Ambiente 24 Ottobre 2022 13:03

Inquinamento e malattie: «Medici in primo piano su monitoraggio e prevenzione»

Formazione, ricerca, diffusione di buone pratiche per migliorare l’approccio sanitario e sensibilizzare la popolazione

Inquinamento e malattie: «Medici in primo piano su monitoraggio e prevenzione»

Tumori, malattie croniche e degenerative, sterilità. Un lungo elenco di danni alla salute causati dall’inquinamento ambientale, e un altrettanto lungo elenco di interventi e strategie da mettere in atto nel breve periodo per ridurne l’impatto. Non un’impresa facile: le tecniche di disinquinamento delle aree più colpite vengono spesso affrontante in modo inadeguato dagli organi deputati, per la scarsa conoscenza del tipo e del livello di inquinamento con un conseguente recupero ambientale superficiale ed incompleto. Mentre sul versante della prevenzione sanitaria, le indagini genetiche e i dosaggi di alcune sostanze tossiche non vengono praticati perché poco conosciuti in primis dai medici che non sempre sanno correlarli alle diverse patologie, e in seconda battuta dai laboratori.

Implementare formazione su prevenzione diagnostica

Proprio un maggiore coinvolgimento del personale medico nei processi che riguardano la prevenzione e la lotta all’inquinamento ambientale, è la chiave giusta secondo l’oncologo chirurgo Pasquale Ruffolo, veterano dell’Istituto dei Tumori Pascale di Napoli, esperto in prevenzione dei tumori ed in malattie e sindromi da inquinanti ambientali. «Sappiamo che in Campania, in particolare nelle aree inquinate corrispondenti alla Terra dei Veleni e alla Terra dei Fuochi, si riscontra un aumento di neoplasie rispetto alla media italiana a: fegato, mammella, polmoni, colon, vescica, prostata, linfoma di Hodgkin».

«Per ridurre l’incidenza – prosegue – dovremmo agire maggiormente sulla prevenzione primaria: disinquinamento, miglioramento degli stili di vita, differenziando con evidenza la notizia certa da una eventuale fake news, evitando quindi di trasmettere conoscenze errate sull’inquinamento e sulle sue possibili conseguenze. Importante è intervenire anche sulla prevenzione secondaria, potenziando gli screening e implementando la formazione di medici e laboratori relativamente alle indagini genetiche e dosaggi di sostanze nocive».

Biomonitoraggio e ricerca: il progetto Ecofood Fertility

Così come fondamentali sono le attività di monitoraggio sul territorio rispetto all’impatto degli inquinanti ambientali sull’organismo. Ne è un esempio l’imponente progetto Ecofood Fertility, nato in Campania e oggi estesosi a livello nazionale ed internazionale: si tratta del primo studio multicentrico al mondo di biomonitoraggio umano che punta sui biomarcatori riproduttivi (in particolare quelli seminali che sono in caduta libera a livello globale) per individuare i segni più precoci di danno alla salute da esposizione ambientale.

Lo studio, ideato e coordinato dal dottor Luigi Montano, presidente della SIRU (Società Italiana di Riproduzione Umana) valuta attraverso un biomonitoraggio su sangue e liquido seminale di campioni omogenei per età e stili di vita di maschi sani residenti in aree a diverso indice di pressione ambientale, eventuali differenze in termini di bioaccumulo di diversi contaminanti e di marcatori di danno/effetto. I risultati evidenziano che il liquido seminale è bio-accumulatore, precoce e sensibile indicatore di esposizione ambientale.

«D’altronde – sottolinea Montano – gli inquinanti ambientali hanno come bersaglio elettivo proprio il sistema riproduttivo, in particolare maschile, tanto che diversi studi descrivono un calo progressivo della qualità seminale negli ultimi decenni non solo nei paesi occidentali. Indicando che l’infertilità maschile viene da più parti considerata un’emergenza assolutamente prioritaria per la salvaguardia della specie umana, su cui ancora non vi è piena di consapevolezza in ambito politico e sanitario».

Il doppio ruolo del medico

«Tutti noi siamo responsabili dell’ambiente – commenta Ruffolo – ma i medici lo sono due volte. L’impegno dei medici non può arrestarsi su di un’opera di contenimento e riparazione dei danni diretti e immediati degli agenti patogeni, ma deve anche far sì che la società nella quale viviamo modifichi le sue priorità in favore della salvaguardia della salute e dell’ambiente. Come? Non limitandosi a diagnosi e cura ma sensibilizzando l’opinione pubblica fornendo esempi concreti di come si possono organizzare e gestire le attività sanitarie in modo appropriato e sostenibile – conclude – e attraverso attività di educazione alla salute nei confronti dei pazienti e di advocacy nei riguardi della comunità, dei decisori politici e delle istituzioni, operando in ottica One Health».

 

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