Lavoro 16 Marzo 2020

Storie al limite, timori e paradossi: la vita degli infermieri nell’emergenza Coronavirus

Dalla paura di contagiare i propri familiari alla mancata tutela degli operatori con malattie croniche, due testimonianze dalla prima linea nella guerra contro il virus: «Sembra che siamo i più sacrificabili, ma se veniamo meno noi crolla tutto il sistema»

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Chi sta combattendo in prima linea la guerra contro il Coronavirus ha paura. Ha paura per la propria salute e, soprattutto, per quella dei propri familiari. Una volta tornati a casa, con i segni delle mascherine sul volto e 12 ore di turni in trincea sulle spalle, la paura di contagiare i propri cari è forse ancor più grande di quella di essere stati contagiati.

Sanità Informazione ha raccolto due testimonianze, due storie che lasciano trasparire le falle di una gestione a tratti maldestra, se non negligente, dell’emergenza Coronavirus sia nell’ambito degli ambienti di lavoro (e delle categorie di lavoratori) più sensibili e a rischio, sia nei criteri secondo i quali vengono fatti i tamponi, quindi la fase di “screening”. Non testare gli asintomatici potrebbe rivelarsi un boomerang e dare vita ad una serie di contagi sommersi la cui onda d’urto sarebbe difficile da reggere per il nostro SSN.

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La prima storia è quella di G., infermiere a Cremona, che ci racconta: «Ho fatto un primo tampone risultato negativo intorno al 23 febbraio. Ne ho fatto poi un altro la settimana scorsa, e questo è invece risultato positivo. Non ho mai avuto sintomi, ma lavorando in un pronto soccorso dove si sono avuti diversi casi di pazienti affetti da Coronavirus si è ritenuto giusto procedere in questa direzione. Purtroppo, dicevo, il risultato di questo secondo tampone è stato positivo. In questo lasso di tempo sono stato però ovviamente a contatto con la mia famiglia: ho una compagna e tre bambini piccoli. Non è per me che sono preoccupato, ma per loro».

Nonostante le precauzioni, si naviga a vista, in una situazione paradossale: «Ho cercato di attuare tutte le norme di prevenzione anche prima di sapere di essere positivo ma sa, per un padre di famiglia è complicato. A mia moglie non hanno comunque fatto il tampone perché asintomatica. Ai miei bambini hanno invece fatto tampone e lastre, queste ultime sono negative mentre per i risultati dei tamponi dovremo attendere ancora qualche giorno. La mia compagna – aggiunge – ha turni di lavoro opposti ai miei: se non c’è lei coi bambini, devo esserci per forza io. La nostra casa è grande ma ha un solo bagno, per dirne un’altra, e questi sono problemi a maggior ragione adesso che ho scoperto di aver contratto il virus. L’azienda di mia moglie, nonostante la possibilità che sia positiva anche lei, le ha chiesto di recarsi comunque al lavoro. Lei ora è potuta rimanere a casa solo perché ha chiesto un certificato per i bambini, altrimenti con loro ci sarei rimasto comunque solo io, nonostante io sia positivo. Nel frattempo – continua – cerco di stare il più distante possibile da loro, intanto penso a tutti i miei colleghi in prima linea nel combattere questa guerra e mi dispiace non poter essere d’aiuto».

Ma questo virus, come se l’è preso? «Glielo confesso: non ne ho idea. Al lavoro avevamo tutti i DPI e li utilizzavamo scrupolosamente. Sarà successo banalmente andando a fare la spesa al supermercato. È per questo che non mi stancherò mai di ripetere: restate a casa, non abbassate mai la guardia, mai. È un virus subdolo, che colpisce quando meno te lo aspetti. E soprattutto credo che i tamponi dovrebbero essere effettuati con criteri diversi, anche agli asintomatici, soprattutto se entrano in contatto con dei positivi. Perché altrimenti vengono a crearsi situazioni paradossali, come quella che sto vivendo io».

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La seconda storia riguarda una giovane operatrice sanitaria lombarda, che preferisce rimanere anonima. «Sono un’operatrice sanitaria, sì, ma sono anche una malata cronica. Soffro di BPCO, broncopneumopatia cronica ostruttiva, e non sono stata assolutamente tutelata in questa circostanza di emergenza da Coronavirus». Così inizia il suo racconto.

«La mia patologia costituisce un importantissimo fattore di rischio in caso di infezione da Coronavirus – spiega – e molti dei casi ricoverati in terapia intensiva e dei decessi da Covid-19 presentavano, appunto, una situazione pregressa di BPCO. Purtroppo la mia azienda, nonostante i numerosi casi positivi arrivati al nostro ospedale, non si è attivata in alcun modo nei miei confronti, non mi è stato concesso un esonero, pur essendo il mio medico competente a conoscenza delle mie condizioni di salute. Inoltre abbiamo lavorato su turni di 12 ore, laddove la durata di una mascherina è di 8 ore, quindi anche in una situazione di potenziale rischio».

Per fortuna, qualcuno c’è stato, a venirle incontro: «È stato il mio medico di famiglia – osserva – ad intervenire di sua iniziativa, facendomi un certificato di malattia grazie al quale ho ottenuto di poter astenermi dal lavoro dal 26 febbraio, pochi giorni dopo lo scoppio dell’epidemia. Temo molto il momento in cui dovrò rientrare in servizio, temo per la mia vita perché nel mio caso, con ogni probabilità, non si tratterebbe di qualcosa di paragonabile a una brutta influenza, ma di ben altro». E denuncia: «Purtroppo noi operatori sanitari siamo lasciati a noi stessi. Io sfido che tra di noi non ci sia almeno qualche caso di positività, ma non veniamo presi in considerazione se asintomatici. Vedo molta superficialità nei nostri confronti – conclude – perché a volte mi sembra che siamo considerati i più sacrificabili, eppure siamo noi in prima linea ogni giorno, siamo noi a sporcarci le mani, e se veniamo meno noi, crolla tutto il sistema».

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