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Malattie e terapie 6 Ottobre 2023

Artrosi, i segnali a cui fare attenzione e le tecniche più usate per trattarla

Chi è più soggetto a soffrire di artrosi e quali sono le novità nelle tecniche utilizzate? Le risposte del dottor Andrea Grasso, ortopedico e traumatologo

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L’artrosi, anche conosciuta come osteoartrosi o osteoartrite, è una condizione medica che colpisce le articolazioni del corpo umano. Questa si verifica quando la cartilagine, ovvero il tessuto che riveste le estremità delle ossa nelle articolazioni, si deteriora progressivamente. La cartilagine svolge un ruolo importante nell’agevolare il movimento delle articolazioni e nell’assorbire gli urti.

Con il passare del tempo o a causa di fattori come l’invecchiamento, lesioni o stress cronico sulle articolazioni, la cartilagine può subire danni e assottigliarsi. Ciò può portare a una serie di sintomi e problemi, tra cui:

  • Dolore articolare: il paziente può sperimentare dolore e disagio nelle articolazioni colpite;
  • Ridotta mobilità: a causa dell’indebolimento delle articolazioni e della limitata capacità di movimento, i pazienti con artrosi possono avere difficoltà nell’eseguire determinate attività fisiche o quotidiane;
  • Rigidezza articolare: Le articolazioni possono diventare rigide, specialmente al mattino o dopo periodi di inattività;
  • Deformità articolari: In casi avanzati di artrosi, le articolazioni possono deformarsi, portando a una perdita significativa della funzione articolare.

L’artrosi può colpire qualsiasi articolazione del corpo, ma è più comune nelle articolazioni che supportano il peso corporeo, come le ginocchia, le anche, la colonna vertebrale e le mani. Il trattamento dell’artrosi varia a seconda della gravità della condizione e delle esigenze individuali del paziente. Le opzioni di trattamento possono includere farmaci per il dolore, terapia fisica, modifiche dello stile di vita, esercizi di rafforzamento muscolare e, in alcuni casi, interventi chirurgici come la sostituzione dell’articolazione. Su questo argomento il dottor Andrea Grasso, ortopedico e traumatologo, ha tenuto nei giorni scorsi uno dei webinar del ciclo “L’artrosi e le lesioni condrali nel 2023: trattamenti tradizionali e innovativi”, organizzato da Sanità In-Formazione con il contributo non condizionante di Arthrex, in cui sono stati affrontati il tema del trattamento dell’artrosi e delle lesioni condrali a livello delle grandi articolazioni (spalla, anca e ginocchio), i fattori di rischio e la storia naturale della patologia.

Professore, parlando di artrosi, quali sono i primi segnali a cui prestare attenzione, chi colpisce più spesso e quali sono le zone più a rischio?

«Come in tutte le altre patologie, il primo segnale è il dolore. Il paziente sente dolore e dunque viene acquisito da noi. Successivamente, un’altra caratteristica dell’artrosi può essere il gonfiore: gonfiore articolare con liquido sinoviale prodotto dal problema artrosico e crepitii, scosci articolari che possono arrivare fino a un blocco articolare».

Quali sono le principali tecniche per trattare l’artrosi?

«Iniziamo da quelle non invasive, visto che è sempre buona norma iniziare con queste. Partiamo dal trattamento riabilitativo, terapia strumentale che si fa con il fisioterapista. Un secondo livello è quello relativo alla tecnica infiltrativa: si possono infiltrare le articolazioni afflitte da artrosi, quali ad esempio il ginocchio o l’anca. È molto importante che l’infiltrazione dell’anca sia sotto controllo radiologico perché questa è una articolazione profonda. Andando più avanti si procede con tecniche sempre più invasive. Se non ce l’abbiamo fatta con il trattamento conservativo e successivamente infiltrativo si arriva al trattamento chirurgico. In sala operatoria abbiamo varie opzioni: dai trattamenti di pulizia del danno contrale, di stimolazione dell’osso, fino al trattamento protesico».

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Ha parlato di trattamento con infiltrazioni, c’è un tipo di paziente a cui consigliarlo più che ad altri?

«Risulta molto importante che l’ortopedico, il fisiatra o il reumatologo capiscano chi hanno di fronte per cercare di cucire, come fa il sarto, il miglior trattamento possibile. Così come il sarto fa un vestito su misura, noi dobbiamo capire qual è il farmaco o, in generale, la soluzione più adatta. Possiamo dunque andare dall’acido ialuronico, che ha un effetto reologico prettamente meccanico per lubrificare le articolazioni. Si arriva poi al cortisone. Personalmente, nei casi più importanti lo associo all’acido ialuronico, quando ad esempio capita una persona molto anziana che non può operarsi, oppure un paziente che non si vuole operare ma anche chi, per condizioni generali, non può operarsi. L’associazione di acido ialuronico e cortisone è più aggressiva, nel senso positivo del termine, sull’articolazione e ci aiuta maggiormente a risolvere il problema del dolore”.

C’è qualche novità nelle tecniche utilizzate?

«Negli ultimi anni si sta sviluppando sempre di più il trattamento che chiamiamo “biologico”, il quale associa la parte meccanica di viscosupplementazione a un effetto biologico vero e proprio. Si è iniziato con il PRP (plasma ricco di piastrine, nda) che si ottiene con un prelievo di sangue venoso, il quale viene centrifugato per ottenere una concentrazione di plasma che, arricchito di piastrine, viene immerso nell’articolazione e dovrebbe stimolare la informazione cartilaginea. Si può arrivare anche a un procedimento più invasivo che probabilmente si sta dimostrando essere più utile del PRP sulla cartilagine: si tratta del prelievo delle cellule mesenchimali. Possono essere stromali, quindi prese dall’osso, oppure adipose, che è quello che si tende a fare un po’ di più. Si prende il tessuto adiposo tramite siringhe sull’addome del paziente, lo si tratta centrifugandolo manualmente e viene immesso nell’articolazione. Sembra essere a oggi quello che può dare un maggior stimolo».

 

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