Professioni Sanitarie 16 Maggio 2022 16:11

«Troppi pochi dietisti nel Ssn, ma con la giusta alimentazione migliori esiti e meno spesa sanitaria». Parla Marco Tonelli, presidente Cda Dietisti

In tutto seimila i dietisti in Italia, solo un terzo nel servizio pubblico. Il presidente della Cda nazionale lancia la proposta del dietista di comunità che lavora in équipe con MMG, PLS e gli altri professionisti sanitari. Spiega Tonelli: «Oggi l’assistenza nutrizionale, settore fondamentale per la salute dei cittadini, non è riconducibile a prestazioni assistenziali chiaramente definite»

di Francesco Torre
«Troppi pochi dietisti nel Ssn, ma con la giusta alimentazione migliori esiti e meno spesa sanitaria». Parla Marco Tonelli, presidente Cda Dietisti

Oggi la nutrizione non è riconosciuta come bisogno di salute prioritario e l’assistenza nutrizionale, settore fondamentale per la salute dei cittadini, non è riconducibile a prestazioni assistenziali chiaramente definite nei LEA. Parola di Marco Tonelli, presidente della commissione d’Albo nazionale dei Dietisti, che a Sanità Informazione illustra il progetto del Dietista di comunità che oggi ha preso forma in modo concreto ed è una delle proposte che la FNO TSRM PSTRP sta portando avanti nell’ambito della riforma dell’assistenza territoriale: «Il dietista di comunità collaborerà con i MMG, i pediatri di libera e tutti i professionisti operanti nel territorio nel ricercare e acquisire tutte le informazioni epidemiologiche, cliniche e socio assistenziali, necessarie per un’approfondita valutazione nutrizionale  e di rendere disponibili e comprensibili le informazioni dietetico-nutrizionali» spiega Tonelli che lamenta la scarsa presenza di questi professionisti nel SSN: «Le risorse professionali attualmente impiegate nel SSN non sono sufficienti a dare risposte esaurienti, continuative e coordinate ai bisogni di salute dei cittadini in termini di alimentazione e nutrizione». L’attenzione all’alimentazione può essere una chiave anche in termini di prevenzione e di miglior esito delle cure portando anche a una riduzione dei costi della sanità. Tonelli, infatti, ricorda che «le conseguenze della malnutrizione incidono infatti per un buon 10% sulla spesa sanitaria e socio sanitaria». La commissione d’Albo è ora al lavoro sull’elaborazione di un nuovo codice deontologico, che tenga conto delle novità apportate dalla costituzione Etica delle 19 professioni, e alla revisione dei percorsi formativi accademici di base e post-base, non più adeguati al mutato contesto.

Presidente, partiamo dal dietista di comunità. Uno degli obiettivi è quello di avviare un lavoro in sinergia con MMG e pediatri di libera scelta. Come si potrà sviluppare concretamente questa collaborazione?

«La riorganizzazione della rete dei servizi sanitari che si vuole operare con la missione 6 del PNRR ha come inizio e fine ultimi la centralità della salute del cittadino, coinvolgendo tutte le professioni sanitarie in un sistema innovativo, multidisciplinare e sostenibile aperto ad un confronto evoluto, condividendo decisioni e assumendo responsabilità per attuare veri percorsi integrati di cura e presa in carico.

Come il MMG e i PLS, il Dietista di comunità svolge la propria attività assistenziale nei diversi setting previsti dal DPCM “Modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel servizio sanitario nazionale”: Case della comunità (hub e spoke) e servizi a loro correlati, COT, Ospedali di comunità, Hospice o presso il domicilio degli assistiti, siano essi presso la propria abitazione oppure presso strutture territoriali di lungo/medio/breve periodo, integrando con queste due figure competenze e abilità tecniche specifiche e manageriali, per una pratica professionale in grado di pianificare, stabilire priorità e assumere decisioni dietetico-terapeutiche secondo standard assistenziali coerenti con la complessità riscontrata, valutando costantemente l’efficacia e l’efficienza delle proprie azioni.

Inoltre, nel nuovo contesto che si vuole attuare, il dietista di comunità si relaziona funzionalmente non solo con i MMG e i pediatri di libera scelta ma anche con tutti gli altri professionisti sanitari e sociali, fornendo ai diversi soggetti un’informazione improntata ai principi di trasparenza, chiarezza, accuratezza, appropriatezza tecnica e scientifica e responsabilità. Il dietista di comunità si adopera in tal modo per una presa in carico globale della persona in tutti i livelli di complessità, all’interno dello specifico Progetto di salute della persona stessa.

In relazione a ciò, il Dietista di comunità, all’interno di un sistema coerente, multiprofessionale integrato e flessibile, è responsabile di ricercare e acquisire tutte le informazioni epidemiologiche, cliniche e socio assistenziali, necessarie per un’approfondita valutazione nutrizionale  e di rendere disponibili e comprensibili al “lettore”, sia esso professionista, assistito o caregiver, le informazioni dietetico-nutrizionali necessarie al raggiungimento del suo ben-essere, bene-stare, bene-fare».

Voi nel documento sottolineate che servirebbe almeno un Dietista di comunità ogni 40.000-50.000 abitanti. Quanti professionisti bisognerebbe assumere per avere una rete capillare sul territorio?

«Dare una risposta a questa domanda è piuttosto complesso. Il DPCM “Modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel servizio sanitario nazionale” ha definito le strutture territoriali finalizzate a realizzare quanto previsto dalla missione 6 del PNRR. La sensibile rimodulazione dell’assistenza sanitaria dall’ospedale al territorio avrà come probabile conseguenza una diversa ricollocazione delle risorse umane attualmente impiegate nel SSN. Sarà quindi necessario fare un’accurata valutazione dei bisogni di salute dei singoli territori, partendo dalle risorse umane già disponibili. Quindi la risposta non può risolversi semplicisticamente dividendo il totale della popolazione italiana per 40-50000.  Gli standard previsti dal DPCM andranno a regime gradatamente ma è scontato dover prevedere una seria politica di assunzioni per la reale messa in opera del PNRR».

I dietisti possono lavorare sia privatamente che nel Servizio sanitario. Quanti siete e come siete divisi tra pubblico e privato?

«I dietisti attualmente attivi sul territorio nazionale sono quasi 6000. Di questi, circa un terzo lavorano nel pubblico e il resto nel privato, intendendo per esso la sanità privata, le strutture assistenziali per Anziani, le aziende di ristorazione collettiva, gli studi professionali in libera professione, le aziende farmaceutiche e alimentari, l’ambito sportivo etc. Le risorse professionali attualmente impiegate nel SSN non sono sufficienti a dare risposte esaurienti, continuative e coordinate ai bisogni di salute dei cittadini in termini di alimentazione e nutrizione; risulta pertanto fondamentale promuovere nuove assunzioni attraverso concorsi pubblici, soprattutto nelle regioni del Sud. Allo stesso tempo, visto il notevole numero di professionisti che insistono nel privato, le Aziende Sanitarie Locali potrebbero considerare la possibilità di attingere, con altre tipologie di contratti previsti dalla normativa, ai dietisti che lavorano privatamente».

Quanto è importante avere un’assistenza dietetico-nutrizionale personalizzata? Oggi si fa abbastanza attenzione all’alimentazione?

«Stando ai dati epidemiologici degli ultimi decenni, stiamo assistendo ad un aumento delle patologie croniche non trasmissibili (in particolare malattie cardiovascolari, tumori, malattie respiratorie croniche e diabete), oltre ad un invecchiamento diffuso della popolazione, spesso accompagnato da patologie neurodegenerative.

L’emergenza pandemica ha inoltre posto attenzione al ritorno di patologie acute ed infettive e, in particolar modo, al loro impatto sulla popolazione più fragile (soggetti multi patologici e anziani). In tali contesti, la letteratura scientifica evidenzia come l’alimentazione costituisca uno dei principali fattori di protezione o, in prospettiva inversa, di rischio modificabile rispetto alla costruzione del proprio benessere e al trattamento delle patologie acute e croniche non trasmissibili. Inoltre, è nota l’influenza negativa di uno stato nutrizionale compromesso in tutte le implicazioni relative agli aspetti economici correlati. Le conseguenze della malnutrizione incidono infatti per un buon 10% sulla spesa sanitaria e socio sanitaria. Il rischio nutrizionale (cioè la possibilità di eventi avversi correlabili allo stato nutrizionale di un paziente) può concretizzarsi in vari ambiti quali la ristorazione ospedaliera o collettiva, la nutrizione artificiale, la riabilitazione nutrizionale e l’assistenza nutrizionale ai pazienti con patologie croniche e acute (diabete, nefropatie, scompenso cardiaco, BPCO, ictus…). Il processo assistenziale della nutrizione risulta pertanto fortemente correlato al rischio clinico come dimostrano numerosi dati epidemiologici e studi clinici. A tale scopo l’intervento nutrizionale personalizzato dal punto di vista tecnico, sociale ed umano fornito dal dietista, costituisce una strategia a basso rischio e “cost-effective” anche in termini di esiti clinici: riduzione delle complicanze, riduzione della degenza ospedaliera o di eventuali riammissioni, costo dell’assistenza, mortalità, individuando e implementando gli interventi più efficaci, semplici, meno invasivi e costosi, contribuendo inoltre al miglioramento della qualità della vita e alla creazione di una comunità competente, in relazione ai bisogni di salute e benessere espresse dalla comunità stessa. Nonostante tutto ciò la nutrizione non è riconosciuta come bisogno di salute prioritario e l’assistenza nutrizionale, settore fondamentale per la salute dei cittadini, non è riconducibile a prestazioni assistenziali chiaramente definite nei LEA (se non nel nomenclatore tariffario di alcune regioni).

Tale presupposto risulta quindi fondamentale per realizzare un modello di sanità di prossimità, di iniziativa e di comunità, così come descritto nel caso del dietista di comunità, per rispondere in modo appropriato ai bisogni di salute dei cittadini, relativi alla nutrizione».

So che lo ripetete spesso, ma vale la pena ricordare ancora una volta quali sono le differenze tra dietista, dietologo e nutrizionista.

«Premesso che la pluralità dei professionisti che nel nostro paese a vario titolo si occupano di nutrizione rappresenta una ricchezza per il cittadino che in tal modo vede coperti tutti gli ambiti direttamente e/o indirettamente inerenti l’alimentazione e la nutrizione, tuttavia da sempre imperversa la confusione su ruoli e competenze di tali professionisti, specie in relazione all’ambito del trattamento dietetico delle terapie di interesse nutrizionale (dietoterapia). Il dietista esercita una professione sanitaria, il cui esercizio è possibile solo con il conseguimento della laurea in dietistica (oltre ai titoli pregressi riconosciuti equipollenti), afferente alla facoltà di Medicina e Chirurgia. È competente per tutte le attività finalizzate alla corretta applicazione dell’alimentazione e della nutrizione, compresi gli aspetti educativi e di collaborazione all’attuazione delle politiche alimentari. Assicura il processo assistenziale della nutrizione grazie a una specifica formazione in ambito clinico e pertanto si occupa con specifica competenza della prevenzione, cura e riabilitazione delle patologie inerenti la nutrizione.

Quello del dietologo è invece un termine utilizzato per identificare il medico specialista che ha cioè conseguito la scuola di specializzazione in scienza dell’alimentazione riservata ai laureati in medicina e chirurgia, che la distingue da quella dedicata invece a laureati non medici che non ha alcun indirizzo clinico.

Il termine nutrizionista infine è oggi molto usato e abusato ma non identifica dal punto di vista legale/giuridico alcun professionista, né a livello nazionale, né internazionale. “Nutrizionista” va considerato quindi come un aggettivo utilizzato da molti professionisti (medici, dietisti, biologi, farmacisti, laureati in agraria e tecnologie alimentari etc.,) ad integrazione del titolo di base posseduto, in virtù della frequenza di corsi di vario tipo e durata inerenti la nutrizione, (perfezionamento, master, specializzazione, ecc.) i cui obiettivi formativi, competenze e sbocchi occupazionali che ne derivano, sono molto diversi tra loro. Oltre alla platea di laureati citata c’è poi una vasta platea di pseudo-nutrizionisti o sedicenti tali privi di formazione appropriata, ma che millantano conoscenze e competenze in ambito di alimentazione e nutrizione, attuando comportamenti che si configurano come vero e proprio abusivismo professionale».

Quali altri progetti sulla professione avete in cantiere?

«Da un anno circa a questa parte, di concerto con la FNO TSRM PSTRP, siamo impegnati a formulare proposte attuative per il PNRR, impegno iniziato con la realizzazione del documento “Proposte attuative del Piano nazionale di ripresa e resilienza”, elaborato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei TSRM e PSTRP con le Commissioni di albo nazionali delle 19 professioni sanitarie ad essa afferenti. In coerenza e continuità con i contenuti del documento della Federazione, abbiamo realizzato il documento “Il Dietista di comunità nell’équipe territoriale tra prossimità e proattività: il nuovo modello di assistenza dietetico nutrizionale sul territorio e a domicilio”, che approfondisce il ruolo di questa figura nelle strutture sanitarie previste dal DPCM “Modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel servizio sanitario nazionale” e nel contesto della Missione 6 Salute del PNRR. L’obiettivo è quello di fornire uno strumento di approfondimento e supporto che implementi la collocazione del Dietista di comunità nell’équipe multiprofessionale delle Case di comunità e in tutte le strutture territoriali, coerentemente con i bisogni di salute dei cittadini e con gli obiettivi individuati nei piani sanitari regionali e dalle aziende sanitarie territoriali.

Dopo la pubblicazione della Costituzione Etica della FNO TSRM PSTRP, avvenuta lo scorso 3 luglio 2022, stiamo inoltre lavorando ad una necessaria revisione del codice deontologico, la cui ultima revisione risale a 10 anni fa e che in ottemperanza alla legge 42/99 costituisce uno degli elementi che determinano il campo proprio di attività e responsabilità delle professioni sanitarie. Il lavoro, già avviato, ci consegnerà un codice deontologico inserito nella cornice della Costituzione Etica e coerente con il mutato contesto normativo.

Analogamente al codice deontologico, l’evoluzione normativa che ha regolamentato le professioni sanitarie dalla fine degli anni Novanta ad oggi, il contesto post-pandemico, l’evoluzione scientifica e tecnologica che ha caratterizzato in epoche recenti le professioni sanitarie, rendono necessaria anche una revisione del profilo professionale, ormai datato di quasi un trentennio e quindi non più adeguato.  Anche in questo caso il lavoro è avviato così come è in corso una ben più complessa discussione sulla revisione dei percorsi formativi accademici di base e post-base, anch’essi non più adeguati al mutato contesto, per gli stessi motivi che rendono necessaria la revisione del codice deontologico e del profilo professionale. La commissione d’albo nazionale dietisti ha già creato una rete con tutti i coordinatori/direttori delle attività didattiche professionalizzanti dei corsi di laurea in dietistica, per implementare l’applicazione della EBDP (Evidence based Dietetics Practice) nello svolgimento della professione e la condivisione di un metodo di lavoro, di un linguaggio standardizzato e dei contenuti riconosciuti quale riferimento per il lavoro del dietista a livello internazionale».

 

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