Salute 23 Gennaio 2020

Roberto, il medico di Cosenza che salva gli eritrei dalle morti per insufficienza renale

In 15 anni di volontariato ha formato una equipe di medici ad Asmara con il sostegno di Consulcesi Onlus. Realizzata la prima dialisi ad Alta efficienza nella storia dell’Eritrea. Il dottor Pititto: “L’Africa mi ha dato più di quello che ci ho messo io”

Roberto è un medico, ha 63 anni, una famiglia e due figli. Vive a Paola in provincia di Cosenza e lavora al Centro di dialisi dell’ASP locale. In Eritrea, Roberto è considerato un eroe dalle autorità sanitarie, perché in 15 anni di attività volontaria, ha salvato migliaia di pazienti e ricevuto un riconoscimento dal Ministro della salute e dall’Ambasciatore italiano per aver esportato la cura salva-vita della dialisi in Eritrea, laddove prima la gente moriva per insufficienza renale. Roberto è uno dei fondatori dell’Associazione Medici Volontari (As.Me.V.) della Calabria che con il sostegno di Consulcesi Onlus ha contribuito a costruire due centri dialisi attivi, all’Orotta Hospital e al Sembel Hospital, con 8 posti reni l’uno e 30 macchine, ed è pronto un terzo centro con 4 posti, a febbraio.

Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita: la formazione ai medici.

Nel 2005 l’Associazione Medici Volontari (As.Me.V.) Calabria entra in contatto con il Ministro della salute locale, in Eritrea non esistevano centri di dialisi e la gente moriva o era costretta ad emigrare in altri Paesi. Da quel primo incontro nasce il programma di aiuto per istituire la dialisi pubblica e gratuita e trasportare i primi macchinari, che grazie agli aiuti umanitari come Consulcesi Onlus, diventano nel tempo più strutturati. Non solo macchine, il progetto portato avanti dal Dottor Pititto e da un intero team guidato dallo specialista in apparecchiature per emodialisi Francesco Zappone ha previsto un programma di formazione che ha formato decine di medici e infermieri locali. “In emergenza, i medici eritrei ora sono diventati più bravi di me – commenta il dottor Pititto – anche perché in Africa lavorano in condizioni diverse e di maggiore libertà, – e aggiunge “in Italia noi medici non dobbiamo difenderci dalle malattie, ma dagli avvocati” facendo cenno al problema della medicina difensiva che preoccupa i professionisti italiani.

Il problema in cifre. In Italia, i pazienti nefropatici sono 1 ogni 1000 abitanti e si contano più di 50 mila casi, quindi una stima dei malati in Eritrea potrebbe essere, in futuro, di circa tremila pazienti. I centri di dialisi sono riusciti a trattare centinaia di pazienti cronici dializzati e tantissimi acuti, ormai guariti, ma tanti sono ancora senza cure. Per questo il sostegno di realtà come Consulcesi Onlus sono necessarie per sostenere queste attività. “L’aver conosciuto Massimo Tortorella, Presidente di Consulcesi Onlus – è stato un punto di svolta, senza il grande aiuto suo e della sua azienda, gran parte del lavoro non sarebbe stato possibile.”

Dialisi ad Alta Efficienza (HDF). Nella missione di novembre e dicembre 2019, Francesco Zappone, oltre alla continua formazione dei tecnici dei centri Dialisi, con la manutenzione e riparazione dei reni artificiali ha installato due nuove apparecchiature di ultima generazione, che permettono di poter effettuare terapie dialitiche cosiddette ad Alta Efficienza (HDF), tanto è vero che possiamo considerare la data del 3 dicembre 2019 un’altra data storica per l’Eritrea, in quanto è stata effettuata la prima dialisi ad Alta Efficienza (HDF) su paziente. Francesco ha istruito Infermieri e Medici dei due centri sull’utilizzo di queste nuove apparecchiature, con risultati molto soddisfacenti, tanto che le due nuove macchine stanno continuando a lavorare anche dopo il suo rientro in Italia.

Emigrazione di ritorno. Grazie al suo lavoro di medico volontario ha contributo a generare un piccolo fenomeno di migrazione al contrario. Come Abasi, il ragazzo eritreo volato a Milano per poter curare la sua insufficienza renale, che è ritornato a vivere nel suo paese perché ora il centro di dialisi aperto dal dott. Pititto può sostenere le sue cure.

Un impegno di vita. Roberto almeno tre volte l’anno vola in Eritrea, spesso a sue spese, per portare avanti il progetto umanitario. L’intera famiglia è coinvolta nei viaggi. La moglie, logopedista, lo accompagna per dare una mano e in più, sostiene anche il reparto di neuropsichiatria infantile con le sue competenze. “Gli africani mi insegnano a vivere il presente senza preoccupazioni del futuro, sorridono più di noi anche se vivono in condizioni di estremo disagio – afferma Roberto Pititto – L’Africa mi ha dato più di quello che ci ho messo io, in Eritrea ci sono andato a ‘guadagnare’ in termini di rapporti umani, per la soddisfazione delle vite salvate e per la gioia di avere potuto dare conoscenza.”

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