ACTO Italia, LOTO, ALTo e All.Can Italia chiedono al Senato un fondo nazionale transitorio per garantire il rimborso del test del recettore alfa dei folati (FRα/FOLR1)
Un fondo nazionale transitorio da 550mila euro per garantire l’accesso ai test diagnostici necessari a individuare le donne con tumore ovarico eleggibili alle nuove terapie di precisione. È la richiesta presentata al Senato da ACTO Italia, LOTO, ALTo e All.Can Italia, che chiedono di intervenire sul finanziamento del test del recettore alfa dei folati (FRa/FOLR1) e di inserirlo nei Livelli essenziali di assistenza (Lea). La proposta è stata illustrata oggi durante la conferenza stampa “Tumore ovarico platino-resistente: il tempo della diagnosi è tempo di cura”, promossa dalla senatrice Elena Murelli. Al centro del confronto, la necessità di rendere il percorso diagnostico più tempestivo e uniforme su tutto il territorio nazionale, affinché la disponibilità di nuove terapie non sia ostacolata dall’accesso agli esami necessari per stabilire chi possa beneficiarne. In Italia si registrano ogni anno oltre 5.400 nuove diagnosi di tumore ovarico. Nel 75-80% dei casi la malattia viene individuata in fase avanzata, mentre la sopravvivenza a cinque anni si attesta intorno al 43%. Tra le situazioni più complesse c’è il carcinoma ovarico platino-resistente, caratterizzato dalla progressione della malattia nonostante i trattamenti a base di platino. Per queste donne, l’oncologia di precisione sta aprendo nuove possibilità terapeutiche. Per accedere a trattamenti mirati, tuttavia, non è sufficiente che il farmaco sia approvato e rimborsato: è necessario anche disporre del test che consente di individuare le persone potenzialmente eleggibili.
Secondo le associazioni, il test del recettore alfa dei folati non è ancora incluso nei Lea e non dispone di un meccanismo nazionale uniforme di finanziamento. Una situazione che può determinare differenze nell’accesso all’esame tra Regioni e centri oncologici, con il rischio che le opportunità di cura siano condizionate anche dal luogo in cui si viene assistiti. Le organizzazioni chiedono quindi due interventi prioritari: individuare un meccanismo di rimborso dedicato, in attesa dell’inserimento del test nei Lea, e prevedere che l’esame venga eseguito già al momento della diagnosi. “Il nostro obiettivo è garantire che nessuna donna perda un’opportunità di cura perché il test necessario non viene eseguito tempestivamente o non è disponibile”, sottolineano Sandra Balboni, presidente di LOTO, Ilaria Bellet, presidente di ACTO Italia, e Maria Teresa Cafasso, presidente di ALTo. Le associazioni auspicano che il test FRa/FOLR1 venga integrato stabilmente nei percorsi assistenziali, in modo da garantirne l’accesso gratuito, tempestivo e uniforme su tutto il territorio nazionale.
La seconda richiesta riguarda l’organizzazione del percorso diagnostico. Eseguire il test già al momento della diagnosi permetterebbe di avere il risultato disponibile quando si presenta la necessità di valutare una terapia mirata, evitando di dover avviare l’esame soltanto in una fase successiva della malattia. L’obiettivo, precisano le associazioni, non è anticipare il trattamento, ma rendere disponibile in tempo utile l’informazione necessaria alla scelta terapeutica. Sul tema è stato presentato uno studio di ALTEMS Advisory, spin-off dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Secondo le prime stime illustrate durante l’incontro, anticipare il test consentirebbe di ridurre di oltre il 45% il tempo complessivamente dedicato a ciascun esame, con una diminuzione dei costi complessivi del percorso di testing e un alleggerimento del carico organizzativo per il personale sanitario. Una maggiore tempestività può quindi contribuire a rendere più efficiente il percorso diagnostico e a ridurre il rischio di ritardi nel momento in cui occorre valutare le opzioni terapeutiche disponibili. “Nel carcinoma ovarico platino-resistente la tempestività è particolarmente importante: avere già disponibile il risultato del biomarcatore può contribuire a evitare ritardi in una fase nella quale le decisioni terapeutiche devono essere rapide”, sottolinea Carmine Pinto, responsabile dell’Oncologia medica clinica dell’IRCCS AUSL di Reggio Emilia.
La necessità di coordinare l’accesso ai test con quello ai farmaci è stata richiamata anche dalla senatrice Elena Murelli, che ha sottolineato l’importanza di garantire che l’innovazione diagnostica accompagni quella terapeutica. “Anticipare un test quando questo può semplificare il percorso di cura significa offrire risposte più tempestive alle persone assistite, migliorare l’appropriatezza delle scelte cliniche e utilizzare in modo più efficiente le risorse del Servizio sanitario nazionale”, ha dichiarato Murelli. Anche Simona Loizzo, deputata della Lega e componente della Commissione Affari sociali della Camera, ha richiamato la necessità di una soluzione nazionale per il finanziamento dell’esame, in modo da superare le disparità territoriali e garantire pari opportunità di accesso alle cure. Alla conferenza stampa sono intervenuti, tra gli altri, Francesco Saverio Mennini, capo dipartimento della Programmazione del Ministero della Salute, la deputata del Partito democratico Ilenia Malavasi, Anna Fagotti, direttrice dell’Unità operativa complessa di Ginecologia oncologica del Policlinico Gemelli di Roma, e Gian Franco Zannoni, direttore dell’Unità operativa complessa di Anatomia patologica generale e professore ordinario di Anatomia patologica all’Università Cattolica di Roma. La richiesta delle associazioni è ora quella di tradurre le proposte in misure concrete: un finanziamento transitorio che garantisca il test nell’immediato, l’inserimento nei Lea e un percorso diagnostico standardizzato a livello nazionale. L’obiettivo è fare in modo che l’accesso alle terapie mirate dipenda dalle caratteristiche della malattia e dalle indicazioni cliniche, non dalla disponibilità dell’esame nel territorio di residenza.
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