Politica 20 Novembre 2020 11:04

Calabria, la Caporetto della sanità. I sindaci in piazza: «I nostri cittadini vogliono essere curati come nel resto d’Italia»

Un centinaio di sindaci si sono radunati in piazza Monte Citorio per chiedere al governo di risolvere il problema della sanità calabrese. Conte riceve i primi cittadini di Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia e assicura: «Lavoreremo per superare fase emergenziale»

Calabria, la Caporetto della sanità. I sindaci in piazza: «I nostri cittadini vogliono essere curati come nel resto d’Italia»

“Commissariati e indebitati dallo Stato”. Recitava così uno dei tanti striscioni apparsi a piazza Monte Citorio in occasione della manifestazione dei sindaci calabresi affluiti in massa a Roma per chiedere al Governo di risolvere il groviglio della sanità calabrese. Un centinaio di primi cittadini con la fascia tricolore a tracolla hanno manifestato con estrema compostezza ma con grande determinazione il disagio e la preoccupazione per un servizio essenziale, come la cura della salute, che in Calabria è ormai sempre meno garantito.

La protesta non si è fermata alla piazza ma è arrivata fino a Palazzo Chigi con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha ricevuto il vicepresidente dell’Anci Calabria e i primi cittadini di Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia.

CALABRIA, LE RICHIESTE DEI SINDACI

«Al governo abbiamo chiesto sostanzialmente tre cose: un commissariamento della sanità a tempo, un dialogo costante con i sindaci attraverso una cabina di regia ad hoc, un sostegno economico per uscire dal debito», ha detto Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria, uscendo dall’incontro con il premier. Lo stesso Conte ha poi assicurato che «il governo continuerà a seguire con la massima attenzione l’emergenza sanitaria» e che dialogherà con i sindaci «perché si superi la fase emergenziale».

Ma in piazza non c’erano solo i primi cittadini delle aree urbane più grandi: la folla era composta soprattutto da tanti sindaci di Comuni piccoli e medi dove spesso i servizi sono ancora più rarefatti e il disagio per le cure non garantite è ancora più grande. Quasi tutti hanno chiesto lo stop alla gestione commissariale e in molti auspicano l’azzeramento del debito, che ammonta a 160 milioni di euro. Qualcuno ha anche lanciato l’idea di utilizzare i fondi del Recovery Fund.

«Nel nostro territorio manca praticamente tutto» spiega a Sanità Informazione il sindaco di Rosarno (Reggio Calabria) Giuseppe Idà. Che poi rincara la dose: «Siamo stanchi di essere considerati cittadini di serie B e vogliamo rivendicare il diritto di avere anche noi una sanità che consenta ai nostri concittadini di non dover fare i soliti viaggi della speranza».

A Idà fa eco Orazio Berardi, sindaco di Mangone, piccolo Comune del cosentino: «Da noi c’è quasi rassegnazione. Quando c’è un problema di salute importante pensano tutti subito ad andare fuori regione, a Torino, Bologna, ecc. Abbiamo anche degli ospedali di eccellenza ma c’è il problema dei pochi posti a disposizione. Questo livello di sanità è inaccettabile. Chiediamo un’azione di sostegno, dobbiamo uscire da questo guado. La situazione è sempre stata critica ma la precarietà del nostro sistema sanitario è venuta fuori con il Covid che ha messo a nudo una situazione drammatica».

Secondo Berardi la chiusura dei piccoli ospedali (ne sono stati chiusi 18 negli ultimi anni) ha complicato un quadro già molto precario: «Mi domando perché si vogliono aprire gli ospedali da campo quando abbiamo strutture già funzionanti con i letti e l’ossigeno. Questi ospedali devono tornare a vivere, ovviamente cercando di tagliare anche gli sprechi».

«Ogni giorno sentiamo di concittadini che devono andarsi a curare fuori regione – racconta il sindaco di Lungro (Cosenza) Giuseppe Santoianni -. I cittadini sono rassegnati ma ora è il momento della rivolta civile. Il debito è aumentato per la mala gestione e ora da noi mancano i centri di eccellenza dove uno può curarsi senza fare i viaggi della speranza».

LA QUESTIONE DEL COMMISSARIAMENTO

Tra i nodi più spinosi che il premier Conte si è trovato sul tavolo c’è quello del commissariamento della sanità calabrese che dura ormai da 11 anni senza però aver raggiunto risultati apprezzabili. Un groviglio che si è complicato con il “caso Cottarelli” e la doppia rinuncia prima di Giuseppe Zuccatelli e poi dell’ex rettore Eugenio Gaudio. Secondo molti sindaci la gestione commissariale avrebbe contribuito ad aggravare la situazione. Il perché lo spiega in poche parole il senatore di Forza Italia Marco Siclari, anch’egli in piazza a sostegno dei sindaci calabresi.

«Il disavanzo aumenta di anno in anno con la gestione commissariale – spiega Siclari a Sanità Informazione -. Non essendoci la possibilità di potersi curare perché mancano strutture e reparti, i calabresi vanno a curarsi fuori regione. In questo modo i soldi per la cura di quel cittadino non vanno alla Calabria ma alle altre regioni. Se il rimborso va alle altre regioni in Calabria arrivano meno soldi, quindi si crea disavanzo».

Siclari ha presentato un emendamento al Dl Ristori che prevede l’azzeramento del debito della sanità calabrese: «È la sesta volta che lo presento in due anni e mezzo ma l’hanno sempre bocciato. Speriamo che questa volta vada diversamente».

Come Siclari, tanti sindaci chiedono lo stop al commissariamento. Come Serena Notaro, delegata del sindaco di Caraffa di Catanzaro Antonio Sciumbata: «Non abbiamo possibilità di curarci nei nostri ospedali. Non c’è personale, non ci sono strutture. Il ritardo delle Asl sui tamponi deriva dal fatto che non c’è personale. Per questo chiediamo lo stop al commissariamento e che la gestione della sanità possa tornare alla Regione e ai calabresi».

«La gestione commissariale non ha portato i frutti che ci si aspettava – spiega Giovanna Pellicanò, sindaco di Staiti (Reggio Calabria) -. Noi siamo qui per dimostrare che se si vuole risollevare le sorti della sanità calabrese è necessario che ci sia un’inversione di marcia. La migrazione sanitaria è un dato di fatto. C’è questo legame tra sanità pubblica e privata. Spesso si preferisce il privato piuttosto che il pubblico. Così la sanità pubblica è diventata la sorella minore della sanità privata. Ma il Covid ci ha dimostrato che è quella pubblica che dà il primo soccorso».

LA GESTIONE DEL COVID

Le ultime settimane sono state settimane di zona rossa in Calabria. Una zona rossa decisa non per il livello di contagio (la Calabria ha uno degli indici Rt più bassi d’Italia) ma proprio per le carenze del sistema sanitario, soprattutto i posti in terapia intensiva.

«Le USCA sono state istituite ma non funzionano» confessa il sindaco di Firmo, comune del cosentino cuore della Calabria arbëreshë, Giuseppe Bosco. «Ho avuto il Covid e sono stato ricoverato 33 giorni a Cosenza» rivela il sindaco di Rogliano (Cosenza) Giovanni Altomare che aggiunge: «Questo vuol dire che ci sono anche delle eccellenze in Calabria che però troppo spesso non sono valorizzate così come il personale. In Calabria hanno chiuso 18 ospedali. Questo ha congestionato gli ospedali hub come quelli di Reggio Calabria e di Cosenza. Oggi non ci sono più gli ospedali di periferia».

«Proprio in questi giorni un cittadino ha avuto un problema di salute abbastanza serio ed è stato costretto ad andare a Milano, dovendo sostenere spese incalcolabili. Le eccellenze ci sono anche nella nostra regione ma non funziona l’intero sistema» spiega il sindaco di Santa Sofia d’Epiro (Cosenza) Daniele Atanasio Sisca: «La medicina del territorio in tempi normali regge ma in situazioni emergenziali come questa non funziona e il tempo per prepararsi a questa emergenza c’è stato. È mancata quella preparazione che poteva essere fatta».

 

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