Mondo 13 Novembre 2020

Covid-19, Londra tra soft lockdown e attesa per il vaccino. Il racconto di un medico italiano

Francesco Logiudice, cardiologo: «Gli ospedali si sono organizzati meglio. No alla mascherina in strada, negozi e uffici chiusi, ma scuole aperte»

di Federica Bosco
Covid-19, Londra tra soft lockdown e attesa per il vaccino. Il racconto di un medico italiano

Un lockdown soft in attesa del vaccino. Il Regno Unito, che sfiora 1,3 milioni di contagi con un totale di oltre 50 mila decessi dall’inizio della pandemia, sta affrontando la seconda ondata di Covid con una chiusura meno stringente, una migliore organizzazione negli ospedali e una grande aspettativa per il vaccino. A confermarlo è Francesco Logiudice, cardiologo da tre anni a Londra all’Hammersmith Hospital che, raggiunto telefonicamente a fine turno nel suo ospedale Covid free, ci porta virtualmente a Londra per capire come si vive nella metropoli britannica in questi giorni di attesa per il vaccino e di chiusura per fronteggiare la seconda ondata del Sars-CoV-2.

Dottor Logiudice, a Londra si respira ottimismo per il vaccino?

«Tutto sembra essere pronto per le prime somministrazioni e questo dà un senso di maggiore tranquillità oggi rispetto alla prima ondata. Ciò non significa che si sia abbassata la guardia, anzi siamo in lockdown da 15 giorni. Un lockdown meno stringente, la gente può muoversi in caso di necessità o per lavoro, senza bisogno di autocertificazioni, ma comunque restrittivo per negozi, attività commerciali e professionali che sono chiuse. Le scuole però sono rimaste aperte, il governo ha deciso di non penalizzare l’istruzione e tutti i ragazzi vanno regolarmente a lezione. Anche l’università è in presenza fino a fine novembre, dopodiché per agevolare il rientro a casa per le vacanze natalizie degli studenti fuori sede, che nel Regno Unito sono molti, si passerà alla didattica a distanza. Gli studenti verranno sottoposti al tampone e se risulterà negativo potranno fare ritorno a casa.  Per strada però non è obbligatoria la mascherina, se non sui mezzi di trasporto e nei luoghi chiusi, tutto ciò in attesa del momento in cui il vaccino verrà destinato alle prime fasce di popolazione selezionate».

Chi saranno  i destinatari delle prime dosi di vaccino?

«Le notizie locali dicono che il sistema sanitario si prepara ad erogare il vaccino e si stanno organizzando con i gruppi a cui somministrarlo. Si partirà dai più anziani che vivono nelle case di cura, quelli più esposti alle complicanze, chi lavora nelle RSA e poi medici e operatori sanitari. Una volta esaurita questa fascia di popolazione, il resto sarà scaglionato in gruppi di cinque anni a partire dagli ottantenni fino ai sessantenni. Le scorte sono limitate, non si riesce a coprire tutta la popolazione subito quindi si inizia dai più esposti e vulnerabili».

Il vaccino sarà la soluzione?

«Ne sapremo di più strada facendo, ma fino ad oggi i dati del vaccino sviluppato falla Pfizer ci fanno ben sperare. Come l’antinfluenzale, anche questo vaccino dovrà essere rifatto ogni anno o al massimo due. Nel frattempo, si concluderanno altri studi, ad esempio quelli condotti ad Oxford per un altro vaccino, che pur con caratteristiche lievemente diverse può dare risposte soddisfacenti. Ciò che conta è riuscire a tenere sotto controllo i contagi e i ricoveri in ospedale, in modo da permettere al sistema sanitario di gestire tutte le emergenze, anche quelle non legate al Covid».

Come è cambiata la percezione della malattia nel Regno Unito? 

«Oggi c’è maggiore rilassatezza, la paura è meno evidente. Il vaccino ha un grande merito, ma dando uno sguardo ai numeri è evidente che c’è stato un aumento dei positivi, come era prevedibile perché sono stati fatti più tamponi. Per contro sono più bassi sia i numeri relativi ai ricoveri che ai decessi, perché oggi sappiamo meglio come gestire il virus prima che si complichi il quadro clinico: come dosare antibiotici, anticoagulanti e cortisone, così come gestire la ventilazione. Resta comunque una patologia che non ha una cura specifica e, se nella maggior parte dei casi si risolve senza ricovero, c’è ancora un 10% di malati che necessita di terapia intensiva. Mentre in Italia nonostante il preavviso di una possibile seconda ondata, il Covid ha messo in crisi ancora il sistema sanitario di molte Regioni, nel Regno Unito invece è stato fatto tesoro della prima fase di pandemia per correggere e migliorare la resa delle strutture. Gli ospedali sono stati divisi tra istituti Covid e Covid free, una scelta che permette di tenere separati i malati e non trascurare al tempo stesso chi soffre di altre gravi patologie. Questo sembra non sia avvenuto in Italia dove si è investito sui banchi con le rotelle e non sulla riorganizzazione della sanità».

Come stanno reagendo invece i tanti italiani che vivono nel Regno Unito?

«Agli italiani che vivono nel Regno Unito e che si sentono abbandonati da un sistema che prevede l’attivazione di esami e specialisti solo in casi gravi, dico che non è così in realtà. Vorrei tranquillizzarli dicendo che il sistema sanitario pubblico inglese funziona bene, ma se avvertono il bisogno di una consulenza con uno specialista italiano, esiste una rete di professionisti con ambulatori privati in grado di dare risposte ai connazionali, consultabili sul web o tramite il Consolato».

 

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