Lavoro 12 Aprile 2022 17:54

Rebus riforma IRCCS, ancora irrisolti i nodi dello status dei ricercatori e il collegamento con il territorio

In commissione Affari sociali prosegue l’iter della legge delega che vuole riorganizzare il regime giuridico degli IRCCS. La disciplina è ferma al 2003. Da Mantovani ad Ippoliti, le ricette dei Direttori

di Francesco Torre
Rebus riforma IRCCS, ancora irrisolti i nodi dello status dei ricercatori e il collegamento con il territorio

Attesa da tempo, è una delle riforme previste all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ora in commissione Affari sociali alla Camera si sta per chiudere l’esame della legge delega per il riordino della disciplina degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico – IRCCS che dovrà essere attuata entro la fine del 2022. Una riorganizzazione che va a toccare le eccellenze della sanità italiana e che andrà fatta a costo zero. La revisione e l’aggiornamento dell’assetto regolamentare e del regime giuridico di tali Istituti e delle politiche di ricerca del Ministero della salute avrà l’obiettivo di rafforzare il rapporto fra ricerca, innovazione e cure sanitarie.

Del resto, l’attuale disciplina, risalente al 2003, è ormai datata ed è sorta quando operavano 35 Istituti, in maggioranza pubblici. Il numero è progressivamente cresciuto negli anni, fino agli attuali 52, di cui 30 in regime di diritto privato.

Gli obiettivi della riforma

Molteplici ed ambiziosi gli obiettivi che il governo si è dato. In primo luogo, quello di potenziare il ruolo degli IRCCS, quali istituti di ricerca e assistenza a rilevanza nazionale, e di revisionare i criteri per il riconoscimento del carattere scientifico, per la revoca o la conferma, su base quadriennale, differenziando e valorizzando gli IRCSS monotematici (per singola materia) e IRCCS politematici (per più aree biomediche integrate), introducendo criteri e soglie di valutazione elevati, riferiti all’attività di ricerca, secondo standard internazionali, all’attività clinica e assistenziale.

La riforma prevede, ai fini del riconoscimento della qualifica di IRCCS, anche criteri di valutazione riferiti in via prioritaria alla localizzazione territoriale dell’istituto, all’area tematica oggetto di riconoscimento e al bacino minimo di utenza per ciascuna delle aree tematiche. Deve essere inoltre garantita un’equa distribuzione territoriale.

Si punta, poi, a disciplinare le modalità di accesso da parte di pazienti extraregionali alle prestazioni di alta specialità erogate dagli IRCCS, secondo principi di appropriatezza e di ottimizzazione dell’offerta assistenziale del SSN, prevedendo meccanismi di adeguamento dei volumi di attività, nell’ambito dei budget di spesa complessivi regionali.

Altro tema è quello di regolamentare, per gli IRCSS aventi sedi in più Regioni, le modalità di coordinamento a livello interregionale della programmazione sanitaria delle sedi secondarie, anche mediante sistemi di accreditamento e di convenzionamento uniformi.

Sul fronte della ricerca, due gli obiettivi prioritari: procedere, in relazione agli IRCCS pubblici e agli Istituti zooprofilattici sperimentali (IZS), alla revisione della disciplina del personale della ricerca sanitaria prevista dalla legge di bilancio 2018 e assicurare che l’attività di ricerca degli IRCCS sia svolta nel rispetto dei criteri internazionali di trasparenza e di integrità della ricerca, anche mediante la promozione di sistemi di valutazione d’impatto della ricerca sulla salute dei cittadini.

Le audizioni in commissione Affari sociali

Numerose le audizioni effettuate in commissione, tra sindacati, rappresentanti degli IRCCS privati e pubblici, istituzioni private e associazioni dei ricercatori.

Giuseppe Ippolito, Direttore generale della ricerca e innovazione in sanità del Ministero e a lungo Direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, sottolinea la necessità di incidere sulla cosiddetta Piramide della ricerca: «Atteso che senza risorse umane è impossibile fare ricerca e mantenere i livelli di eccellenza e competitività, raggiunti in Italia ed all’estero, e che gli IRCCS non possono prescindere dall’attività dei propri ricercatori, si prevede di rafforzare il ruolo del personale di ricerca sanitaria al fine di consentire loro un percorso professionale assimilabile a quello degli altri enti del mondo della ricerca».

Il tema dello status dei ricercatori degli IRCCS è stato uno dei più dibattuti. Anche il professor Gennaro Ciliberto, Direttore scientifico dell’Istituto Nazionale Tumori “Regina Elena”, ha parlato a tal proposito di «punto dolente» sottolineando che «il personale della ricerca sanitaria con funzioni di ricerca è inquadrato con contratto del comparto. Già da solo questo fatto fa sì che l’offerta non sia competitiva rispetto a posizioni presso le Università oppure enti di ricerca come il CNR. Ma altro grande problema è la assoluta mancanza di un percorso che possa portare i migliori talenti tra ‘i piramidati’ ad una stabilizzazione con contratti a tempo indeterminato nell’interno del SSN con fondi regionali».

Stesso problema sollevato da Paolo Baili, rappresentante dell’Associazione Ricercatori in Sanità, che ha criticato la Piramide della ricerca: «Contrariamente alle attese del Legislatore, la Piramide della Ricerca non ha migliorato la situazione della ricerca sanitaria pubblica, ma in vari casi l’ha peggiorata. Questo è dimostrato nel confronto della situazione tra 2019 e 2021: nel dicembre 2019 gli IRCCS (e IZS) hanno assunto il personale storico della ricerca sanitaria: circa 1800 tra ricercatori sanitari e collaboratori alla ricerca con il contratto a tempo determinato 5+5 anni. A dicembre 2021 risulta, da dati utilizzati dal Ministero per le stime di questo disegno di legge, che dei circa 1800 iniziali assunti a tempo determinato ne siano rimasti 1290. La riduzione del personale della ricerca sanitaria nei primi due anni di Piramide della Ricerca è stata superiore al 25%».

Per Massimiliano Raponi, Direttore Sanitario dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, «è auspicabile che gli IRCCS assumano il ruolo di poli di eccellenza in modelli di rete con i Centri di I livello e la medicina territoriale. Nello specifico ambito pediatrico, le patologie pediatriche comportano importanti ricadute personali, familiari e sociali, in particolare per pazienti cronici la cui malattia impatta sulla qualità della vita dell’intera famiglia. Per la pediatria, le attuali regole di remunerazione dei ricoveri non consentono un’adeguata copertura dei costi sostenuti, per i limiti dei DRG nel classificare tale casistica. Sono necessari dei correttivi del sistema, che consentano di riconoscere i maggiori costi dell’assistenza erogata ai pazienti complessi trattati dagli IRCCS, in particolare nell’ambito pediatrico».

Qualche correttivo è stato suggerito anche dal professor Alberto Mantovani, Direttore Scientifico dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas: un punto critico è il finanziamento della ricerca corrente degli IRCCS che è rimasto stabile per molto tempo, a fronte di un sostanzioso aumento del numero di istituti beneficiari. Per questo bisogna stanziare maggiori risorse a fronte dei nuovi riconoscimenti di IRCCS». Per Mantovani è poi essenziale «una programmazione a medio termine: il finanziamento corrente, oggi annuale, dovrebbe tenere conto del fatto che l’attività di ricerca richiede una programmazione di almeno 3-5 anni».

Tra i sindacati, la CISL, nel documento depositato, sottolinea che non sempre l’assegnazione del titolo di IRCCS ha corrisposto nella realtà quotidiana ai requisiti attesi: «Infatti – si legge – al netto delle competenze e della retribuzione media dei ricercatori, che in tanti casi sono precari, spesso non sono giustificabili le differenze tra i finanziamenti pubblici ricevuti dai diversi IRCCS, soprattutto quando si va a verificare il numero di ricercatori, la produzione scientifica misurata con impact factor, la capacità di attrarre finanziamenti esteri», mentre la CGIL contesta l’invarianza dei costi: Aver previsto che la legge delega intervenga a invarianza dei costi: «Così di fatto è impossibile un vero intervento di riordino, in modo particolare sulla possibilità di portare finalmente anche il nostro Paese a un livello di finanziamento della ricerca sanitaria pari a quello degli altri Paesi dell’Unione Europea».

 

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