Salute 23 Dicembre 2019

Biotestamento, è al Sud il rapporto peggiore DAT-popolazione. Associazione Coscioni: «Motivo non è culturale, manca informazione»

I Comuni con il peggior rapporto DAT/popolazione sono per il 35% al Sud, il 25% al centro, il 20% nelle Isole. «I medici siano più formati, servirebbe l’impegno degli Ordini, al momento disinteressati alla tematica» sottolinea Matteo Mainardi, componente della Giunta dell’Associazione Luca Coscioni

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Un’Italia non ancora sufficientemente informata e, di conseguenza, piuttosto disinteressata riguardo alla possibilità di depositare le proprie Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT). Solo un cittadino ogni 355 lo ha fatto. È questa la fotografia eterogenea che emerge dall’indagine effettuata dall’Associazione Luca Coscioni, che ha promosso un accesso agli atti per richiedere ai principali Comuni Italiani quante fossero le Dat pervenute dall’entrata in vigore della legge 219/2017. All’indomani della firma del decreto istitutivo per la Banca dati nazionale per le DAT da parte del ministro della Salute Roberto Speranza, Sanità Informazione ha approfondito e cercato una chiave di lettura dei dati pervenuti, anche nell’ottica di un loro miglioramento, con l’aiuto di Matteo Mainardi, componente della Giunta dell’Associazione Luca Coscioni e coordinatore della campagna “Eutanasia Legale”.

Dottor Mainardi, le percentuali di adesione risultanti dall’indagine sono state in linea con le aspettative? In particolare, sono emerse sensibili differenze tra Nord e Sud Italia?

«Posto che l’indagine è stata effettuata richiedendo i dati di testamenti biologici depositati nei primi 106 Comuni italiani per popolazione e che di questi solo 70 hanno risposto, i dati ci mostrano che tra i Comuni con il miglior rapporto DAT/popolazione sono assenti quelli delle Isole, mentre troviamo un 30% di Comuni del Nord-Est, un 25% di Comuni sia del Centro che del Nord-Ovest, e un 20% di Comuni del Sud Italia. Le cose cambiano analizzando i Comuni con il peggior rapporto DAT/popolazione. Tra questi, il 35% si trova al Sud, il 25% al centro, il 20% nelle Isole, il 15% nel Nord-Ovest e solo il 5% nel Nord-Est d’Italia. Il dato dei depositi al Sud Italia e in particolare nelle isole è quindi inferiore alla media nazionale».

LEGGI ANCHE: BIOTESTAMENTO, VIA LIBERA ALLE DAT. SPERANZA: «FIRMATO DECRETO. DA OGGI UNA LIBERTÀ DI SCELTA IN PIÙ»

A cosa può attribuirsi una scarsa aderenza a questa opportunità, soprattutto in alcune aree del Sud? Scarsa informazione, retaggi culturali o altro?

«Possiamo escludere il dato culturale, che viene sempre utilizzato per giustificare il non interesse rispetto alle tematiche del fine vita nel Sud Italia. Possiamo affermare ciò guardando i dati che abbiamo ricavato dalla nostra indagine: il secondo Comune con più DAT depositate in rapporto agli abitanti è Matera (1 ogni 146 abitanti) e sopra la media nazionale di un testamento biologico ogni 355 abitanti troviamo Pescara (1 ogni 209), Pozzuoli (1 ogni 246), Foggia (1 ogni 247), Bari (1 ogni 254), Siracusa (1 ogni 300), Olbia (1 ogni 323) e Andria (1 ogni 340). Quello che manca è l’informazione sia da parte del ministero della Salute, che evidentemente riguarda tutto il territorio nazionale, sia delle Regioni, dei Comuni e delle ASL. Al Sud e nelle Isole, ma anche in gran parte del Centro e del Nord, sono le associazioni a cercare di colmare questa carenza informativa».

Quanto è importante diffondere una maggiore consapevolezza sulla possibilità di depositare il proprio testamento biologico? Quali attività o iniziative sarebbero auspicabili a tal fine?

«È necessaria innanzitutto la formazione dei medici che, in linea con qualsiasi altro cittadino, il più delle volte non sa che cosa sia o come si compili un testamento biologico. Per questo tipo di formazione, attualmente coperta dall’associazionismo, servirebbe l’impegno degli Ordini provinciali dei medici, che al momento abbiamo visto essere disinteressati alla tematica. La legge sul testamento biologico consente a ciascuno di disporre anticipatamente la propria volontà in ordine alle terapie per il momento in cui ci troveremo incapaci di intendere e volere. Secondo una ricerca del 2014, in Italia l’86% dei medici dichiara che non sono i pazienti a influire sulle proprie decisioni di fine vita. Non siamo quindi noi a decidere cosa ne sarà del nostro corpo quando non potremo più dare indicazioni al medico. Alle nostre decisioni si sostituiscono quelle di familiari, sanitari o amministratori. Depositando le DAT possiamo mantenere questa libertà di scelta sul nostro corpo, fino alla fine».

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