La scoperta del gene PRKCZ, annunciata dall'Iss, amplia le conoscenze sulle cause genetiche della retinite pigmentosa. Ma per le famiglie la sfida resta aperta: a Sanità Informazione l’intervista alla Presidente di Retina Italia
Una nuova scoperta genetica potrebbe aiutare alcune famiglie a ottenere finalmente una risposta sulla causa della retinite pigmentosa, una malattia ereditaria della retina che può provocare una progressiva perdita della vista. Oggi, l’Istituto Superiore di Sanità ha annunciato l’identificazione del gene PRKCZ, le cui alterazioni sono state associate a una nuova forma della malattia. Il risultato, ottenuto da un gruppo internazionale coordinato da tre ricercatori italiani, amplia le conoscenze sulle basi genetiche della malattia e apre nuove prospettive per la ricerca. La scoperta, tuttavia, non significa che sia già disponibile una terapia specifica. Per chi convive con la retinite pigmentosa, il percorso resta complesso: arrivare alla diagnosi può richiedere tempo, prevedere l’evoluzione della malattia non è sempre possibile e l’assenza di trattamenti risolutivi per molte forme condiziona le scelte quotidiane e i progetti per il futuro. È da questa prospettiva che Assia Andrao, presidente di Retina Italia, in un’intervista a Sanità Informazione, invita a guardare alla nuova scoperta scientifica. Accanto ai progressi della genetica, sottolinea, è necessario rispondere ai bisogni concreti delle persone e delle famiglie, migliorando l’accesso alla diagnosi, la continuità dei controlli e il sostegno psicologico.
Lo studio pubblicato su JAMA Ophthalmology è stato coordinato da Viviana Cordeddu, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità, Marco Tartaglia, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, e Lucia Ziccardi, della Fondazione Bietti IRCCS, con il coinvolgimento di numerosi centri europei e statunitensi. Attraverso il sequenziamento del genoma di persone provenienti da diversi Paesi, i ricercatori hanno identificato varianti patogeniche del gene PRKCZ in dieci famiglie, dimostrando che queste alterazioni possono causare una nuova forma recessiva di retinite pigmentosa. Gli studi funzionali hanno inoltre evidenziato che le varianti individuate compromettono la normale funzione della protein kinase C zeta coinvolta nei processi cellulari necessari al mantenimento e alla sopravvivenza dei fotorecettori, le cellule della retina che trasformano la luce in segnali visivi. La scoperta è particolarmente rilevante perché la maggior parte delle persone studiate presentava una forma apparentemente isolata della malattia, con esordio in età adulta e senza una storia familiare evidente. In queste circostanze, individuare la causa genetica può essere più difficile. “Nonostante gli straordinari progressi della genetica negli ultimi anni, una quota significativa di persone con retinite pigmentosa rimane ancora senza una diagnosi molecolare”, ha sottolineato Viviana Cordeddu, primo autore dello studio. “L’identificazione di PRKCZ ci permette di fornire una risposta a nuove famiglie e contribuisce a comprendere meglio i meccanismi biologici alla base della degenerazione della retina”. Per le famiglie, conoscere l’origine genetica della malattia può rappresentare un passaggio importante: permette di dare un nome alla condizione, comprendere meglio le modalità di trasmissione e disporre di informazioni più precise per orientarsi nel percorso successivo.
Il valore della diagnosi emerge con particolare chiarezza nelle parole di Assia Andrao, che richiama l’attenzione sulle persone ancora prive di una risposta definitiva. “Quando il gene responsabile della malattia è già conosciuto, arrivare alla diagnosi è generalmente più semplice, anche se l’analisi del genoma e gli accertamenti necessari possono richiedere tempo. Il problema riguarda quel 25-30% di persone per le quali non è ancora stato possibile identificare la causa genetica. In questi casi si rimane senza una diagnosi precisa e questa incertezza può rappresentare una difficoltà importante per le famiglie”. L’identificazione di un nuovo gene può quindi consentire ad alcune persone di uscire da una lunga fase di incertezza. Ma il percorso diagnostico non è uguale per tutti: nelle forme recessive, la malattia può manifestarsi anche in famiglie nelle quali non ci sono precedenti evidenti. “Quando in famiglia non ci sono altre persone con la stessa patologia, la diagnosi può arrivare inaspettatamente. I genitori possono essere portatori sani della mutazione senza saperlo e trovarsi improvvisamente ad affrontare una condizione della quale non conoscevano l’esistenza”. La presidente di Retina Italia conosce queste difficoltà anche attraverso la propria esperienza familiare. Suo figlio ha una forma recessiva di retinite pigmentosa e la diagnosi è arrivata dopo un lungo percorso, perché inizialmente il gene responsabile non era stato individuato. “Quando la ricerca riesce a identificare una nuova mutazione e permette a una persona di ottenere finalmente una diagnosi, si tratta di un risultato molto positivo. È un passo avanti che consente di comprendere meglio la propria condizione e di uscire, almeno in parte, da una situazione di incertezza”.
La scoperta del gene PRKCZ rappresenta un avanzamento nella conoscenza della retinite pigmentosa, ma non corrisponde alla disponibilità di un trattamento specifico. Saranno necessari ulteriori studi per approfondire i meccanismi biologici coinvolti e valutare eventuali strategie terapeutiche. “Per comprendere quali conseguenze possano derivare da queste scoperte anche sul piano terapeutico, bisogna considerare il percorso della ricerca. L’individuazione di una nuova mutazione rappresenta un primo passo, ma non significa che sia immediatamente disponibile una terapia. Le prospettive dipendono dagli studi che verranno condotti su quella specifica alterazione genetica e anche dall’interesse a investire nella ricerca”, osserva Andrao. La retinite pigmentosa comprende numerose forme genetiche, con caratteristiche ed evoluzioni differenti. Questa eterogeneità rende complesso sviluppare trattamenti che possano essere efficaci per tutte le persone interessate. “Nel caso della retinite pigmentosa sono state identificate oltre 200 mutazioni genetiche associate alla malattia, ma una terapia specifica è disponibile soltanto per una di queste. Questo fa capire quanto sia complesso il percorso che porta dalla scoperta di un’alterazione genetica allo sviluppo di un trattamento”. Per la presidente di Retina Italia, è importante continuare a sostenere la ricerca anche sulle mutazioni che interessano un numero limitato di persone. Quando i casi sono pochi, infatti, può essere più difficile avviare studi specifici e raccogliere dati sufficienti per approfondire le caratteristiche della patologia. La scoperta di PRKCZ aggiunge dunque un tassello alla conoscenza della malattia e apre nuove possibilità di indagine. La sfida successiva sarà tradurre questi risultati in strumenti diagnostici sempre più precisi e, nel tempo, in eventuali opportunità terapeutiche.
La retinite pigmentosa non evolve allo stesso modo in tutte le persone. La progressione può essere rapida oppure più lenta, con conseguenze molto diverse sulla capacità visiva e sull’autonomia individuale. “Ci sono forme con un’evoluzione molto rapida, nelle quali già intorno ai vent’anni si può arrivare a una perdita visiva molto grave, fino alla cecità, e altre che progrediscono più lentamente, consentendo di conservare un residuo visivo anche a sessanta o settant’anni”, spiega Andrao. Questa variabilità rende difficile prevedere come cambierà la vista nel corso degli anni. Per le persone interessate, non sapere se e quanto la malattia progredirà significa confrontarsi con un’incertezza che coinvolge il lavoro, la vita familiare e i progetti personali. “Se non so come potrebbe evolvere la malattia, diventa complicato anche programmare la mia vita. Non sapere che cosa potrebbe succedere tra un anno, cinque o dieci anni condiziona le scelte personali e professionali”. Per questo, secondo la presidente di Retina Italia, sarebbe importante disporre di più studi osservazionali capaci di descrivere l’andamento delle diverse forme della malattia. Conoscere meglio la storia naturale della patologia nelle persone che presentano la stessa mutazione potrebbe offrire informazioni utili per comprendere le possibili evoluzioni e affrontare il futuro con maggiore consapevolezza. Non si tratta soltanto di ottenere dati clinici: avere indicazioni più precise può aiutare le persone a prendere decisioni, organizzare la quotidianità e prepararsi agli eventuali cambiamenti della capacità visiva.
Tra le priorità indicate da Retina Italia c’è anche una riflessione sui criteri con cui vengono valutate le terapie innovative. Nelle malattie degenerative, infatti, il beneficio di un trattamento non coincide necessariamente con il recupero di una funzione perduta. “Molte persone che conservano ancora un residuo visivo sono costrette ad adattarsi continuamente ai cambiamenti della malattia. Per loro, un trattamento capace di bloccare la progressione o di rallentarla in modo significativo potrebbe già rappresentare un risultato fondamentale“. La possibilità di mantenere più a lungo la funzione visiva residua può avere un impatto importante sulla qualità della vita, sull’autonomia e sulla possibilità di continuare a svolgere attività quotidiane. “Non possiamo pensare che ogni terapia debba necessariamente restituire una funzione perduta. Anche riuscire a preservare quella ancora disponibile può cambiare concretamente la vita di una persona”. È una prospettiva che assume particolare rilevanza in un ambito nel quale, per molte forme di retinite pigmentosa, le opzioni terapeutiche restano limitate. Accanto alla ricerca di trattamenti capaci di intervenire sui meccanismi della malattia, occorre quindi considerare anche il valore clinico e personale di un rallentamento della progressione.
Accanto ai progressi scientifici, restano le difficoltà legate all’assistenza. Per le persone con retinite pigmentosa, i controlli oculistici periodici sono essenziali per monitorare l’evoluzione della patologia, soprattutto quando non è disponibile una terapia risolutiva. “Una delle priorità è garantire tempi di attesa più brevi e una maggiore facilità di accesso alle visite specialistiche. I controlli sono fondamentali per seguire l’evoluzione della malattia e non dovrebbero diventare un ulteriore ostacolo per le persone e le famiglie”. Particolarmente delicata è la fase in cui l’oculista formula un primo sospetto di retinite pigmentosa, senza che sia ancora disponibile una conferma diagnostica. In quel momento, la famiglia ha bisogno di informazioni affidabili e di un percorso chiaro per arrivare agli accertamenti necessari. “Quando un oculista formula un sospetto, ma non è ancora possibile confermare la diagnosi, la famiglia si trova ad affrontare un periodo molto difficile. Spesso si cercano informazioni su Internet e ci si imbatte in scenari che generano ulteriore paura. Se poi bisogna attendere cinque o sei mesi per una visita in un centro specializzato, l’incertezza diventa ancora più pesante”. Da qui la richiesta di prevedere un accesso facilitato alla prima visita nei centri di riferimento per le persone con un sospetto concreto di distrofia retinica. “Arrivare più rapidamente a una diagnosi significa ridurre il periodo di incertezza e permettere alle famiglie di ricevere informazioni appropriate. Credo che facilitare l’accesso alla prima valutazione specialistica sia un obiettivo concreto, sul quale si potrebbe lavorare”.
L’impatto della retinite pigmentosa non si esaurisce negli aspetti clinici. La prospettiva di una progressiva perdita della vista può avere conseguenze profonde sulla persona e sui familiari, chiamati a riorganizzare aspettative e progetti. “Sentirsi dire oggi che per la propria malattia non esiste ancora una terapia risolutiva è molto difficile da accettare. L’impatto psicologico di una diagnosi di questo tipo è enorme e coinvolge tutta la famiglia”. I genitori possono provare sensi di colpa quando scoprono di essere portatori di una mutazione genetica trasmessa ai figli. Le persone che ricevono la diagnosi devono invece confrontarsi con l’incertezza sul futuro e con la possibilità di perdere progressivamente una parte della propria capacità visiva. Per Andrao, il supporto psicologico dovrebbe essere accessibile già nel momento in cui viene comunicata la diagnosi, senza lasciare che la persona e la famiglia affrontino da sole una notizia così difficile. “Non chiediamo necessariamente di introdurre uno psicologo in ogni reparto di oculistica. Negli ospedali esistono già professionisti e servizi ai quali ci si potrebbe rivolgere. Sarebbe importante facilitare questo accesso proprio quando una persona e la sua famiglia ricevono una notizia così difficile”. L’obiettivo è integrare il sostegno psicologico nel percorso assistenziale, valorizzando le risorse già presenti e rendendo più semplice l’accesso ai servizi. “Naturalmente, la malattia dobbiamo imparare ad affrontarla anche con le nostre risorse. Non chiediamo alla ricerca di risolvere ogni difficoltà, ma un’accoglienza maggiore e la possibilità di essere accompagnati psicologicamente possono fare una differenza importante”.
L’identificazione del gene PRKCZ amplia le conoscenze sulla retinite pigmentosa e può offrire una risposta diagnostica ad alcune famiglie che finora non avevano una spiegazione genetica della malattia. È un risultato importante, che contribuisce a chiarire i meccanismi biologici coinvolti nella degenerazione della retina e costituisce una base per ulteriori ricerche. Ma la diagnosi è soltanto una parte del percorso. Per le persone che convivono con la malattia restano fondamentali la possibilità di accedere rapidamente ai centri specializzati, la continuità dei controlli, la disponibilità di informazioni attendibili e un sostegno psicologico adeguato. “Le distrofie retiniche sono patologie complesse e per molte forme non disponiamo ancora di trattamenti risolutivi. La ricerca, però, sta andando avanti e le prospettive sono in evoluzione. È importante continuare a investire negli studi, ma nel frattempo dobbiamo anche occuparci delle persone, delle loro famiglie e delle difficoltà che affrontano ogni giorno”, conclude Andrao. La sfida, quindi, è duplice: da una parte, sostenere la ricerca affinché le nuove conoscenze possano tradursi in strumenti diagnostici più accurati e, nel tempo, in nuove terapie; dall’altra, garantire che nessuno debba affrontare da solo l’incertezza della diagnosi e le conseguenze della malattia. Perché anche quando una cura non è ancora disponibile, un’assistenza tempestiva e un accompagnamento adeguato possono fare la differenza.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato