Giovani 23 Marzo 2020

«Non possiamo tirarci indietro, dobbiamo dare una mano». Parla uno degli 8mila medici che hanno aderito alla task force della protezione civile

Chiara Errera, giovane medico intrappolato nell’imbuto formativo: «Daranno priorità ai colleghi specializzati, ma io mi sono resa comunque disponibile. Anche se in corsia ci si tutela con i sacchi dell’immondizia»

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Chiara Errera non ci ha pensato due volte. Ha letto che la protezione civile cercava 300 medici per far fronte all’emergenza coronavirus e si è candidata, insieme ad altri 7900 colleghi. Una chiamata alle armi, il “We want you” del 21esimo secolo per reclutare soldati in camice bianco pronti a combattere una guerra contro due nemici invisibili: il virus, e il tempo.

«In quanto medici non possiamo tirarci indietro – ci dice la dottoressa Errera -. E quando vedi in televisione colleghi che lavorano 24 ore al giorno, quasi a mani nude, ti senti in colpa per non poterti rendere utile. Ho aderito al bando in modo istintivo e assolutamente spontaneo. Lo senti dentro l’istinto di dover dare una mano in una situazione così grave come quella che stiamo vivendo. L’amara verità è che questa è una guerra. E ha ragione Conte, è il periodo più difficile che il nostro Paese è chiamato ad affrontare dal secondo dopoguerra».

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La dottoressa, di Viterbo, è un camice grigio. Uno di quei tanti giovani medici abilitati rimasti intrappolati nell’imbuto formativo perché non sono riusciti ad accaparrarsi un posto in una scuola di specializzazione. «Spero che questa situazione faccia riflettere sulla carenza di specialisti e sul numero insufficiente di posti nelle scuole, che deve essere aumentato il più possibile. Per far fronte all’emergenza hanno chiamato medici in pensione e colleghi stranieri, quando noi giovani che vorremmo fare tanto di più siamo penalizzati e dobbiamo restare a casa perché non abbiamo il titolo della specialistica».

«So che chi si occupa della task force, quindi, darà la precedenza a colleghi specializzati e al personale che è in grado in gestire una terapia intensiva, però se dovessero servire altre persone io mi sono comunque resa disponibile». Nonostante uno Stato che le ha chiuso le porte in faccia quando ha provato a proseguire il suo percorso formativo, e che non è in grado di assicurare a tutte le sue truppe adeguati dispositivi di protezione.

«Alcuni colleghi hanno terminato i camici idrorepellenti e si stanno proteggendo con i sacchi dell’immondizia – racconta -. Il rischio quindi c’è, ed è elevato. Spero di non dovermi trovare in una situazione simile. So che il Governo si sta mobilitando per farci arrivare le mascherine, speriamo bene».

«Dobbiamo essere tutti uniti nel combattere questo mostro e cercare di uscire il prima possibile da questo incubo – conclude Chiara Errera -. Noi medici combattendo, i cittadini restando a casa e uscendo il meno possibile. E speriamo che questo sforzo comune possa aiutarci a superare questa situazione allucinante il prima possibile».

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