Covid-19, in un docufilm le quattro paure che hanno fermato il mondo

Intervista a Manuela Jael Procaccia, sceneggiatrice e produttore esecutivo di “Covid-19 Il virus della paura”

Paura dell’ignoto, paura del diverso, paura del contagio e paura di causare danni agli altri. Sono queste le quattro strade, i quattro sentimenti di angoscia che racconta, dal lato della fiction, il docufilm “Covid-19 Il virus della paura”. Ogni sentimento è interpretato da un personaggio diverso. Il primo dal complottista, il secondo da una ragazza di origini cinesi, il terzo da una donna ipocondriaca e il quarto da un viveur che non prende le precauzioni necessarie a prevenire il contagio e si ammala. Ne abbiamo parlato con Manuela Jael Procaccia, sceneggiatrice e produttore esecutivo del docufilm.

Ci può parlare di questo progetto?

«Il progetto, nato da un’idea del produttore, il presidente di Consulcesi Massimo Tortorella, ha un intento formativo. Io provengo proprio dal mondo del cinema coniugato alla formazione medica. La richiesta era quella di delineare un progetto che potesse raccontare il Covid in tempi non sospetti, quando avevamo ancora pochi elementi e non sapevamo cosa sarebbe successo in Italia. L’idea che abbiamo avuto è stata quella di cercare un modo di raccontare le paure legate al Covid attraverso quattro archetipi. Abbiamo dunque svincolato il racconto dalla stretta cronaca in modo da poter seguire gli eventi e le evoluzioni della pandemia in tempo reale. Abbiamo sviluppato la parte di fiction e ci abbiamo aggiunto numerosi esperti. A quel punto dovevamo coniugare questi due linguaggi in un documentario che fosse anche di respiro internazionale e che fosse costantemente aggiornato ed aggiornabile. Abbiamo quindi fatto una grandissima ricerca di archivio, di materiali inediti ed anche molto crudi».

Un tratto distintivo di questo docufilm è appunto l’unione della parte di fiction con la parte di approfondimento scientifico. Perché avete pensato di affidarvi anche a degli attori, ad una parte creativa, per accompagnare la formazione e il coinvolgimento scientifico?

«Quando abbiamo intervistato il professor Giuseppe Ippolito ci ha detto: “per una volta la realtà ha superato la fiction e la fantasia”. È una frase chiave, rivelatoria anche per noi che dovevamo realizzare questo prodotto. Abbiamo capito che la forza delle immagini vere, quelle che vedevamo nei telegiornali o sulla rete, dovesse in qualche modo essere veicolata attraverso il linguaggio cinematografico che è fruibile da tutti. Il tutto, ovviamente, doveva essere posto al servizio della formazione. Dunque la fiction, in questo caso, è diventata uno strumento potente che poteva dar vita a personaggi che potessero spiegare e raccontare le emozioni in cui identificarci. Le quattro paure fondamentali che abbiamo voluto raccontare sono: la paura dell’ignoto, che è quella che abbiamo vissuto tutti di fronte all’origine di questo virus e che viene raccontata dal complottista; la paura del diverso, quella che muoveva tantissime persone al pregiudizio, a vedere questo virus come “virus cinese” e che ha portato a diversi episodi di razzismo molto spiacevoli, è rappresentata dal personaggio di una ragazza italocinese; la paura del contagio e del contatto è invece espressa dalla donna ipocondriaca; e, infine, la paura di aver causato danni agli altri, il senso di colpa che porta quasi ad un’auto-stigmatizzazione delle persone contagiate, rappresentata dal malato irresponsabile, il gaudente che non segue le restrizioni e finisce per ammalarsi gravemente».

Per chiudere, in poche parole, perché un medico o un professionista sanitario dovrebbe vedere questo docufilm?

«Vedere questo docufilm può aiutare a fare chiarezza sulla situazione che stiamo ancora vivendo ma soprattutto accendere la luce su una nuova sanità. Una sanità che si avvicini al paziente anche attraverso i mezzi che oggi la tecnologia ci offre. Quindi il nostro auspicio è proprio quello di far capire a più livelli che un paziente è sempre una persona e che questa persona ha bisogno del supporto del medico e dell’operatore sanitario anche dal punto di vista psicologico ed emotivo, non solo dal punto di vista strettamente clinico».

 

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