Salute 25 Maggio 2020 15:15

Storie di speranza, Carlo guarito dal Covid con l’ossigeno-ozono terapia a Udine: «Mi ha salvato»

«Per qualcuno è solo una concausa, invece dopo la prima infusione ho avvertito subito un miglioramento, dopo tre mi sono ripreso. Costa poco, si fa in un quarto d’ora e non ha controindicazioni: perché non viene utilizzato più spesso?»

di Federica Bosco

Carlo, 73 anni, è uno dei trentasei pazienti friulani salvati dal coronavirus con l’ossigeno-ozono terapia. La sua storia  da paziente Covid ha inizio a Bologna nei primi giorni di marzo, quando, durante un viaggio di lavoro, incontra un gruppo di grossisti provenienti dalla Lombardia. Uno scambio di informazioni, un dialogo seppur a distanza, sono stati sufficienti per il contagio e Carlo Vignuda, grossista nel settore dei materiali elettrici, entra nel lunghissimo elenco di malati Covid.

Dopo due giorni, rientrato a Udine, riceve infatti una telefonata dai colleghi lombardi che lo informano che uno di loro è risultato positivo al Covid. Nel frattempo, Carlo, che ha le difese immunitarie basse per la cura che sta seguendo contro la psoriasi, inizia ad avvertire i primi sintomi del virus. Febbre alta, tosse e spossatezza. Nonostante le indicazioni del medico di medicina generale, la situazione peggiora e l’imprenditore viene trasferito all’ospedale di Udine. Qui inizia le cure nel reparto infettivi, ma dopo due giorni il quadro clinico non promette nulla di buono e Carlo viene trasferito in terapia intensiva dove la situazione è sotto stress: tanti pazienti e pochi posti disponibili.  Quando il peggio sembra inevitabile, a restituirgli la vita una cura con l’ozono che i medici tentano quando la febbre non scende, il respiro si fa sempre più difficoltoso e il paziente per problemi di claustrofobia mal tollera il casco CPAP.

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«Le hanno provate tutte – ammette Carlo raggiunto via Skype nella sua casa di Udine dove è rientrato dopo un mese di ospedale nel reparto Covid –  finché hanno deciso di tentare con l’ossigeno-ozono terapia. Ricordo che un giorno sono venuti diversi medici a spiegarmi in cosa consisteva la terapia. Dopodiché mi hanno prelevato il sangue, l’hanno scaldato, trattato con l’ozono e poi re-iniettato nel corpo. Subito dopo il primo trattamento già ho avvertito i primi benefici».

Alla prima infusione ne è seguita una seconda a distanza di due giorni, e poi una terza, e per Carlo il destino è cambiato. La corsa contro il tempo per vincere il Covid-19 ha lasciato spazio alla speranza di poter tornare alla vita di sempre, al lavoro e agli affetti della famiglia.

«Secondo me, l’ozonoterapia mi ha salvato. Ci sarà chi solleverà dei dubbi, chi sosterrà che è un insieme di concause, però io mi sono sentito sicuramente subito meglio. Da lì ho iniziato a fare fisioterapia, ho ripreso a camminare e sono ritornato ad essere autonomo nonostante il catetere, le cannule dell’ossigeno nel naso, i prelievi e il controllo costante del valore dell’ossigeno nel sangue. Siamo partiti da 83, poi via via è salito a 87, 93 fino a 97. E dopo è andato tutto bene e mi sono sentito in albergo con un trattamento eccezionale. Quindi secondo me l’ossigeno-ozono terapia è una strada da percorrere per vincere la battaglia del Covid. Come dice il dottor De Monte, autore del protocollo terapeutico, costa poco, si fa in un quarto d’ora, non ha controindicazioni e l’effetto contro il Covid è sotto gli occhi di tutti: se su 36 pazienti 35 sono guariti ed uno solo è stato intubato significa che la percentuale di successo è molto elevata. Adesso sono una bomba, devo vivere almeno 20 anni per rispetto del lavoro che hanno fatto».

Rientrato a casa dopo un mese trascorso tra la terapia intensiva e sub intensiva, l’imprenditore è rimasto in isolamento volontario per altri 30 giorni ed oggi ha ripreso la sua attività in smart working: «In azienda vado solo per le firme – dichiara – ma sto bene, anzi benissimo, e per questo devo ringraziare i medici dell’ospedale di Udine, il dottor De Monte e tutti i suoi collaboratori che nonostante le difficoltà del momento hanno lavorato nel migliore dei modi, tanto è vero che, passato il momento più critico, ogni giorno ripetevo loro che mi sentivo in albergo per tutte le attenzioni e le cure ricevute».

 

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