo includiamo tutte le persone che possono e devono essere considerate guarite perché per loro il rischio di morte legata al cancro è stato azzerato. Alludo a quei pazienti che se confrontati con la popolazione generale di pari sesso e di pari età non hanno una compromissione dell’aspettativa di vita».

Dal cancro si guarisce davvero, nel senso che il paziente guarito riesce a ritrovare una qualità di vita buona o almeno soddisfacente?

«L’obiettivo dell’oncologia oggi è quello di personalizzare il trattamento: la personalizzazione del trattamento deve portare al raggiungimento della maggiore quantità di vita e alla speranza di guarigione. Noi sappiamo oggi che all’interno di quei 3.300.000 soggetti ci sono circa 700-800 che possono essere definiti guariti: un’informazione preziosa, non solo per gli interessati che riprendono pienamente in mano la loro vita ma anche per la gestione della programmazione sanitaria».

Un’ultima cosa: i medici di famiglia oggi possono prescrivere farmaci oncologici? E, se non possono farlo, sarebbe necessaria questo tipo di integrazione?

«Alcuni farmaci possono essere prescritti anche dal curante, come le terapie ormonali, ma sostanzialmente la maggior parte dei farmaci no. È chiaro che nel momento in cui si declina un modello anche diverso di attività che tiene conto di quella che è la storia naturale di malattia, sarebbe auspicabile definire un modello di organizzazione in cui il medico di medicina generale possa dare il suo contributo per rispondere alle esigenze dei pazienti e favorire l’accesso alle cure».

 

 

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