Salute 7 Luglio 2022 10:41

Tumore alla prostata: più casi ma meno decessi, il libro bianco di Fondazione Onda aiuta a capire il perché

Con 37 mila nuove diagnosi l’anno il cancro alla prostata rappresenta il 19% di tutti i tumori diagnosticati nella popolazione maschile italiana. Sorveglianza attiva, chirurgia robotica e radioterapia di precisione, oltre a cure sempre più personalizzate, permettono di gestire la malattia. In futuro si punta sulle terapie ormonali

Tumore alla prostata: più casi ma meno decessi, il libro bianco di Fondazione Onda aiuta a capire il perché

Con 37 mila nuovi casi l’anno, il cancro alla prostata rappresenta il 19% di tutti i tumori diagnosticati nella popolazione maschile. Nonostante il progressivo aumento dei dati, la mortalità è in continua diminuzione grazie a recenti innovazioni in ambito diagnostico-terapeutico e a nuove metodiche.  Proprio su prevenzione e diagnosi precoce si gioca la partita contro la malattia.

Diagnosi precoce: qual è l’età giusta per fare i primi controlli

Premesso che le statistiche redatte da Fondazione Onda e Elma Research su un campione di 273 uomini e donne lo scorso anno ha evidenziato che il 66% degli uomini considera il tumore alla prostata curabile e non drasticamente impattante sulla qualità della vita, occorre dire che spesso gli uomini sottovalutano la necessità di fare un controllo alla prostata ed infatti un ruolo essenziale nella percezione della malattia e nella cura è ricoperto dalle donne. Secondo l’indagine, infatti, ben 6 donne su 10 sono attivamente coinvolte nel motivare il partner o i famigliari nella diagnosi precoce e nel sottoporsi alle visite di controllo. Ma qual è il momento giusto per effettuare i primi controlli?

Per Sergio Bracarda Direttore del Dipartimento di Oncologia e Traslazionale dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni «negli ultimi anni il carcinoma prostatico è secondo per diffusione nei tumori solidi, ma quinto per mortalità grazie ad uno screening efficace che deve avere inizio intorno ai 50 anni, 45 in caso di familiarità e 40 in caso di positività al test genetico». «È importante dire che la mortalità è bassa rispetto l’incidenza – puntualizza Bernardo Rocco Direttore UOC di Urologia ASST Santi Paolo e Carlo di Milano – siamo nell’ordine di 7000 casi l’anno. Identificare la malattia precocemente è fondamentale per trattarla o meno, ed evitare che diventi metastatica. I primi esami a cui è bene sottoporsi sono: dosaggio del PSA e indagine rettale. L’approfondimento di secondo livello verrà poi eseguito con risonanza magnetica nucleare e infine con una biopsia».

Sorveglianza attiva

Secondo i dati resi noti da Fondazione Onda nel libro bianco “Tumore alla Prostata, Stato dell’arte e nuove prospettive, fino al 40% delle nuove diagnosi è costituito da tumori clinicamente insignificanti «Ovvero a basso rischio – spiega Riccardo Valdagni, Direttore SC Radioterapia oncologica e Responsabile del Programma Prostata della Fondazione IRCCS Istituto dei Tumori di Milano -, il che prevede uno schema predefinito di controlli con una pronta attivazione del trattamento curativo qualora gli esami di monitoraggio evidenziassero la comparsa di un tumore significativo».

Si comincia con la cosiddetta sorveglianza attiva, un approccio applicato nell’ambito del progetto PRIAS (Prostate Cancer Research International Active Surveillance) Italia con il quale si valutano i cosiddetti tumori indolenti. «Si tratta di carcinomi di cui abbiamo iniziato a parlare ad inizio secolo – specifica Valdagni – quando i ricercatori notarono che nel tumore alla prostata ci sono lesioni che non sono in grado di metastatizzare e neppure di alterare il corso della vita, in quel caso si è ritenuto di gestirli con 4 controlli PSA annui, due visite e eventuali biopsie a 4, 6, 10 e 20 anni». I risultati sono incoraggianti: il 40 percento dei pazienti a 10 anni e il 30 percento a 15 anni è in sorveglianza attiva, «un evidente risparmio di tossicità per i pazienti e di costi inutili per la sanità», precisa Valdagni.

Centri multidisciplinari e protocolli sperimentali per le cure

Inquadrata la malattia occorre evitare la sopra diagnosi e capire il da farsi. Se un 40 percento è soggetto a sorveglianza attiva, i restanti pazienti devono essere valutati da un team multidisciplinare per esaminare terapie mediche, strategie e tecnologie innovative. La strada maestra oggi è la chirurgia robotica che viene eseguita in soggetti a basso rischio, in chi rifiuta la sorveglianza attiva e in chi ha una neoplasia a rischio intermedio con aspettative di vita superiori ai 10 anni, infine in chi è ad alto rischio, come primo intervento.

«Da circa 20 anni la chirurgia robotica nel 95% dei casi mostra vantaggi per il trattamento del tumore alla prostata – spiega Rocca – permette infatti una maggiore capacità di comprensione delle strutture anatomiche, risulta più delicata, con minore sanguinamento e dolore, e garantisce un recupero più rapido e funzionale. Esistono comunque degli effetti collaterali che sono rappresentati dall’incontinenza e dalla funzione erettile, ma ci sono studi, in particolare uno tedesco, che dimostra una maggiore aderenza della chirurgia robotica su continenza e attività sessuale». La chirurgia robotica è un ambito in continua evoluzione «Esiste una vera e propria rivoluzione digitale in atto – ammette il direttore Uoc di Urologia dell’ASST Santi Paolo e Carlo – con nuovi sistemi, una interfaccia digitale tra macchina e medico e un accesso da una sola porta, (un unico foro)».

Radioterapia 4.0

Se la chirurgia robotica rappresenta il miglior strumento a disposizione per eradicare il tumore, la radioterapia è il trattamento di riferimento per la cura delle neoplasie alla prostata. «Negli ultimi due decenni la maggiore attenzione verso il paziente e la sua malattia hanno permesso alla radioterapia di evolvere – racconta Barbara Noris Chiorda della SC Radioterapia Oncologica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano – l’evoluzione della risonanza magnetica permette oggi di identificare meglio le zone da trattare e di colpire il bersaglio con un fascio di radiazioni modulato che risulta più basso sugli altri organi. In questo modo con imaging integrato si valuta la condizione degli organi vicini (vescica e retto) e se non sono ottimali, si rimanda. La maggiore precisione ha anche un risvolto pratico – aggiunge- perché permette di aumentare la dose sul bersaglio in sicurezza, cosa che risulta essere fondamentale per trattare la malattia». Con la nuova tecnica di precisione sono circa una ventina le sedute di radioterapia oggi «prima eravamo nell’ordine di 38/40. Ora con dosi più alte gli studi dimostrano che i tempi sono dimezzati, ma l’efficacia è uguale e la tossicità non aumenta».

Terapia anti-ormonale

Come per le donne esistono i geni mutanti BRCA1 e BRCA2 che possono stimolare la comparsa del tumore alla mammella e all’utero, si è visto che anche l’uomo con gene mutante può sviluppare una neoplasia alla prostata. L’obiettivo è dunque ridurre con una terapia farmacologica gli ormoni maschili (testosteroni), prodotti dai testicoli che influiscono sulla crescita del cancro alla prostata.  «Si tratta di una terapia anti ormonale – conclude Valdagni – con cui si abbassa il livello di testosterone in circolo, in questo modo è possibile rallentare, e in taluni casi bloccare, la crescita delle cellule tumorali, ridurre le dimensioni del tumore e controllare i sintomi».

 

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