Una ricerca su oltre 8.200 adulti associa un IMC più elevato a un deterioramento più rapido di memoria e capacità cognitive, soprattutto dopo i 65 anni.
Il sovrappeso potrebbe accelerare l’invecchiamento cerebrale, favorendo un declino più rapido della memoria, delle capacità cognitive e delle funzioni esecutive. È quanto emerge da uno studio dell’Università della Georgia, pubblicato sul Journal of Neurology, che ha analizzato i dati di oltre 8.200 adulti di età superiore ai 50 anni, monitorati per 24 anni nell’ambito di una ricerca rappresentativa della popolazione statunitense.
I risultati mostrano un’associazione tra un indice di massa corporea (IMC) più elevato e un deterioramento cognitivo più rapido, con effetti particolarmente evidenti nelle persone con più di 65 anni. Ogni aumento di un punto dell’IMC è risultato associato a una maggiore velocità di declino delle capacità cognitive. Secondo i ricercatori, tuttavia, la gestione del peso potrebbe rappresentare un’opportunità per proteggere la salute cerebrale: intervenire su questo fattore modificabile potrebbe contribuire a rallentare il deterioramento cognitivo già nel giro di due anni.
L’invecchiamento comporta naturalmente alcuni cambiamenti nelle funzioni cognitive. Con il passare degli anni può diventare più difficile ricordare informazioni, concentrarsi, elaborare nuovi dettagli e prendere decisioni. Nelle persone sane, tuttavia, questi cambiamenti tendono a essere graduali e relativamente contenuti. La ricerca dell’Università della Georgia suggerisce che un peso corporeo più elevato potrebbe accelerare questo processo, influenzando diverse capacità fondamentali per l’autonomia quotidiana. L’associazione individuata riguarda in particolare la memoria, le prestazioni cognitive generali e le funzioni esecutive, cioè l’insieme delle abilità mentali necessarie per pianificare, organizzare le attività, mantenere l’attenzione e regolare le emozioni. L’analisi ha evidenziato che ogni incremento di un punto dell’IMC corrisponde a un’accelerazione del declino cognitivo. La relazione è risultata particolarmente evidente all’ottavo anno del periodo di osservazione, mentre gli effetti più pronunciati sono stati riscontrati negli adulti con più di 65 anni.
Un risultato che rafforza l’attenzione sul possibile ruolo dell’eccesso di peso nella salute cerebrale durante l’invecchiamento. Secondo Suhang Song, autore principale dello studio e professore associato al College of Public Health dell’Università della Georgia, la gestione del peso potrebbe contribuire a ridurre significativamente la velocità del deterioramento cognitivo già nell’arco di due anni. L’IMC rappresenterebbe quindi uno dei fattori modificabili sui quali intervenire per favorire un invecchiamento più sano.
Gli scienziati stanno ancora cercando di chiarire attraverso quali meccanismi l’eccesso di peso possa influenzare il funzionamento del cervello. Diverse ipotesi biologiche potrebbero spiegare l’associazione osservata. Il sovrappeso e l’obesità possono favorire processi infiammatori, compromettere la circolazione sanguigna e contribuire allo sviluppo dell’insulino-resistenza. Questi cambiamenti potrebbero interferire con il funzionamento cerebrale e aumentare la vulnerabilità al deterioramento cognitivo, alla malattia di Alzheimer e ad altre forme di demenza.
La questione assume particolare rilevanza considerando la diffusione dell’obesità. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), circa due adulti statunitensi su cinque soddisfano i criteri per questa condizione sulla base dell’indice di massa corporea. Alcuni ricercatori, tuttavia, ritengono che l’IMC da solo non sia sufficiente per descrivere accuratamente l’obesità e i rischi associati. Una valutazione più completa dovrebbe considerare anche la circonferenza della vita e le eventuali condizioni mediche correlate all’eccesso di peso. Utilizzando questi parametri aggiuntivi, la quota di popolazione statunitense classificabile come obesa arriverebbe al 75%.
Lo studio non dimostra che il sovrappeso causi direttamente il declino cognitivo, ma individua una relazione che merita ulteriori approfondimenti. Per i ricercatori, intervenire sui fattori di rischio modificabili è particolarmente importante in un contesto in cui la demenza rappresenta una sfida crescente per la sanità pubblica.
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