Sanità internazionale 22 Gennaio 2018

Negli Stati Uniti lo ‘shutdown’ ha coinvolto anche la sanità

Il Presidente Donald Trump ha firmato la misura approvata dal Congresso per mettere fine allo ‘shutdown’, finanziando il governo americano fino all’8 febbraio. Finisce così la paralisi del governo iniziata lo scorso fine settimana, quando il Congresso degli Stati Uniti non aveva approvato la legge che rifinanzia le attività amministrative federali. Essendo bloccata la capacità di spesa del governo, le amministrazioni pubbliche federali, ad eccezione dei servizi essenziali, hanno chiuso letteralmente i battenti, provocando lo ‘shutdown’. L’ultimo risale all’ottobre del 2013, durò 16 giorni e mise temporaneamente in congedo 850mila dipendenti federali.

In questi giorni la sanità, come la sicurezza nazionale, il traffico aereo o la giustizia, ha continuato ad essere garantita, rientrando nella categoria dei servizi essenziali. Il fenomeno ha tuttavia indirettamente interessato anche la salute dei cittadini. Basti pensare che a circa la metà dei dipendenti del Dipartimento per la Salute è stato richiesto di rimanere a casa: parliamo di 41mila persone.

Ma le conseguenze principali hanno riguardato il Centro per il controllo delle malattie e la prevenzione (CDC) che ha sospeso il programma di monitoraggio dell’influenza, proprio nel periodo in cui il male di stagione, quest’anno tra l’altro particolarmente grave, ha raggiunto il suo picco. «Senza gli aggiornamenti del CDC – ha affermato alla NBC News il dottor Peter Hotez, decano della Scuola nazionale di medicina tropicale di Houston – i medici avranno maggiori difficoltà nel diagnosticare e nel curare i pazienti». Per non parlare degli effetti dello shutdown sulla prossima stagione influenzale: il Centro ricopre infatti un ruolo fondamentale nella preparazione del vaccino antiinfluenzale del prossimo anno che deve essere programmato proprio nei prossimi giorni.

Il Centro ha garantito solo il supporto minimo indispensabile per i programmi di studio delle malattie infettive: la capacità dell’agenzia di Atlanta di testare patogeni sospetti e mantenere il centro per le operazioni di emergenza attivo 24 ore su 24 è stata significativamente ridotta.

Anche i National Institutes of Health sono stati toccati dallo shutdown, visto che nessun trial clinico, spesso l’ultima speranza per malati particolarmente gravi, può chiamare nuovi pazienti. Smettendo di gestire le sovvenzioni, sono stati privati, anche se temporaneamente, di finanziamenti cruciali per l’avanzamento delle ricerche.

Non vengono invece coinvolti dallo shutdown né Medicare né Medicaid: i pazienti hanno continuato quindi a ricevere la copertura assicurativa e Medicare a rimborsare le spese sanitarie.

Anche i 1400 centri per la salute, cliniche che forniscono servizi essenziali a circa 27 milioni di persone con basso reddito, hanno continuato a lavorare. Non è stato intaccato dallo shutdown nemmeno il programma di visite e lezioni a domicilio dedicato a circa 160mila famiglie ritenute maggiormente a rischio.

Non sono rimasti a casa nemmeno coloro che lavorano in programmi critici per la sicurezza pubblica della Food and Drug Administration: le analisi e gli esami dei prodotti che entrano negli Stati Uniti hanno continuato ad essere fatti, mentre si sono fermate le ispezioni di routine e le ricerche in laboratorio. È stato inoltre interrotto il programma della FDA sulla sicurezza alimentare, anche se proseguono le ispezioni su prodotti agricoli, carni e pollame.

Senz’altro peggiore è invece la situazione della ricerca, non ritenuta un servizio essenziale. L’allarme è stato lanciato nelle scorse ore dalla rivista Nature: a migliaia di ricercatori federali è stato infatti ordinato di rimanere a casa, ed è stato impedito l’accesso a e-mail e telefoni governativi. Ciò costringerà molte agenzie a contare solo su un piccolo numero di dipendenti “essenziali”, interrompendo la ricerca federale su tutti i fronti, dal manto nevoso che ricopre gli Stati Uniti occidentali al funzionamento del cervello. E perfino la Nasa potrebbe essere costretta a ritardare il lancio di veicoli spaziali sviluppati nel corso di anni.

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