Lavoro 7 Gennaio 2019

SSN, nel 2025 mancheranno 16.500 specialisti. L’allarme dell’Anaao: «È vera emergenza nazionale»

Tra i fattori della carenza di specialisti, secondo lo studio condotto dal sindacato, imbuto formativo, blocco del turnover ed emorragia di pensionamenti. A mancare, saranno soprattutto medici d’emergenza-urgenza, pediatri, internisti e anestesisti

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«La mancanza di medici specialisti all’interno del SSN e l’accelerazione del loro pensionamento sono realtà che stanno rapidamente assumendo i contorni di una vera emergenza nazionale, cui vanno posti correttivi rapidi ed adeguati per evitare il collasso del sistema stesso». A lanciare ancora una volta l’allarme è l’Anaao Assomed, che ha condotto uno studio sul fabbisogno del personale medico per il periodo 2018-2025. «A fronte dell’indifferenza mostrata dai precedenti governi, invischiati in relazioni di potere costruite più sulla difesa di interessi autoreferenziali che su politiche di attenzione alle esigenze del Paese – si legge -, la realtà inesorabilmente sta evidenziando, anno dopo anno, quanto fossero fondate le criticità rilevate, sostenute da molteplici fattori».

Ma quanto impatterà quest’esodo sulle diverse specialità? «Proiettando al 2025 il numero di specialisti che potrebbero essere formati dalle scuole MIUR, considerato il numero totale di medici specialisti attivi nel SSN (n°=105.310) e stimando i pensionamenti dal 2018 al 2025 in 52.500 unità (circa il 50% dell’attuale popolazione attiva), il risultato è una carenza di circa 16.500 specialisti. La gran parte delle discipline analizzate andranno in deficit di specialisti, rischiando di impoverire la qualità dei servizi offerti dal SSN, ma per alcune di esse la carenza rispetto al numero di specialisti formati sarà maggiore, andando a costituire una vera e propria emergenza già nel breve termine».

In particolare, secondo le proiezioni del sindacato, nel 2025 mancheranno 4180 medici d’emergenza-urgenza, 3323 pediatri, 1828 medici di medicina interna, 1395 anestesisti, 1274 chirurghi generali, 932 psichiatri, 709 specialisti in malattie dell’apparato cardiovascolare, 644 ginecologi, 604 specialisti in radiodiagnostica e 489 ortopedici. E questa è solo la “Top ten” delle specialità affette da carenza.

Come si è arrivati a questo punto? Il primo dei molteplici fattori esaminati dall’Anaao è il famigerato imbuto formativo, dovuto al «totale fallimento della programmazione del numero di specialisti», per il quale ogni anno si laureano circa 10mila medici, ma il numero di contratti di formazione post lauream è pari, solo nel 2018, a circa 7mila. Ciò significa che circa 10mila giovani sono «ingabbiati in un limbo». Numeri che «aumenteranno nei prossimi 5 anni fino ad oltre 20mila, senza un forte incremento dei contratti di formazione. Giovani medici laureati, posti “tra color che son sospesi”, destinati a ritentare l’ammissione alle scuole di specialità l’anno successivo o a lasciare il nostro Paese, regalando ad altre nazioni l’investimento per la loro formazione scolastica ed universitaria, circa 150.000/200.000 € per medico. Il costo di una Ferrari».

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«A questo – prosegue il sindacato – aggiungiamo la carenza di vocazioni verso determinate branche specialistiche: alcune specialità chirurgiche risultano scarsamente appetibili, come ad esempio chirurgia toracica, chirurgia generale, chirurgia vascolare e ortopedia e traumatologia. Anche per quanto riguarda le specialità legate all’emergenza urgenza va registrata una bassa attrattività, come medicina d’urgenza o anestesia e rianimazione. Risultavano invece da tempo saturati al 100% i posti in chirurgia plastica, dermatologia, oculistica, endocrinologia, pediatria, oftalmologia e cardiologia, discipline che aprono sbocchi di carriera anche sul territorio e nel privato, con prospettiva di maggior guadagno e di una migliore qualità di vita».

«Inoltre – si legge in una nota dell’Anaao -, il peggioramento delle condizioni di lavoro, con aumento dei carichi individuali, associato al mancato rispetto della normativa europea sui riposi ed alimentato da un sentimento di sfiducia rispetto ad un possibile miglioramento della situazione, ha spinto numerosi medici a lasciare gli ospedali pubblici in favore del privato o a emigrare in altre regioni alla ricerca di soddisfazioni professionali ed economiche maggiori. Il fenomeno, inizialmente marginale e “fisiologico”, sta assumendo ora dimensioni preoccupanti, soprattutto in alcune regioni italiane. Una delle regioni più colpite è il Veneto, dove la carenza di personale e di specialisti disponibili a lavorare negli ospedali è tale da produrre un ulteriore problema: nei concorsi indetti per la selezione a tempo indeterminato si sta presentando un numero di candidati inferiore a quello richiesto».

E poi c’è l’emorragia dei pensionamenti, che «si prospetta in netto peggioramento nei prossimi anni per il superamento dello scalone previdenziale introdotto dalla riforma “Fornero” e rischia di subire un’ulteriore brusca accelerazione per l’approvazione nella Legge di Bilancio 2019 dei provvedimenti miranti al suo superamento, come la cosiddetta “quota 100” che prevede il pensionamento anticipato con 62 anni di età e 38 di contributi. Attualmente – scrive il sindacato – i dirigenti medici escono dal sistema con una età media di 65 anni. Nel 2018 è iniziata la quiescenza dei nati nel 1953. La curva dei pensionamenti raggiungerà il suo culmine tra il 2018 e il 2022 con uscite valutabili intorno a 6000/7000 ogni anno. Siamo di fronte, infatti, ad una popolazione professionale particolarmente invecchiata per il blocco del turnover: già nel 2015 ben il 67% dei medici dipendenti aveva più di 50 anni. Dallo studio della curva demografica si evince come l’emorragia di medici raggiungerà la cifra di circa 52.000 unità entro il 2025. È evidente, quindi, che non basteranno i giovani medici a sostituire i pensionamenti, per colpa dell’errata programmazione degli specialisti perpetrata negli anni passati, ma soprattutto crollerà la qualità generale del sistema perché la velocità dei processi presenti e, soprattutto, futuri non concederà il tempo necessario per il trasferimento di competenze dai medici più anziani a quelli con meno esperienza sulle spalle. Si tratta, infatti, di esperienze, di conoscenze pratiche e di sofisticate capacità tecniche che richiedono tempo e un periodo di osmosi tra diverse generazioni professionali per essere trasferite correttamente».

«Deludente» il giudizio dato dall’Anaao alla Legge di Bilancio 2019, che tuttavia ritiene condivisibile «la previsione della partecipazione degli specializzandi dell’ultimo anno a concorsi per dirigenti medici del SSN. Sarebbe comunque auspicabile una previsione più esplicita di assunzione in servizio a tempo determinato degli specializzandi, anche prima del conseguimento del titolo». Ma nella legge «manca una decisa svolta nelle politiche assunzionali che superi l’anacronistico blocco introdotto con la Legge Finanziaria 2006». E anche l’incremento previsto del numero dei contratti di formazione, circa 900 a partire dal 2019, è «largamente insufficiente per ridurre il deficit di specialisti che ci attende nell’immediato futuro».

«Regioni e Aziende, dal 2007 ad oggi – conclude l’Anaao -, hanno risparmiato tagliando sul personale, il Bancomat che è stato ferocemente sfruttato per raggiungere l’equilibrio di bilancio. Non si tratta solo di turnover ma anche di gravidanze o di assenze per malattie prolungate mai sostituite. Il risparmio per le aziende relativamente al mancato turnover dei medici e dirigenti sanitari per il solo 2018 è valutabile intorno al miliardo di euro, mentre gli straordinari non retribuiti rappresentano un regalo di 500 milioni che ogni anno viene dai medici e dirigenti sanitari elargito alle aziende. Ormai la situazione è pesante ed i numeri del presente lavoro indicano che la prospettiva rischia di avvitarsi verso il dramma, arrivando addirittura alla difficoltà di reperire specialisti pur in presenza di uno sblocco del turnover, in mancanza di interventi che determinino rapidamente un cambiamento».

«Le soluzioni sono state indicate in due punti qualificanti del cosiddetto “Contratto di Governo”. Si afferma, infatti, che “Il problema dei tempi di attesa è susseguente anche alla diffusa carenza di medici specialisti, infermieri e personale sanitario. È dunque indispensabile assumere il personale medico e sanitario necessario, anche per dare attuazione all’articolo 14 della legge n. 161/2014”. Si ribadisce, inoltre, che “I posti per la formazione specialistica dei medici dovrebbero essere determinati dalle reali necessità assistenziali e tenendo conto anche dei pensionamenti, assicurando quindi un’armonizzazione tra posti nei corsi di laurea e posti nel corso di specializzazione”. È necessario, pertanto – scrive l’Anaao -, non solo sbloccare il turnover ma incrementare anche il finanziamento per le assunzione ed attivare i diversi miliardi di risparmi effettuati dalle Regioni nell’ultimo decennio. Per quanto attiene la formazione post laurea, oltre ad incrementare ad almeno 9500/10.000 i contratti annuali, è arrivato il momento di una riforma globale passando ad un contratto di formazione/lavoro da svolgere fin dal primo anno in una rete di ospedali di insegnamento in modo da mettere a disposizione degli specializzandi l’immensa casistica e il patrimonio culturale e professionale del SSN. L’attuale sistema formativo, nella parte specialistica post lauream, se confrontato con quello degli altri Paesi Europei, appare obsoleto ed espressione di un arroccamento dell’Università che, pur di non perderne l’egemonia, è disposta a barattare la qualità formativa e la performance dell’intera programmazione di medici specialisti. Occorre apportare una modifica sostanziale all’impianto legislativo del D.lgs. 368/99 in cui risulti evidente una compartecipazione equa tra Università e Ospedali del SSN nel percorso formativo e nel controllo della qualità dello stesso. Certamente “Una riforma difficile da fare ma impossibile da non fare”, come disse Giovanni Berlinguer riferendosi all’istituzione 40 anni fa del SSN».

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