Contributi e Opinioni 15 Ottobre 2020

«Che fine hanno fatto le altre malattie?»

di Luciano Cifaldi, oncologo, Segretario generale Cisl Medici Lazio

di Luciano Cifaldi, Segretario generale Cisl Medici Lazio

Quando una infezione batterica o virale colpisce persone per lo più anziane affette da patologie croniche quali il diabete, l’insufficienza renale, la cardiopatia ischemica o l’ipertensione, il quadro clinico, spesso già precario, tende a complicarsi e ne può derivare la morte del soggetto.

Che ci siano queste patologie di base poco conta perché non fanno titolo sui giornali. Ma il rispetto per queste persone decedute, e anche il rispetto che si deve a medici ed infermieri, fa sì che non si debba scrivere “morto per Covid” se non se ne ha l’assoluta certezza.

È chiaro che se non fosse subentrato questo virus ad indebolire quel corpo umano le varie malattie concomitanti, la comorbidità, avrebbero magari pur consentito a quella persona un ulteriore periodo di vita con indefinibile durata. Ma il Covid ha fatto precipitare un equilibrio forse non troppo stabile. E da qui il titolo sui giornali, la battuta ad effetto del tuttologo di turno, l’interpretazione del dato che viene stiracchiato da una parte o dall’altra a seconda della posizione che si vuole rappresentare o, peggio, a seconda degli interessi in campo.

Interessi che ogni giorno che passa si scoprono essere non trascurabili visto l’uso e consumo quotidiano di mascherine nella popolazione, guanti, dispositivi di sicurezza, test strumentali, prezzi elevati e chi ne ha più ne metta, appalti e gare comprese.

Quante volte abbiamo letto un titolo sul giornale “morto in ospedale per infezione da Escherichiacoli”? O Klebsiella pneumoniae, o Enterobacter, o Citrobacter freundii, o Pseudomonas aeruginosa, o Acinetobacter? Forse abbiamo letto della Legionella, termine sconosciuto ai più, e il titolo sul giornale è nato perché magari è arrivata una ispezione dei carabinieri del NAS per vederci chiaro.

Eppure le infezioni ospedaliere causano ogni anno in Italia decine di migliaia di decessi. Il dato in sé è clamoroso. L’infezione sembra originarsi, il più delle volte, perché negli anni è stata ridotta anche la spesa per l’igiene negli ospedali. Logica conseguenza l’aumento dei batteri resistenti, anche per l’eccessivo uso di antibiotici, ed il peggioramento delle condizioni degli ospedali che è un dato, questo, sotto gli occhi di tutti.

Nei capitolati di gara le frequenze sono previste quasi sempre solo per blocchi operatori e terapie intensive e non per i poliambulatori o le radiologie dove passano diverse centinaia di pazienti ospedalizzati e di utenti esterni al giorno.

Abbiamo perso il concetto di base contro le malattie infettive che è l’igiene personale sia degli operatori sia dei pazienti. In una settimana di ricovero quante volte viene fatto il bagno ai pazienti? Quante volte gli cambiamo le lenzuola? In un anno quante volte vengono lavati e sanificati i materassi?

Ma soprattutto, in un turno di 8 ore il medico ed il personale sanitario quante volte si lavano le mani? Il personale indossa correttamente la divisa? Il copricapo è diventato un optional e magari siamo convinti che siccome indossiamo i guanti possiamo toccare tutto e tutti senza lavarci le mani.

Noi medici per decenni siamo stati convinti che sant’Antibiotico ci avrebbe salvato da tutte le infezioni, ed invece ora per una broncopolmonite dobbiamo usare la bomba atomica perché gli antibiotici che abbiamo a disposizione troppo spesso servono a poco.

Va ripensata la formazione dei medici e dei cittadini, soprattutto delle mamme che per un semplice mal di gola o raffreddore riempiono i piccoli figli di antibiotici: in Italia l’automedicazione è molto spinta e le cause le conosciamo, ma non interveniamo né a livello centrale né periferico.

In Italia serve come il pane un centro nazionale per il trattamento dei pazienti antibiotico resistenti. Infatti secondo il Rapporto Osservasalute 2018, la mortalità causata dalle infezioni ospedaliere è passata dai 18.668 decessi del 2003 ai 49.301 del 2016. L’Italia conta il 30% di tutte le morti per sepsi nei 28 Paesi della Unione Europea.

Eppure non si parla altro che di Covid. E intanto si allungano le liste di attesa, le Asl dispongono il blocco dei ricoveri ospedalieri in elezione. Il cancro non va in vacanza e continua a colpire le persone che però vedono ristretta la possibilità di un adeguato accesso alle cure in termini di tempistica. E non vanno in vacanza neanche le altre malattie.

Eppure, lo ripetiamo con il massimo rispetto per chi ci ha lasciato, si parla quasi solo di morte “per Covid”. Forse gli interessi in campo sono tali che neanche riusciamo ad immaginarli.

 

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