Medicina Generale 17 Ottobre 2019

Da radioterapista a MMG, la storia di Gabriella: «Finalmente sono punto di riferimento per i miei pazienti»

La dottoressa Gabriella Torre a 39 anni ha deciso di cambiare vita: «Volevo un rapporto con i pazienti continuativo e duraturo nel tempo. Ora sono medico di famiglia da un anno, e ho raggiunto quel senso di completezza che il reparto di radioterapia non mi offriva»

Una vita già impostata. Un lavoro stabile nel reparto di Radioterapia dell’ospedale di Campobasso. Ma l’insoddisfazione per una professione che non le offriva quel senso di completezza che cercava. Era il rapporto «continuativo e duraturo nel tempo» con i pazienti a mancarle di più. E ha quindi deciso di stravolgere tutti i piani e di ricominciare. Dalla medicina generale.

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Quella di Gabriella Torre, che abbiamo incontrato al Congresso della FIMMG, è una storia simile a tante altre. È l’esempio di chi sceglie la medicina generale per passione, a costo di ricominciare tutto da capo. «Sapevo che la cosa giusta da fare fosse provare e che la medicina generale mi avrebbe appagato di più», racconta.

«Non rinnego la mia professione precedente – ci tiene a sottolineare – e non avrei mai immaginato di cambiare. Ma un certo senso di incompletezza continuava a perseguitarmi. C’erano alcuni aspetti di quel lavoro che non mi rendevano completamente soddisfatta. Io cercavo un tipo di rapporto con i miei pazienti, continuativo e duraturo, che non può esistere in radioterapia o, in generale, nei reparti ospedalieri, dove il paziente viene seguito e curato, ma poi il suo punto di riferimento torna ad essere il suo medico di famiglia».

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Da un anno, è lei ad essere medico di famiglia e punto di riferimento per i suoi pazienti. Si dice «soddisfatta della scelta», che le ha permesso di raggiungere «quel senso di completezza e quel rapporto medico-paziente» che desiderava. E ha deciso di trasferirsi in Lombardia, dove «l’organizzazione della medicina generale è molto avanti rispetto ad altre Regioni. Molti medici di famiglia lavorano in gruppo, in rete, cosa che consente uno scambio e un confronto quotidiano e quindi una crescita. Si riesce a lavorare in maniera più completa, così».

I pazienti che si rivolgono allo studio della dottoressa Torre sono molti, tanto da «riuscire a dedicare a ognuno di loro troppo poco tempo». Ma non può non pensare alle storie che sono passate nel suo studio, mentre ci racconta la sua esperienza. Come quella di due ragazzi, un’infanzia difficile fatta di un padre violento, di degrado e di istituti. «Ora seguo tutta la loro famiglia – dice soddisfatta -. Ovviamente hanno problematiche di salute diverse, però quello che mi gratifica è sapere che posso apportare un contributo che va oltre il mero problema fisico. Posso aiutarli ad affrontare quei malesseri radicati all’interno della famiglia, che sono molto difficili da debellare o far venire fuori. Invece i ragazzi sono venuti a parlare con me spontaneamente e mi tengono come punto di riferimento. Di fatto – conclude la dottoressa – sono entrata a far parte della loro famiglia».

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