Formazione 21 Giugno 2018 10:01

MMG in formazione: «Voglio essere il medico di tutti, ma manca un Erasmus in camice bianco»

Dai motivi che li hanno spinti verso questa strada alle prospettive future, Francesca Tomei, Rocco Santarone e Marco Lombardi raccontano a Sanità Informazione cosa significa essere un medico in formazione specifica in medicina generale. E non risparmiano critiche ad un corso che potrebbe migliorare sotto diversi punti di vista…

MMG in formazione: «Voglio essere il medico di tutti, ma manca un Erasmus in camice bianco»

Sono rispettivamente iscritti al primo, secondo e terzo anno del corso di formazione in medicina generale. Anzi, al sedicesimo, diciassettesimo e diciottesimo anno di corso, come sottolineano più volte, visto che si inizia a contare dal 1999, quando il corso stesso è stato istituito. Si arrabbiano (giustamente) se qualcuno li chiama studenti, perché sono medici in formazione specifica. Si chiamano Francesca Tomei, Rocco Santarone e Marco Lombardi e frequentano le attività seminariali del corso al San Camillo Forlanini di Roma. A Sanità Informazione hanno raccontato le loro aspettative e i principali problemi riscontrati nel loro percorso, senza lasciar da parte critiche e proposte di miglioramento.

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Ma partiamo dai motivi che li hanno spinti verso la medicina generale: sia la dottoressa Tomei che il dottor Santarone erano riusciti ad accaparrarsi un posto in una scuola di specializzazione, eppure hanno rinunciato alle altre borse per intraprendere questa strada. «Mi sembrava una buona opportunità per imparare più cose in più campi della medicina», spiega Francesca Tomei. «Ma non è detto che in futuro scelga di seguire anche una specializzazione», aggiunge Rocco Santarone. Per Marco Lombardi, invece, la scelta è stata chiara e unica sin dall’inizio: «Non mi piace la vita ospedaliera, preferisco la vita sul territorio ed il rapporto che si instaura con il paziente. Ecco perché voglio diventare medico di famiglia, nonostante sia un iter lavorativo molto lungo e la gratificazione personale arrivi dopo tanto tempo. Insomma – prosegue – bisogna frequentare il corso, aspettare un anno per entrare in graduatoria, poi la graduatoria va scalata e bisogna avere la convenzione; dopodiché bisogna avere i pazienti, e quindi il lavoro vero e proprio, da quando si inizia il corso, incomincia dopo una decina di anni».

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Una medicina generale, inoltre, che «nell’immaginario collettivo in Italia rappresenta un percorso meno professionalizzante di una specializzazione – si intromette il dottor Santarone -. È come se fosse meno scientifica e troppo burocratizzata». Per superare questa concezione “di serie B” della medicina generale, allora, molti hanno proposto che venga equiparata ad una scuola di specializzazione a carattere universitario. «Sarebbe opportuno perché ci consentirebbe di fare più esperienza sul campo e più ore di didattica, nonostante possa essere difficile far arrivare l’università in alcune realtà provinciali», è l’opinione di Tomei. «Per me è una lama a doppio taglio – afferma Santarone – perché poi nelle università si creano una serie di giochi di potere che è inutile nascondere e che tutti sappiamo come funzionano».

«Poi, certo – continua – la retribuzione che noi di medicina generale percepiamo è inferiore rispetto a quella degli specializzandi, noi ci paghiamo le tasse mentre quella dei colleghi è esentasse, e sosteniamo a nostre spese un’assicurazione che, nel Lazio, è la più alta d’Italia. E questi non sono dettagli, ma anzi spesso ci spingono a prendere una decisione piuttosto che un’altra». Nonostante da queste parole possa sembrare che si sentano discriminati rispetto agli specializzandi, sono tutti e tre concordi nel dare una risposta negativa: «È giusto – sostiene Francesca Tomei – che guadagnino più di noi perché hanno una mole di lavoro nettamente superiore alla nostra». «Ma i nostri colleghi specializzandi – puntualizza Santarone – lavorano molto più di quanto dovrebbero, perché se andiamo a vedere il monte ore per cui siamo stipendiati, in realtà è praticamente lo stesso. Il problema quindi è a valle».

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Quando è il momento di fare un bilancio del percorso intrapreso, ovviamente le risposte cambiano in base all’anno di iscrizione. Se Francesca Tomei che è al primo anno è soddisfatta dei sei mesi nei reparti clinici e sta per iniziare il tutoraggio presso un medico di famiglia, chi ha più anni di esperienza sulle spalle è più critico, nonostante i miglioramenti cui ha assistito negli ultimi tre anni: «Quando sono arrivato – ricorda Marco Lombardi – non c’era neanche un calendario didattico. Dei piccoli miglioramenti sono stati fatti, ma la strada è ancora lunga, soprattutto per quel che riguarda l’organizzazione delle attività pratiche e delle attività didattiche, perché la docenza spesso non è soddisfacente». «Si vede che spesso manca un apparato universitario dietro – aggiunge il dottor Santarone -, e poi la possibilità di fare progetti simili ad Erasmus, che esistono ma sono pochi e poco incentivati. Invece fare esperienza di territorio all’estero, per vedere nuove realtà e fare un confronto, nel 2018 sarebbe fondamentale per un medico in formazione». Progetti invece offerti agli specializzandi, che hanno la possibilità di trascorrere 18 mesi della loro formazione specialistica in un altro Paese, non necessariamente europeo, dove possono anche intavolare un progetto di tesi.

Eppure, c’è una realtà accademica internazionale importante, forse in Italia poco conosciuta, per la medicina generale: «C’è un’organizzazione internazionale, Wonca (World Organization of National Colleges and Academies of Family Madicine/General Practice), abbastanza importante che dà una prospettiva internazionale, appunto, alla medicina generale, bilanciandone un po’ il suo legame con il territorio, che è giusto che abbia», spiega il dottor Santarone che, nonostante sembri il più international del gruppo, è il più restio alla possibilità di trasferirsi all’estero, se non «per un’esperienza». Al contrario Marco Lombardi, più vicino alla fine del percorso, tiene aperta la possibilità di diventare un altro cervello in fuga: «Ci ho pensato e potrebbe essere una possibile strada per il futuro. Poi, si vedrà».

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