Salute 30 Ottobre 2026 13:08

Sla, la risonanza magnetica può aiutare a prevedere l’evoluzione della malattia

Analizzate le risonanze magnetiche cerebrali di 399 persone con sclerosi laterale amiotrofica: le alterazioni della sostanza bianca associate alla malattia dei piccoli vasi sanguigni sono risultate correlate a una maggiore compromissione motoria e cognitiva

di Isabella Faggiano
Sla, la risonanza magnetica può aiutare a prevedere l’evoluzione della malattia

Perché la sclerosi laterale amiotrofica (Sla) progredisce rapidamente in alcune persone, mentre in altre segue un decorso più lento? È una delle domande ancora aperte nella ricerca su questa grave malattia neurodegenerativa, caratterizzata dalla progressiva degenerazione dei motoneuroni, le cellule nervose che controllano i movimenti volontari. Una possibile chiave di lettura arriva dalla risonanza magnetica cerebrale e, in particolare, da alcune alterazioni del tessuto cerebrale che potrebbero contribuire a definire meglio la gravità della malattia e la sua evoluzione. Uno studio condotto dai ricercatori dell’Irccs Istituto Auxologico Italiano e dell’Università degli Studi di Milano, pubblicato sulla rivista scientifica Brain, ha esaminato le immagini di risonanza magnetica di 399 persone con Sla, individuando un’associazione tra le iperintensità della sostanza bianca, indicatori frequentemente collegati alla sofferenza dei piccoli vasi sanguigni, e diversi parametri clinici della malattia. I risultati suggeriscono che il quadro della Sla potrebbe essere influenzato anche dalle condizioni dell’ambiente neurovascolare in cui operano le cellule nervose. Si tratta di un elemento che potrebbe aiutare a comprendere meglio perché la malattia presenti traiettorie differenti da una persona all’altra.

Sla e piccoli vasi sanguigni: cosa emerge dallo studio

La ricerca si è concentrata sulle cosiddette iperintensità della sostanza bianca, aree che appaiono più chiare nelle immagini di risonanza magnetica. Queste alterazioni sono frequenti soprattutto con l’avanzare dell’età e vengono generalmente associate alla malattia dei piccoli vasi sanguigni e a fattori di rischio vascolare, come l’ipertensione. Per valutare la loro presenza, i ricercatori hanno utilizzato scale di classificazione visiva e sistemi semiautomatizzati per misurarne il volume. L’analisi ha distinto le alterazioni periventricolari, localizzate in prossimità dei ventricoli cerebrali, da quelle presenti nelle regioni più profonde della sostanza bianca. Come riportato nell’abstract dello studio, “Il carico di iperintensità della sostanza bianca è risultato associato a stadi topografici più avanzati secondo la classificazione di King e a stadi funzionali più avanzati secondo la classificazione MiToS”. In altre parole, una maggiore presenza di queste alterazioni è risultata correlata a stadi clinici più avanzati della malattia, secondo due sistemi utilizzati per descrivere la distribuzione del coinvolgimento neurologico e la progressione della compromissione funzionale.

Compromissione motoria e cognitiva: il legame con le alterazioni cerebrali

L’associazione non riguarda soltanto lo stadio della malattia. Lo studio ha rilevato una correlazione tra il carico di iperintensità della sostanza bianca e una maggiore compromissione funzionale, misurata attraverso la scala ALSFRS-R, utilizzata per valutare le capacità funzionali nelle persone con Sla. I ricercatori hanno inoltre osservato un’associazione con una compromissione più grave dei motoneuroni inferiori, mentre non è emersa la stessa relazione per quelli superiori. Il risultato contribuisce a delineare un possibile legame tra le alterazioni del tessuto cerebrale e alcune caratteristiche specifiche del quadro neurologico. Anche gli aspetti cognitivi sono entrati nell’analisi. Attraverso l’Edinburgh Cognitive and Behavioural ALS Screen (ECAS), uno strumento specifico per valutare le funzioni cognitive e comportamentali nelle persone con Sla, è stata riscontrata un’associazione tra il carico di iperintensità e maggiori deficit cognitivi. Nel complesso, i risultati indicano che le alterazioni della sostanza bianca potrebbero fornire informazioni aggiuntive sulla compromissione motoria e cognitiva, contribuendo a descrivere con maggiore precisione i diversi profili clinici della malattia.

Sopravvivenza, un possibile indicatore prognostico

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la sopravvivenza. Nello studio, un elevato carico di iperintensità periventricolari è risultato associato a una sopravvivenza più breve anche dopo aver tenuto conto di fattori prognostici già noti. Questo dato suggerisce che alcune alterazioni visibili alla risonanza magnetica, spesso considerate soprattutto in relazione all’invecchiamento e ai fattori di rischio vascolare, potrebbero avere un valore anche nella valutazione delle persone con Sla. “Questo ampio studio basato sulla risonanza magnetica evidenzia un’associazione tra la malattia dei piccoli vasi sanguigni e lo stadio clinico, la sopravvivenza e le compromissioni motorie e cognitive associate alla Sla”, si legge nell’abstract dell’articolo. Gli autori ipotizzano che le iperintensità della sostanza bianca possano riflettere una patologia neurovascolare diffusa, che interessa sia le regioni corticali sia quelle spinali, e che potrebbe essere rilevante per la progressione della malattia. È tuttavia fondamentale distinguere l’associazione statistica da un rapporto causale: lo studio non dimostra che le alterazioni dei piccoli vasi provochino la Sla o siano direttamente responsabili del suo peggioramento.

Dalla risonanza magnetica nuove prospettive per la ricerca

Uno degli elementi di interesse della ricerca è l’utilizzo di esami di risonanza magnetica acquisiti nell’ambito della normale valutazione neurologica, anziché di strumenti sperimentali dedicati esclusivamente allo studio. Come sottolineato da Nicola Ticozzi, direttore dell’Unità operativa di Neurologia dell’Irccs Istituto Auxologico Italiano e professore associato di Neurologia all’Università degli Studi di Milano, i neuroni non operano isolatamente: il loro funzionamento dipende anche dall’ambiente che li circonda, compresi i piccoli vasi sanguigni. Il ricercatore ha precisato che il lavoro non dimostra un rapporto di causa-effetto, ma individua un elemento che potrebbe contribuire a comprendere meglio i meccanismi della malattia e la variabilità del suo decorso. Per Alessio Maranzano, neurologo e ricercatore dell’Istituto Auxologico Italiano e autore corrispondente dello studio, queste alterazioni meritano maggiore attenzione proprio perché associate alla compromissione motoria, alle difficoltà cognitive e alla sopravvivenza. Il passo successivo sarà verificare se possano aiutare a caratterizzare in modo più accurato i diversi profili della Sla. La valutazione sistematica delle iperintensità della sostanza bianca potrebbe, in prospettiva, contribuire a migliorare la stratificazione delle persone coinvolte negli studi clinici e a rendere più mirata la progettazione delle sperimentazioni.

Cosa manca per trasformare i risultati in applicazioni cliniche

La ricerca apre nuove domande, ma non modifica nell’immediato le possibilità di trattamento della Sla. Gli autori sottolineano che saranno necessari ulteriori studi, soprattutto longitudinali, per seguire le persone nel tempo e chiarire la natura del rapporto tra le alterazioni vascolari, le manifestazioni cliniche e la sopravvivenza. Resta inoltre da verificare se questi marcatori possano diventare strumenti affidabili per la valutazione prognostica e se una migliore comprensione dei meccanismi neurovascolari possa avere implicazioni per lo sviluppo di future strategie terapeutiche. Il lavoro si inserisce nelle attività di ricerca dell’Università degli Studi di Milano e dell’Irccs Istituto Auxologico Italiano dedicate alle malattie neurodegenerative, nell’ambito di collaborazioni cliniche e scientifiche nazionali e internazionali. Per ora, il contributo principale dello studio consiste nell’aver individuato un’associazione tra alterazioni della sostanza bianca, gravità clinica e sopravvivenza. Un risultato che amplia la prospettiva con cui viene studiata la Sla e indica una possibile direzione per approfondire i meccanismi biologici che contribuiscono alle differenze nell’evoluzione della malattia.

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