Politica 27 Luglio 2020

Contro le fake news in arrivo Commissione d’inchiesta. Bella (M5S): «Così si può fermare la disinformazione»

In Aula alla Camera sta per approdare un Ddl per l’istituzione di una Commissione sulle attività di diffusione di informazioni false o dolosamente ingannevoli. Tra gli ispiratori il deputato e chimico M5S Marco Bella: «I virus, di origine biologica o di tipo disinformativo, si fermano nello stesso modo. Se non riescono a diffondersi, pian piano scompaiono da soli»

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Il tema delle fake news sbarca in Parlamento e stavolta sembra che gli onorevoli vogliano arrivare in fondo. È infatti arrivato in Aula a Montecitorio il testo unificato delle proposte di legge che prevede l’istituzione, ai sensi dell’art. 82 della Costituzione, di una Commissione parlamentare di inchiesta sulla diffusione massiva di informazioni false. Il tema è particolarmente spinoso nel momento in cui il confine tra libertà di pensiero e “attività di disinformazione” a volte è davvero sottile.

A convincere i deputati ha senz’altro contribuito l’enorme mole di “bufale” circolate durante l’epidemia di coronavirus, non solo di ambito scientifico. In realtà la diffusione di notizie false è una pratica diffusa da sempre. Tuttavia i social media e i mezzi di comunicazione di massa stanno contribuendo in modo preoccupante alla loro diffusione.

La Commissione avrà il compito di indagare sulle “attività di disinformazione”, ossia sulle attività di diffusione massiva di informazioni e contenuti illegali, falsi, non verificati, oppure dolosamente ingannevoli sia attraverso i media tradizionali, sia attraverso le reti sociali telematiche e le altre piattaforme tecnologiche analogiche o digitali.

Dovrà poi verificare se l’attività di disinformazione sia riconducibile a soggetti, gruppi o organizzazioni, anche aventi struttura internazionale, che si avvalgano anche del sostegno finanziario di soggetti interni o esteri con lo scopo di manipolare l’informazione e di condizionare l’opinione pubblica.

Un comma specifico le attribuisce il compito di «verificare eventuali attività di disinformazione compiute nel corso dell’emergenza derivante dalla diffusione del Covid-19».

L’obiettivo finale è quello di «proporre l’adozione di iniziative di carattere normativo o amministrativo volte a realizzare una più adeguata prevenzione e un più efficace contrasto dell’attività di disinformazione e della commissione di reati attraverso i media, le reti sociali telematiche e le altre piattaforme analogiche e digitali».

Abbiamo parlato di questo tema con il deputato (nonché professore di Chimica all’università Sapienza di Roma) del Movimento Cinque Stelle Marco Bella, la cui attività di debunker in ambito scientifico si è andata intensificando nel tempo: memorabile la lite alla Camera con la ex M5S Sara Cunial promotrice di un convegno antivaccinista.

Onorevole, innanzitutto le chiedo: che poteri avrà la Commissione e che ruolo potrà svolgere nel contrasto alle fake news?

«La commissione avrà i poteri delle Commissioni d’inchiesta, ovvero prima indagare il fenomeno, ad esempio audendo esperti qualificati, e dopo proporre soluzioni al Parlamento. Tengo a precisare che quella che approverà il Parlamento la prossima settimana sarà la legge che istituisce la Commissione, la quale lavorerà per 18 mesi. Nessun tipo di provvedimento sarà preso prima di aver studiato il fenomeno, e soprattutto condiviso un percorso che possa accogliere le sensibilità di tutte le forze politiche. La linea che divide il contrasto alla disinformazione e la limitazione della libertà di espressione è sottile: bisogna avere molta attenzione quando ci si muove in ambiti così delicati».

Nella proposta istitutiva della Commissione è stato inserito anche un apposito comma sull’emergenza Covid, nel senso che uno dei compiti della Commissione sarà quello di “verificare eventuali attività di disinformazione compiute nel corso dell’emergenza”. Quanta disinformazione c’è stata in questi mesi? Quali sono le fake news che hanno trovato più terreno fertile?

«Paradossalmente, le fake news che si sono diffuse a macchia d’olio sono state proprio quelle più surreali rispetto a quelle invece verosimili. In particolare, i social sono esplosi quando si è parlato di un’ipotetica correlazione tra diffusione del coronavirus e tecnologia 5G. Alcuni blogger su Youtube hanno aumentato i loro follower in modo incredibile postando video nei quali si dava credito a questa frottola. Come detto dal professor Antonio Capone del Politecnico di Milano, bisogna considerare che mille visualizzazioni su questa piattaforma possono ricevere un premio che va dai 3 ai 5 euro. Così, un video che ne riceve tre milioni in una settimana frutta all’autore di disinformazione il guadagno che un infermiere, che combatte in prima linea contro il Covid rischiando la vita, ottiene in un anno intero. È paradossale. E il danno ai cittadini, diretto e indiretto, c’è stato eccome. Ci sono state persone che si sono messe a bruciare per paura le antenne di telefonia mobile, non 5G tra l’altro (fake news all’interno della fake news!). E ci sono stati studenti che non hanno potuto seguire le lezioni da casa, persone che hanno avuto problemi sul lavoro e parenti che non hanno potuto salutare i propri cari. Inoltre, se si inizia a dare credito alla teoria per cui la tecnologia 5G possa avere qualcosa a che fare con il Covid, è purtroppo un attimo passare a ritenere plausibile una cura farlocca contro il tumore, ritardando le terapie che potrebbero invece salvare la vita. Non si possono ignorare questi fenomeni».

A volte è difficile distinguere fra informazioni vere e false ed è capitato che anche media generalmente ritenuti autorevoli abbiano riportato notizie poi rivelatesi false o inattendibili. Persino l’autorevole “Lancet” ha dovuto ritirare alcune pubblicazioni scientifiche perché basate su dati non corretti. Come se ne esce?

«L’arma migliore per difendersi dalla disinformazione è la capacità di analisi critica. Non è la prima volta che l’autorevole rivista Lancet ritira uno studio, è già successo con quello che correlava in modo fraudolento (perché basato su dati falsi) i vaccini con l’autismo, ma è bene ribadire che la comunità scientifica al suo interno ha gli anticorpi giusti. Mi permetta di far notare che un singolo studio da solo, per quanto importante e pubblicato su una rivista prestigiosa, non dimostra nulla, se non quello che è il punto di vista degli autori. La conoscenza scientifica si basa su come il resto della comunità degli scienziati accoglie questi risultati, se li replica o anche se trova delle criticità nell’articolo pubblicato che erano sfuggite nel processo di revisione tra pari. La fallacia è nel ritenere che sia un solo articolo a poterci dare una “verità”, senza pesare opportunamente tutto quello che persone davvero esperte nel campo dicono. La gran parte delle fake news riguardo alle pubblicazioni scientifiche si smontano semplicemente leggendo attentamente gli articoli in questione perché si scopre che quanto riportato in modo sensazionalistico da parte di alcuni giornalisti e disinformatori senza scrupoli semplicemente non è scritto nell’articolo».

Nel suo intervento in Aula lei ha descritto bene il meccanismo che porta alcuni utenti sui social a condividere queste fake news. Cosa si può fare per spezzarlo?

«In realtà una soluzione molto efficace è stata trovata dalla piattaforma Youtube: la “demonetizzazione” dei canali di disinformazione. I disinformatori ne hanno aperti tanti altri, ma sicuramente perdere in un colpo solo tutti i soldi e soprattutto la minaccia che questo potrà ripetersi in futuro è stata una misura più efficace rispetto a qualsiasi censura. Mi permetta però di dire che abbiamo bisogno dell’aiuto dei cittadini, i quali hanno consentito di evitare la diffusione del coronavirus con comportamenti virtuosi come il rispetto delle distanze. I virus, di origine biologica o di tipo disinformativo, si fermano nello stesso modo: se non riescono a diffondersi pian piano scompaiono da soli».

Ha partecipato al convegno promosso da Vittorio Sgarbi “Covid-19 tra informazione, scienza e diritti”. Quale equilibrio si può trovare tra queste tre componenti?

«Chi è eletto in Parlamento parla sempre a tutta la Nazione, non a una platea specifica. Nessun problema a confrontarmi con chiunque, soprattutto su un tema nel quale certezze scientifiche ancora non ci sono. Capisco che per tante persone sia stato difficile essere privati momentaneamente di alcuni diritti, ma anche se adesso la situazione è decisamente migliore di quella di marzo-aprile, con solo l’1% dei ricoveri in terapia intensiva rispetto al picco e un numero di decessi fortunatamente ridotto, l’epidemia non è finita e soprattutto non sappiamo che cosa accadrà in inverno.  Nel film “Il Gladiatore” c’è una scena in cui nell’arena Russell Crowe dice ai suoi compagni di sventura “io non so che cosa verrà fuori da quella porta, ma avremo molte più probabilità di uscire vivi da qua se combattiamo tutti insieme”. E questo è esattamente il modo giusto per affrontare il virus.  Questa emergenza ci ha fatto capire che l’unico modo per venirne fuori è rimanere uniti e adottare comportamenti razionali tutti assieme, pur nella nostra diversità di opinioni. Ci sono molte persone che, legittimamente, hanno dubbi sull’efficacia dell’uso esteso di mascherine anche all’aperto. Rispondere ai dubbi di queste persone è doveroso, al di là del fatto che alcuni, e tra questi ci sono purtroppo politici, usino questi dubbi in modo distorto, in cerca di visibilità, creando conflitti e polemiche. Per imporre regole rigide, ma necessarie, serve spiegarne bene le motivazioni a chi si deve adeguare, e questo vale dai bambini agli anziani. Perché questo è il modo migliore per assicurarsi che le persone comprendano l’intento positivo che sta dietro ogni scelta, in modo da rispettarla con più consapevolezza».

 

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