Lavoro 27 Maggio 2019

Aggressioni, abusivismo, covi di armi: ecco la Gomorra degli ospedali napoletani

Conclamate le infiltrazioni malavitose all’interno delle strutture. L’intervista a Bruno Zuccarelli, vicepresidente OMCeO Napoli e vicesegretario Anaao Assomed: «Gli equilibri sono saltati, siamo in stato di guerra. Chiediamo allo Stato un ulteriore sforzo e alla società civile un moto di orgoglio»

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Una bambina di quattro anni ferita gravemente in uno scontro a fuoco in pieno giorno, in centro città. Qualche giorno dopo, un regolamento di conti iniziato per le strade del centro storico e conclusosi con una sparatoria nel cortile di un ospedale pubblico. E ancora, medici e personale sanitario aggrediti verbalmente e fisicamente, che non osano denunciare per paura di ritorsioni della criminalità organizzata. E tante, grandi e piccole sacche di abusivismo e illegalità collegate a dinamiche malavitose: esercizi commerciali gestiti dalla camorra all’interno degli ospedali, parcheggi non autorizzati, formiche sui letti dei pazienti, armi nascoste e persino salme trafugate. Siamo a Napoli: una città sotto attacco, dove il cancro della camorra si espande fin dentro le strutture sanitarie, facendo nascere il legittimo sospetto di connivenze e omertà su più livelli. Nulla è rimasto neanche di un atavico codice di guerra, una legge non scritta che pure imponeva alla camorra di “rispettare” determinate categorie di istituzioni e persone: donne, bambini, medici, ospedali. Dall’inizio del 2000 l’uscita di scena del clan Giuliano e del suo predominio su gran parte del centro storico negli anni ’80 e ‘90 ha fatto saltare molti equilibri, inasprendo ancora di più le dinamiche di matrice camorristica. Sanità Informazione ha affrontato la questione con il dottor Bruno Zuccarelli, Vicepresidente dell’OMCeO Napoli e Vicesegretario nazionale Anaao Assomed con delega al Mezzogiorno, da anni impegnato nel denunciare e nel portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni queste problematiche.

Solo qualche giorno fa l’episodio della sparatoria nel cortile dello storico Ospedale dei Pellegrini al centro di Napoli. Accertata la matrice camorristica di quello che si configura certamente come un problema di ordine pubblico più che di sanità in senso stretto, si impone comunque una riflessione sul fatto, innegabile, che la camorra ormai bussa alle porte di quelli che dovrebbero essere una zona franca rispetto a certe dinamiche: gli ospedali. Complice, probabilmente, anche la dislocazione territoriale degli ospedali napoletani in determinate zone a rischio…

Sì, è saltato un equilibrio. Il medico una volta era rispettato persino dalla malavita organizzata. Certo, non mancavano episodi come quello, alcuni anni orsono, all’ospedale San Gennaro di Napoli quando un clan trafugò una salma e iniziò una lunga trattativa con lo Stato per la restituzione della stessa. Ma il rispetto della figura del medico non veniva meno. Ora questi atteggiamenti aggressivi sono usciti fuori dal seminato. Il medico è sempre più capro espiatorio e vittima, è impaurito, costretto a stare in prima fila mentre viene minacciato costantemente e mentre tutto passa sotto silenzio. E’ un momento che fa tremare le vene ai polsi. Non è più il tempo soltanto di manifestazioni di solidarietà, è tempo che lo Stato si riappropri di una sua competenza e funzione. Per questo è necessario l’intervento di un prefetto che coordini e verifichi determinate situazioni.

Il recente scandalo delle formiche all’Ospedale San Giovanni Bosco ha aperto una sorta di vaso di Pandora sulla questione delle infiltrazioni camorristiche negli ospedali napoletani. Un fenomeno che è stato duramente condannato, ovviamente, anche dal governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca, ma su cui si è speso anche, a sorpresa, l’ex boss del rione Sanità, Giuseppe Misso…

Molto sospetto questo episodio: troppo solerti le telecamere pronte a riprendere tutto. E’ successo in un ospedale fortemente a rischio, un ospedale che sorge di fronte a un rione notoriamente legato a determinati clan, un ospedale dove per tanti anni un parcheggio è stato in mano a questi gruppi, un ospedale all’interno del quale esercizi commerciali come pizzerie e ristoranti venivano gestiti da questi soggetti. Su questo credo che la magistratura stia facendo adeguate indagini, ma quello che mi chiedo è se nel 2019 sia ancora possibile avere ospedali che sorgono nel centro di zone calde. Vede, quattro anni fa fu scoperto un covo di armi in un ospedale napoletano: questo implica necessariamente delle collateralità all’interno degli ospedali. Per questo il grado di attenzione deve essere molto forte, lo Stato non può far passare inosservati questi episodi e bisogna disinnescare queste micce pronte a esplodere. E questo continua ad essere il pane quotidiano di certi ospedali: convivere con atteggiamenti simil-camorristici che sfociano in aggressioni fisiche e verbali, o con atteggiamenti camorristici in senso vero e proprio. Capita persino che in seguito a una sparatoria arrivino in ospedale due o tre feriti seguiti da una corte di persone che vogliono accompagnare i feriti e magari sfondano le porte di una terapia intensiva o di una rianimazione. Questi episodi danno la cifra di un vero e proprio tappo che è saltato. C’è innanzitutto bisogno di un sussulto d’orgoglio da parte della società civile, che non può più tacere nè voltarsi dall’altra parte. Comprendiamo la paura ma, quando succedono episodi come quello di due settimane fa in cui non c’è stato rispetto neanche per una bambina e che oggi non ha rispetto nemmeno di un camice bianco, significa che siamo in mano a un branco di cani sciolti privi di qualsiasi residuo di onore. Lo Stato deve essere molto più forte ed autorevole…ma lo Stato siamo anche noi. Non sono più sufficienti le fiaccolate e le manifestazioni di solidarietà, si tratta di non dare più spazio a determinati atteggiamenti nella nostra quotidianità: saper dire no, andare avanti a testa alta e difendere con orgoglio l’onorabilità dei cittadini partenopei contro questi atteggiamenti incivili e privi di qualsiasi morale.

Le aggressioni ai medici dilagano pericolosamente soprattutto al Sud Italia, complici dei retaggi sociali e culturali completamente da riformare. I medici lavorano ormai “in trincea”. In cosa si traduce questo fenomeno?

Dall’inizio dell’anno ci sono stati oltre un centinaio di aggressioni fisiche e verbali nei confronti di tutto il personale sanitario. Siamo in uno stato di guerra e – lo dico provocatoriamente – forse dovremmo pensare a regole d’ingaggio diverse: come quando mandiamo i soldati in Afghanistan o in Iraq, così dobbiamo mettere sotto tutela, e con riconoscimenti economici ben diversi, i nostri operatori sanitari. Mi chiedo: chi fa più il medico in emergenza, con retribuzioni non alte, sotto la costante minaccia di aggressioni e in sindrome da burn out? Lo ha detto anche papa Francesco: il paziente non è un numero, ma anche il medico e l’operatore sanitario devono lavorare in sicurezza. Io cittadino mi sentirei sicuro ad essere assistito da un medico impaurito? E soprattutto, i camorristi che aggrediscono il personale sanitario, a chi si rivolgono se non agli stessi che aggrediscono, quando hanno bisogno di cure?

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