Contributi e Opinioni 30 Gennaio 2023 10:26

C’era una volta il puerperio…tra “morsi uterini, lochi e le invocazioni alle Madonne del latte”

Nella Storia dell’Ostetricia si tramanda che, così come in Grecia, anche a Roma “l’Ostetrica aveva l’abitudine di rimanere per cinque giorni dopo il parto nella casa della puerpera, per assisterla e vegliarla insieme al neonato……”. In un certo senso, ciò sembra essere in sintonia con quanto avveniva in alcune tradizioni regionali del nostro paese, che […]

di Emilio Piccione, Prof. Ginecologia e Ostetricia, Università Roma Tor Vergata e Cattolica NSBC Tirana

Nella Storia dell’Ostetricia si tramanda che, così come in Grecia, anche a Roma “l’Ostetrica aveva l’abitudine di rimanere per cinque giorni dopo il parto nella casa della puerpera, per assisterla e vegliarla insieme al neonato……”.

In un certo senso, ciò sembra essere in sintonia con quanto avveniva in alcune tradizioni regionali del nostro paese, che prescrivevano che “la puerpera si alzi per la prima volta dopo cinque giorni dal parto…e che la prima uscita è da farsi in chiesa, per la purificazione della madre insieme al bambino”.

All’inizio dell’Ottocento, allorquando nacque in Francia, a Parigi, la prima Maternità pubblica, quella di Port-Royal, non a caso erano due i grandi padiglioni in cui si svolgeva l’ attività assistenziale e che avevano la medesima capienza di ricoveri, sia che l’uno fosse dedicato alle gestanti in attesa di partorire e alle partorienti, sia che l’altro potesse essere riservato alle  donne che avevano già partorito, cioè alle puerpere.

Un complesso così articolato, quello della Maternité parigina, che fu previsto proprio con quel particolare assetto edilizio che desse una più attenta, completa e diversificata assistenza anche alle donne in una fase, quella del puerperio, di particolare fragilità psico-fisica e a rischio di patologie mortali.

Nei testi che trattano di Ostetricia il puerperio spesso è opportunamente denominato come il “quarto trimestre di gravidanza”, in cui la donna, o meglio la coppia, deve confrontarsi con la presenza della nuova persona che ha generato e con il bambino che deve adattarsi alla vita autonoma. E che sempre più, nei primi giorni dopo il parto, convive in ambiente ospedaliero con la propria madre nella cosiddetta condizione di rooming-in, una scelta organizzativa, questa, proposta sempre più frequentemente dalle strutture che, al giorno d’oggi, ospitano le puerpere dopo il parto.

Non vuole essere assolutamente nostra intenzione alcuna, anche perché non ci appartiene di competenza, entrare in questa sede nel merito delle cause che hanno portato in questi giorni alla morte di un neonato, occorsa mentre la puerpera, ancora ricoverata in ospedale, si era addormentata stremata dopo un travaglio molto prolungato, avendo tra le braccia il suo bebè che teneva con sé in regime di rooming-in.

Perché sarà, questo, un compito specifico sia di una commissione di esperti che faranno riferimento a quanto sarà risposto dagli organi regionali a cui il Ministro della Salute ha chiesto, giustamente, una relazione dettagliata, che della magistratura che sta indagando sull’accaduto.

Ciò che spinge a scrivere queste righe è, viceversa, il volere puntualizzare alcune riflessioni sulla attenzione, culturale e assistenziale, che oggigiorno deve essere rivolta a quella particolare fase della gestazione che è il puerperio, vale a dire è una condizione di riconosciuta fragilità nella vita della donna. Attenzione che al giorno d’oggi è indubbiamente sia pur ingiustamente, scemata.

E’, infatti, una fase, quella del puerperio, che ben sappiamo essere un momento di regressione di tutte quelle modificazioni anatomo-fisiologiche avvenute in gravidanza e che portano la puerpera a vivere, tra “lochi e morsi uterini”, una condizione di astenia e di difese psico-fisiche ridotte; puerperio che, allo stesso tempo, implica un impegno non indifferente per l’allattamento al seno e per il rapporto emozionale della madre con la sua creatura; e che comporta, non dimentichiamo, al tempo stesso, una maggiore esposizione della donna al rischio di patologie materne così importanti quali, principalmente, le infezioni, la malattia tromboembolica e la cosiddetta depressione del post-partum, per citare solamente le più significative. Patologie in ragione delle quali, in passato, le puerpere invocavano anche la protezione delle “Madonne del latte“o delle “madri di latte”.

Un periodo, questo, della transizione neonatale in cui l’atteggiamento psichico della donna che ha avuto un parto normale è caratterizzato di solito da un senso di soddisfazione per essere divenuta madre e, allo stesso tempo, da un senso di responsabilità verso il nuovo essere. Anche se, tuttavia, può coesistere in tale condizione uno stato di labilità emozionale che sappiamo manifestarsi in più della metà delle puerpere e che è però, di breve durata scomparendo entro pochi giorni dal parto. Tutti aspetti, questi, che spiegano come lo stesso periodo di transizione postnatale, durando appunto tre mesi circa, superi quei limiti tradizionalmente definiti per il puerperio e che sono stabiliti essere di quaranta giorni dal parto.

Ecco perché una volta la donna dopo il parto veniva solitamente trattenuta nelle Maternità, e cioè per riposare, dormire, e nutrirsi in modo adeguato, preferibilmente con cibi ritenuti di “fare latte”. E soprattutto per potere entrare in un rapporto sempre più stretto con la propria creatura attraverso la pratica dell’allattamento al seno. Allo stesso tempo, per potere essere seguita direttamente nelle fasi iniziali di questo così delicato periodo di transizione postnatale che supera, in realtà, come è stato già detto, i limiti tradizionalmente stabiliti per il puerperio stesso in senso strettamente organico.

L’interesse scientifico-clinico sul puerperio, oggigiorno, è venuto sempre meno, come è stato già detto, rispetto ad altri tempi in cui questa fase che segue al parto ha meritato una più profonda  attenzione assistenziale. Probabilmente perché più grave era , allora, la morbilità e mortalità della donna a causa delle terapie meno efficaci disponibili per la risoluzione delle patologie materne che sono più frequenti in questa particolare fase gestazionale.

“Siamo fragili dopo avere partorito, stanche, svuotate, non potete pretendere che sappiamo già cosa fare e come farlo solo per avere fatto un corso….non dobbiamo essere noi a chiedere aiuto, deve esserci del personale preparato a livello medico e umano”….. Questo è il grido di una donna che lamenta, non solo il suo pensiero, ma è anche quello di molte altre donne.

Puntuale e molto attento, pertanto, è stato lo stesso Ministro della Salute Orazio Schillaci che in questa tragica vicenda della morte del neonato affidato alla propria madre in regime di rooming- in, ha subito promesso norme per una maggiore sicurezza delle partorienti e, al tempo stesso, più attenzione alle condizioni di lavoro del personale medico, ostetrico e sanitario addetto ai reparti di Maternità.

Così come immediato è stato il comunicato congiunto delle Società Scientifiche italiane di area perinatale che, in questi giorni, si sono espresse sulla organizzazione delle Maternità in riferimento alla più corretta gestione della relazione genitore-famiglia-neonato.

L’auspicio è che vengano anche favorite campagne istituzionali informative ed educazionali in seno all’opinione pubblica e che portino l’attenzione divulgativa sulle misure di sicurezza che interessano l’evento nascita nella sua più ampia accezione. E che l’assistenza medica, ostetrica e sanitaria in puerperio ritrovi sempre più forte interesse in ambito soprattutto preventivo, laddove fondamentale deve essere la formazione del personale non solo in quel campo che è rappresentato da quella che una volta era  definita essere l’“igiene del puerperio”, ma anche in campi ulteriormente indispensabili quali il sostegno all’allattamento al seno e il consolidamento del legame del neonato alla sua mamma, il tutto da attuare direttamente sul territorio, dunque a domicilio delle stesse puerpere.

Una politica organizzativa, quest’ultima, che se da un lato comporta un’assistenza completa al puerperio assolutamente necessaria, dall’altro ha il vantaggio di riflettersi positivamente sui costi di quella che è la spesa sanitaria nazionale, proprio perché favorevolmente sviluppata al di fuori della struttura ospedaliera.

 

 

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