Salute 23 Settembre 2022 10:19

Arriva dal mare la cura per cartilagine e artrosi delle ginocchia

Uno studio internazionale dimostra che l’aragonite contenuta nei coralli e impiantata nell’arto grazie ad un device a forma cilindrica sarebbe in grado di garantire un miglioramento clinico e funzionale del ginocchio senza rischi di rigetto. Primi due interventi alla Clinica Città di Pavia del gruppo San Donato

Arriva dal mare la cura per cartilagine e artrosi delle ginocchia

Arriva dal fondo del mare l’elisir di lunga vita per le nostre ginocchia. L’aragonite, minerale costituito da carbonio di calcio presente in natura nei coralli e nelle conchiglie, infatti, sembra avere proprietà uniche in grado di curare le lesioni delle cartilagini e l’artrosi in una fase iniziale. Dopo anni di ricerche, lo studio IDE (Investigational device exemption) approvato dalla FDA nel 2021, con la partecipazione di 250 pazienti in tutto il mondo affetti da patologie della cartilagine ha dimostrato un marcato miglioramento clinico e funzionale rispetto alle terapie standard. In particolare, a due anni, l’indice KOOS (strumento di misura mondiale per definire l’opinione dei pazienti sulla sintomatologia del ginocchio) ha dato un valore di 42,7 nei pazienti trattati con il device a base di aragonite e 21,4 in quelli trattati con terapia convenzionale.

Un device di aragonite a forma cilindrica biodegradabile

In Italia per la prima volta è stato utilizzato alla Clinica Città di Pavia del Gruppo San Donato dalla dottoressa Francesca De Caro, medico chirurgo ortopedico. «La cartilagine – sottolinea la dottoressa de Caro – non ha la possibilità di rinnovarsi in maniera autonoma, pertanto, senza un intervento esterno, con procedure chirurgiche o di medicina rigenerativa, la lesione tende a progredire fino a degenerare in artrosi e, nel tempo, può rendersi necessario l’inserimento di una protesi. Il corallo ha la stessa porosità dell’osso, quindi una volta posizionato all’interno del ginocchio, a contatto con l’osso, funge da struttura tridimensionale per le cellule staminali che lo attraversano e si differenziano in osso e cartilagine», spiega l’esperta che ha partecipato allo studio multicentrico come referente per l’Italia con Elisabeth Kon, Capo sezione del centro per la ricostruzione articolare del ginocchio di Humanitas.  «Per favorire la rigenerazione della cartilagine, quindi è stato messo a punto uno scaffold osteocartilagineo a forma cilindrica con un diametro tra i 7 e i 12 mm e una profondità di 11 mm che viene impiantato chirurgicamente – racconta De Caro -. Lo scaffold è biocompatibile e biodegradabile, quindi non deve essere estratto, ma si assorbe».

Primi due interventi a Pavia

Il device, nato in Israele, dopo lo studio internazionale che ha visto la partecipazione di molti stati e ottenuto l’approvazione della Food And Drug Administration, è stato utilizzato per la prima volta in Italia su due pazienti: un uomo di 58 anni con artrosi al ginocchio allo stadio iniziale e un giovane di 27 con una lesione cartilaginea della troclea femorale. «L’intervento chirurgico viene fatto con anestesia spinale e ha una durata di circa 40 minuti – aggiunge l’ortopedico della clinica Città di Pavia -. È una procedura sicura che non presenta rischi maggiori rispetto ad un comune intervento chirurgico. Il post-operatorio prevede 24 ore di degenza, dopodiché il paziente torna a casa con un programma di riabilitazione». Nessun rischio di rigetto e la percentuale di successo della procedura è molto alta, ovvero 93% a due anni. «Non solo – puntualizza la dottoressa De Caro – questo scaffold, rispetto ad altri in commercio, ha il vantaggio di avere una applicabilità molto ampia, sia nei pazienti molto giovani che hanno lesioni focali o lesioni sportive o ancora con osteocondriti, sia nei soggetti meno giovani con artrosi precoce, dilatando quindi i tempi per una eventuale sostituzione protesica».

«Nessun rischio per l’ambiente, l’aragonite estratta oggi è sufficiente per 50 anni»

Se il device oggi trova applicazione esclusivamente nel ginocchio, già si ipotizza in futuro un impiego per l’alluce e la caviglia, il che potrebbe mettere in allarme gli ambientalisti. «Nessun pericolo per i nostri mari – tiene a precisare l’esperta – non stiamo parlando di corallo rosso, ma di una varietà comune estratta con pesca autorizzata e la quantità richiesta per la produzione del device è talmente bassa che quanto oggi estratto dai mari è sufficiente per garantire le cure nei prossimi 50 anni».

 

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