Salute 16 Febbraio 2023 00:55

Rossanese (Negrar): «Nessun focolaio di Marburg fuori dall’Africa, ma bene allertare medici italiani»

Andrea Rossanese, medico esperto in Medicina del Viaggiatore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia dell’IRCCS Sacro Cuore di Negrar (Verona), spiega a Sanità Informazione perché è importante seguire e monitorare l’evoluzione del focolaio del «cugino» di Ebola

Rossanese (Negrar): «Nessun focolaio di Marburg fuori dall’Africa, ma bene allertare medici italiani»

«Ad oggi non abbiamo mai avuto un focolaio di Marburg al di fuori del Continente Africano. Ma è importante che l’Organizzazione mondiale della sanità lo abbia comunicato perché ora i medici, anche quelli degli ospedali italiani, sono stati allertati». A parlare è Andrea Rossanese, medico esperto in Medicina del Viaggiatore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia dell’IRCCS Sacro Cuore di Negrar (Verona), che spiega a Sanità Informazione l’importanza di seguire e monitorare l’evoluzione del focolaio del «cugino» di Ebola, responsabile di una grave e a volte letale febbre emorragica.

Professore, perché il virus di Marburg fa così paura?

«Il problema più importante legato al virus di Marburg è la sua parentela con Ebola. Sono entrambi filovirus, cioè virus filamentosi caratterizzati da un’elevata infettività. In sostanza è abbastanza facile esserne contagiati, sono responsabili di una malattia grave e non hanno terapia. Gli studi indicano un tasso di mortalità variabile, tra il 25 e il 90%. Come per la malattia causata da Ebola, anche quella legata al virus di Marburg può richiedere una terapia di supporto, ricoveri in terapia intensiva fino a che il virus faccia il suo corso e fino a che le difese immunitarie abbiano la meglio. Questo può essere un grosso problema per paesi come la Guinea, la Repubblica Democratica del Congo e l’Angola, in cui non ci sono tutte quelle infrastrutture mediche e le risorse necessarie per assistere i potenziali malati in caso di un’epidemia su larga scala».

C’è il rischio che il virus di Marburg raggiunga anche i paesi occidentali, come ad esempio l’Italia?

«A mia conoscenza sono stati documentati pochi casi, circa 5, in viaggiatori che sono stati nei paesi in cui il virus è endemico. Ma nei paesi come il nostro, in cui vengono messe in atto correttamente procedure di isolamento non sono mai stata registrati casi secondari. Per cui, pur non potendo escludere al 100% che questo virus causi focolai anche in paesi come il nostro, non possiamo di certo escluderlo con certezza. Ad oggi non abbiamo mai avuto un focolaio al di fuori dell’ambiente naturale di questo virus, che è la foresta tropicale africana. Tutte le epidemie hanno riguardato l’Angola, la Repubblica Democratica del Congo o si sono verificati casi isolati in Uganda, Kenya, Sud Africa/Zimbawe. Sono quindi dubbioso sulla possibilità di focolai epidemici al di fuori di quella zona».

Qual è la principale preoccupazione?

«Che accada quello che è già successo già 6-7 anni fa con Ebola al crocevia di 3 paesi, Guinea, Liberia e Sierra Leone. In quel caso il virus si è prorogato velocemente in altre città. Quindi, c’è il timore che possa succedere anche con altri virus, come appunto quello di Marburg. Se dovesse ripetersi la storia sarà difficile controllare la diffusione del virus. C’è ad esempio bisogno di mettere i soggetti infetti in camere speciali. Il virus di Marburg, così come quello di Ebola, si trasmette anche attraverso i fluidi del corpo dopo la morte del soggetto infetto. In molti villaggi africani si seguono rituali religiosi per la sepoltura e, in questi casi, lo stretto contatto con un corpo infetto, anche se deceduto, può determinare la trasmissione di virus. Non a caso con Ebola proibirono la sepoltura dei corpi: venivano infatti chiusi in sacchi di plastica e poi bruciati con ripercussioni emotive importanti in società in cui sono radicate determinate tradizioni antiche».

Da dove viene il virus Marburg?

Il suo serbatoio naturale è uno dei vari pipistrelli della frutta che vive soprattutto nelle grotte presenti nella foresta equatoriale. I primissimi casi riguardavano, infatti, minatori che sono stati esposti al virus mentre lavoravano in miniere e cave che ospitavano questi pipistrelli. Per questo motivo i contagiati erano quasi esclusivamente maschi. Curiosamente il nome del virus viene da una cittadina tedesca, Marburg appunto, dove è stato isolato per la prima volta nel 1967. Il virus era stato importato in Germania dalle scimmie dalla foresta tropicale per degli studi sui primati. Le scimmie sono risultate infette e qualcuno si è ammalato. Dalle analisi si è poi scoperto che si trattava di un nuovo virus, strettamente imparentato con Ebola».

Se le probabilità che il virus Marburg possa diffondersi nel resto del mondo, allora perché così tanta attenzione da parte dell’Oms?

«Non solo perché è importante aiutare le popolazioni più sfortunate, ma anche perché è importante che anche gli altri paesi del mondo siano preparati. Quindi è vero che sono più a rischio le popolazioni che risiedono nei paesi in cui il virus è autoctono, così come gli operatori sanitari, i missionari e i volontari, anche italiani, che sono quindi a stretto contatto con le persone infette. Ma è altrettanto vero che è fondamentale che  l’Oms informi gli altri paesi della presenza di un focolaio: se in un ospedale in Italia arrivasse una persona con febbre, mal di testa, dolori muscolari e articolari, e poi sviluppa vomito, diarrea, dolori addominali e incominciano a venire fuori manifestazioni emorragiche, è bene sappia fare le domande giuste. Anche per questo l’Oms ha richiamato l’importanza della comunicazione del rischio in questa fase. Sapendo che ci sono focolai di Marburg, anche se in paesi lontani dal nostro, il medico è allertato e può chiedere ad esempio al paziente dove ha viaggiato e magari intercettare prima un eventuale caso. In questi casi sospetti è meglio sbagliare isolando il paziente inutilmente, facendo esami specifici e coinvolgendo personale addestrato, piuttosto che agire dopo che ‘l’uovo è finito fuori dal cestello’».

 

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