Voci della Sanità 23 Novembre 2020 20:22

Covid-19 e USCA, il “Comitato cure domiciliari” diffida la Regione Lazio ad implementarle

 

Nel Lazio invece di una unità di una unità speciale ogni 50mila abitanti nel Lazio ce ne sarebbe una ogni 326.600. Per questo il Comitato per il diritto alla cura tempestiva domiciliare nell’epidemia di Covid-19” guidato dall’avvocato Grimaldi ha diffidato la Regione ad implementare ed attivare tempestivamente il numero delle USCA

La Regione Lazio finisce del mirino del “Comitato per il diritto alla cura tempestiva domiciliare nell’epidemia di Covid-19” che ha presentato una istanza di accesso formale agli atti e una contestuale diffida all’adeguata implementazione delle USCA, nel rispetto del D.L. 14/2020, per garantire tempestiva assistenza domiciliare, con adeguata e precoce terapia, ai pazienti Covid-19. Autore della diffida è il Presidente del Comitato, l’avvocato Erich Grimaldi che da mesi chiede l’implementazione delle cure domiciliari dei pazienti affetti da Covid-19.

Al centro delle contestazioni del Comitato è finita la gestione delle USCA, le Unità Speciali di Continuità Assistenziale, effettuata dalla Regione Lazio. Istituite con il D.L. 14/2020 del 9 marzo 2020, avrebbero dovuto essere, secondo la disposizione normativa, in numero di una unità speciale ogni 50mila abitanti, ma molte regioni (tra cui il Lazio) non si sono adeguate a questa prescrizione.

«L’istituzione delle USCA, costituite da personale protetto dai dispositivi di protezione individuali, completi di scafandri e doppia mascherina – si legge nella diffida – avrebbe consentito di intercettare i pazienti prima del ricorso a cure ospedaliere, ovvero prima che manifestassero una sintomatologia respiratoria importante e, per i quali era indispensabile una valutazione medica immediata con esecuzione del tampone a domicilio, ecografia polmonare, esami ematologici, elettrocardiogramma, saturazione emoglobinica arteriosa. Il Comitato istante rileva che solo il ricorso all’assistenza e alle cure precoci domiciliari avrebbero potuto ridurre le ospedalizzazioni, nonché limitare i decessi e la decisione di non istituirle, entro i termini legislativamente assegnati, nel rispetto del predetto D.L., aumentava il rischio di cura e di sopravvivenza».

Secondo il Comitato la regione Lazio, così come le altre regioni, aveva dieci giorni di tempo per l’istituzione delle USCA. Ma secondo il Comitato, invece, «solo in data 20 aprile 2020, veniva adottata la Determinazione di Approvazione del Regolamento di funzionamento dell’USCAR del Lazio (e non delle USCA come disposto dal D.L.), il cui modello organizzativo, verticalizzato verso l’Ospedale Spallanzani, eliminava, alla radice, il necessario raccordo con le ASL territoriali, peraltro, mortificando la necessaria diversificazione delle tipologie di intervento sulle quali le predette Unità operative avrebbero dovuto intervenire».

Invece delle USCA, la Regione Lazio ha istituito le USCAR (Unità Speciali di Continuità Assistenziale Regionale) che secondo Grimaldi hanno svolto un compito del tutto diverso da quello originariamente previsto: hanno effettuato sola attività di screening, test e tamponi con camper posizionati principalmente in zone rosse o focolai. «Le USCAR venivano utilizzate, quindi, per eseguire tamponi nei drive-in, di fatto sobbarcandosi il compito dei SISP ovvero dei Servizi di igiene e sanità pubblica, preposti alla prevenzione dell’epidemia nei dipartimenti delle Asl territoriali».

La Regione Lazio ha così demandato ai MMG ed ai PLS l’onere delle visite domiciliari ai pazienti affetti da Covid-19 o sospetti positivi, impegno per altro contestato dalla sentenza del TAR del Lazio n. 11991 del 10-16 novembre 2020. Solo dopo l’estate la Regione ha emesso il bando relativo all’implementazione delle USCA.

Il Comitato chiede che la Ragione Lazio debba fare chiarezza sull’utilizzo dei fondi statali, destinati all’istituzione e all’implementazione delle USCA dato che in base ai dati in suo possesso «dispone di una USCA, per l’assistenza domiciliare, ogni 326,600 abitanti» si legge nell’istanza.

«L’istante Comitato ritiene opportuno precisare che il protocollo della Regione Lazio, diramato con nota del 6 aprile 2020, subordinava, in maniera anomala e non condivisa, il trattamento farmacologico all’accertamento della positività del paziente, provvedimento, poi, sospeso dal TAR Lazio. La predetta metodologia di intervento, in ogni caso, poteva, e può, essere garantita solo attraverso l’adeguata implementazione delle USCA anche oltre il limite minimo, di una unità ogni 50mila abitanti, stabilito dal legislatore, a nulla rilevando il numero di USCAR istituite al solo scopo di effettuare test e tamponi».

Grimaldi rileva che «nonostante il decorso di diversi mesi, rispetto alla prima ondata, è mancata un’adeguata programmazione per la seconda e senza rafforzare la medicina territoriale, nonostante il grande impegno degli operatori sanitari, l’intera rete è collassata».

Proprio per tutti questi motivi il “Comitato Cura Domiciliare Covid” chiede di conoscere i dati reali relativi all’attivazione delle USCA e ha fatto istanza di accesso a tutti gli atti emessi dalla Regione Lazio, in ordine all’istituzione delle USCA, nonché al numero di USCA effettivamente attive su ogni territorio, al numero di interventi domiciliari svolti dalle USCA, con riferimento ai positivi sintomatici, nonché alla rendicontazione delle somme stanziate, per le linee di azioni previste per l’assistenza territoriale (USCA; cure domiciliari; infermieri di comunità; etc.).

La Regione Lazio è stata diffidata ad implementare ed attivare, tempestivamente, il numero delle USCA. Grimaldi è pronto a denunciare eventuali inadempienze alle Autorità giudiziarie competenti, al fine di garantire la tutela del diritto alla salute dei cittadini della regione Lazio.

 

 

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