Salute 26 settembre 2016

Migranti e povertà. Mirisola (INMP): «Sbarchi diminuiti ma aumenta richiesta assistenza sanitaria da italiani»

L’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà è il centro di riferimento a livello nazionale per l’assistenza socio-sanitaria delle popolazioni migranti e delle fragilità sociali. Il Direttore Generale Concetta Mirisola spiega ai nostri microfoni quali sono le attività principali del centro e le necessità socio-sanitarie di immigrati e nuovi poveri

Diminuiscono gli sbarchi di immigrati ma aumentano gli italiani in difficoltà. Lo rivela la dottoressa Concetta Mirisola, Direttore Generale dell’ INMP (Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà), centro di riferimento a livello nazionale per l’assistenza socio-sanitaria non solo delle popolazioni migranti, ma anche delle fragilità sociali. A fronte di dati che parlano di come «in Italia siano sbarcate, nel 2014, circa 170mila persone», con un calo del 10% l’anno successivo e un’ulteriore flessione nel 2016, dal 2008 ad oggi il numero di italiani che si sono rivolti alla struttura per ottenere assistenza sanitaria è aumentato dall’8 al 40%. Un dato allarmante che rappresenta un’autentica sfida per il Servizio sanitario italiano.

«Il nostro istituto presenta al suo interno particolari figure professionali non presenti nel servizio sanitario nazionale, parlo dei mediatori culturali, ne abbiamo 30 che parlano diverse lingue, e degli antropologi. Chiaramente accanto a loro vi è il personale sanitario costituito da medici, infettivologi, dermatologi, ginecologi, psicologi. Abbiamo dei servizi aperti 7 giorni a settimana e indirizzati al servizio dei richiedenti asilo politico, il servizio per i senza dimora e per tutte le persone che hanno una fragilità particolare. Noi assistiamo circa 20mila persone l’anno. In questi anni abbiamo assistito più di 80mila e abbiamo fatto 350mila prestazioni sanitarie. La nostra attività non si svolge però soltanto sul territorio della regione Lazio, ma anche presso l’hotspot di Milo e Lampedusa, proprio nell’ambito di attività progettuali con il Ministero dell’Interno. Cooperiamo anche a livello internazionale, a Gibuti, per la prevenzione e la lotta alle mutilazioni genitali femminili. Ma la cosa importante per l’istituto è che è un centro di riferimento della rete nazionale delle diseguaglianze: noi coordiniamo la rete con tutte le regioni, e abbiamo istituito l’osservatorio nazionale delle diseguaglianze. Per fare politica sanitaria bisogna conoscere qual è lo stato di salute delle popolazioni immigrate che sono regolarmente residenti, ma anche degli immigrati in condizione di irregolarità. Abbiamo circa 5 milioni di persone che sono regolarmente residenti in Italia e che contribuiscono con il loro lavoro. Gli irregolari, invece, si aggirano intorno ai 400mila. Nel 2014 sono arrivati in Italia con gli sbarchi 170mila persone, nel 2015 ne sono arrivati il 10% in meno, e nel 2016 si è verificata un’ulteriore flessione. Ci sono prevalentemente giovani uomini e donne, ma anche una quota di minori non accompagnati».

Quanto è importante in questa situazione avere un personale sanitario adeguatamente preparato e formato aggiornato ad affrontare questo tipo di emergenze?

«La formazione del personale sanitario è fondamentale, soprattutto per quanto riguarda quelle che sono le patologie emergenti. Per questo motivo, noi siamo anche un centro di riferimento alla formazione sanitaria per quanto riguarda le tematiche della migrazione e della povertà».

È vero che al vostro istituto non si rivolgono solo emigranti ma anche famiglie italiane in difficoltà?

«Certo, si rivolgono al nostro istituto sia italiani che stranieri e quello che abbiamo notato in questi anni è purtroppo come il numero degli italiani sia aumentato nel tempo: siamo passati da un 8% del 2009 ad un 40% circa di oggi. Le fasce di difficoltà economica sono legate soprattutto ai pensionati e alle persone che hanno perduto il lavoro. Una nuova fascia di povertà è legata alle persone che si sono separate. Quindi favorire l’accesso all’interno dell’istituto vuol dire dare la possibilità di cure grazie a progetti di medicina sociale».

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