Lavoro 6 Ottobre 2020

Tamponi Covid, cosa rischia il medico che ne prescrive troppi (o troppo pochi)? Intervista all’Avv. Hazan

«La Legge Gelli è poco applicabile a questi casi perché si fonda sul rispetto delle linee guida. Ma nel caso del Covid non c’è una comprensione esatta di cosa si debba fare»

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In un articolo pubblicato la settimana scorsa su Sanità Informazione, il professor Filippo Festini dell’Università degli Studi di Firenze ha sollevato il problema dei tamponi Covid sui bambini, sostenendo che troppe prescrizioni non tengono conto dei rischi intra-procedurali. Un tema specifico che però fa riflettere anche sul problema generale della prescrizione dei tamponi a pazienti che manifestano sintomi riconducibili al Covid o che risultano asintomatici. Siamo di fronte ad un caso di medicina difensiva? E cosa rischia (se rischia qualcosa) un medico che prescrive troppi (o troppo pochi) tamponi, anche alla luce della Legge Gelli-Bianco sulla responsabilità professionale? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Maurizio Hazan, tra i principali esperti in Italia di responsabilità professionale in sanità.

Avvocato Hazan, ha letto l’articolo pubblicato su Sanità Informazione a firma del professor Festini? Cosa ne pensa?

«In quell’articolo viene evidenziato che esistono delle situazioni correlate alla difficoltà di avere una collaborazione attiva da parte del paziente piccolo. È chiaro che, in casi del genere, si potrebbe entrare nella sfera della responsabilità nel momento in cui vengono creati dei danni. Su questo non c’è dubbio».

Se un medico sbaglia qualcosa nel fare il tampone può essere denunciato?

«Certamente. Poi, se a ciò corrisponda un errore tecnico o un rischio ineliminabile, questo è da capire. Bisogna insomma comprendere se questo tipo di rischi siano preventivabili e comunicabili al paziente, e quindi in qualche modo ineliminabili. Senz’altro si può dire che, a fronte di un maggior grado di rischio dato dal tipo di paziente e dalla maggior probabilità che si verifichi un qualche evento riconducibile o meno alla responsabilità, il rischio che poi qualcuno ti chieda conto sicuramente c’è».

In quell’articolo si parla anche di medicina difensiva. È possibile che si verifichino dei casi di medici che prescrivono il tampone anche se non necessario? Considerando che la sintomatologia di Covid e influenza stagionale sono simili, è un caso che si può verificare?

«Sicuramente è una situazione che si verifica, nel senso che i tamponi precauzionali oggi sono la regola. Può succedere e accadrà sicuramente che, con l’equivoco sintomatico, verranno effettuati tantissimi tamponi solo per capire se una persona è positiva o no. Questo però attiene a tutte le incertezze che il Covid porta con sé. È difficile parlare di medicina difensiva per come la conosciamo, visto che ci sono sintomi facilmente confondibili. Discorso diverso sarebbe se venisse qualcuno a dirci che esistono dei sintomi riconducibili solo ed esclusivamente al Covid. Questo però ce lo deve dire la medicina, ma con linee guida convincenti».

La Legge Gelli è applicabile a questi casi?

«La Legge Gelli è poco applicabile a questi casi perché si fonda sul rispetto delle linee guida. La responsabilità per colpa, tendenzialmente, si ha nel momento in cui la condotta espressa dalle linee guida non viene eseguita o correttamente adempiuta. Ma nel caso del Covid, quali sono le condotte idonee, quali sono le linee guida? Non ci sono ancora. Non c’è una comprensione esatta di cosa si debba fare».

E invece, se un medico ha di fronte un paziente che ha sintomi che possono essere tanto dell’influenza quanto del Covid, cosa rischia nel caso in cui non prescrive il tampone e poi quello stesso paziente scopre di essere positivo? Rischia una denuncia?

«Potrebbe, certo. Il problema è lo stesso ma visto da parti opposte. In assenza di sicurezze, quali regole devo rispettare? La medicina difensiva non è soltanto un problema di dispendio di soldi. Questo potrebbe essere un classico evento di medicina difensiva in cui sottopongo qualcuno ad alcuni esami anche invasivi e non necessari e creo dei danni. Quindi parliamo di una medicina difensiva con una iperprescrizione di attività che possono essere dannose. Conseguentemente, abbiamo un profilo di responsabilità non soltanto economica ma anche civilistica. Al contrario, se non eccedo e faccio meno di quel che si deve fare, se seguo la raccomandazione più lasca secondo cui “stiamo esagerando, controlliamo solo i sintomatici”, è chiaro che è più facile che vi sia una responsabilità. Questo è sicuro. Tra i due estremi, in mancanza di una risposta netta in termini generali, meglio essere prudenti che non esserlo. Il rischio in termini di responsabilità è molto maggiore nel non fare che nel fare. È la mancanza di elementi e riferimenti certi che rende la situazione problematica. Mentre la medicina difensiva è, sostanzialmente, una forma di cautela rispetto a riferimenti che sono abbastanza certi, in questo caso i riferimenti sono molto ballerini. Bisognerebbe dunque avere il coraggio di abbassare gli oneri di responsabilità per soluzioni più serene».

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