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Ricerca 19 Maggio 2020

Sangue nelle urine? Non sempre è cistite. Attenzione ai sintomi del tumore alla vescica

È la quinta forma di cancro più frequente, ma la diagnosi è spesso tardiva. Per questo, in tutto il mondo, pazienti, famiglie e personale medico sono impegnati, per l’intero mese di maggio, in una campagna di sensibilizzazione per la prevenzione del carcinoma alla vescica, iniziativa organizzata da tutti i membri della World Bladder Cancer Patient […]

di Isabella Faggiano

È la quinta forma di cancro più frequente, ma la diagnosi è spesso tardiva. Per questo, in tutto il mondo, pazienti, famiglie e personale medico sono impegnati, per l’intero mese di maggio, in una campagna di sensibilizzazione per la prevenzione del carcinoma alla vescica, iniziativa organizzata da tutti i membri della World Bladder Cancer Patient Coalition, l’Organizzazione mondiale di Associazioni che si occupano di questa patologia.

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«Sangue nelle urine, frequente bisogno o urgenza di urinare, dolori pelvici, infezioni urinarie ricorrenti, incontinenza, stanchezza e perdita di peso sono i sintomi più frequenti del tumore alla vescica», spiega Edoardo Fiorini, presidente di PaLiNUro, associazione nata presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano nel 2014, che si occupa della diffusione della campagna per la prevenzione del cancro alla vescica in Italia.

«Alcuni sintomi – sottolinea Fiorini – in primis il sangue nelle urine, possono essere spesso confusi con altri disturbi, anche banali, come la cistite. Un’ambiguità che può indurre ad un ritardo di diagnosi, nonostante questa forma di tumore sia molto diffusa. Negli uomini è la quarta più frequente, dopo il cancro della prostata».

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I nuovi casi diagnosticati nel 2019 sono circa 29.700, contro i 27.440 del 2018. Gli uomini sono più colpiti delle donne: 24 mila contro 5.700. «Anche se – sottolinea Fiorini – i casi tra il gentil sesso sono in aumento per il peggioramento degli stili di vita. Tra le principali causa del tumore alla vescica ci sono: fumo di sigaretta, esposizione alle radiazioni, cistiti croniche, esposizione professionale a sostanze chimiche e infezioni parassitarie».

Il tasso di sopravvivenza è in media del 79% a 5 anni e del 71% a 10 anni: «Questo tumore si manifesta soprattutto intorno di 60 anni – dice il presidente di PaLiNUro -, ma alcune diagnosi possono avvenire anche dai 45 anni ed in rari casi pure più precocemente. La diagnosi è effettuata attraverso un’ecografia e un esame delle urine su tre campioni, che verifica la presenza di cellule tumorali. In caso di positività si procede con ulteriori accertamenti per decidere la tipologia di trattamento».

«Nell’85% dei casi – commenta Fiorini – si tratta di tumore superficiale, nel restante 15 di tumore infiltrante. Per il primo la terapia più utilizzata è basata su istillazioni vescicali, lavaggi effettuati via catetere con particolari farmaci, che limitano e riducono la riproduzione delle cellule tumorali. Il cancro infiltrante, invece, deve essere operato. Prima di entrare in sala operatoria ci si sottopone a dei cicli di chemioterapia o di immunoterapia. La successiva chirurgia si divide in due fasi. La prima prevede la demolizione di parte della vescica e dell’apparto riproduttivo. La seconda, quella ricostruttiva, offre due strade: una stomia con sacchetto esterno o la ricostruzione della vescica utilizzando un tratto di intestino. Quest’ultima possibilità non è adeguata a tutti i pazienti, è un intervento molto più complesso che coinvolge più parti del nostro organismo e quindi ha più complicanze post-operatorie. Nella donna assistiamo, in alcuni casi, anche a problemi di incontinenza o iperincontinenza. Queste ragioni fanno si che negli ultimi anni molti chirurghi – conclude Fiorini – stiano tornando a protendere per la stomia».

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