Salute 30 Aprile 2020

Meteo e Covid-19, lo scienziato Scafetta: «Tra i 4°C e i 12°C l’epidemia diventa più aggressiva»

Il caldo non uccide il virus, ma ne rende più difficile la trasmissione. Il professore di Scienze della Terra dell’università Federico II di Napoli: «Queste temperature non contribuiscono a “tenere in vita” il Covid-19, ma ne facilitano il passaggio da una persona all’altra. Se il caldo fosse sufficiente ad annientare il virus, allora non sopravvivrebbe nemmeno nel corpo umano»

di Isabella Faggiano

Cosa hanno in comune Wuhan e le province a nord di Milano? Temperature e tasso di umidità, almeno nei periodi in cui è esplosa la pandemia. A dimostrarlo uno studio di Nicola Scafetta, professore di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse all’università Federico II di Napoli, che correla la diffusione del Covid-19 a livello mondiale e le condizioni meteo.

«La mia ricerca – dice Nicola Scafetta – è cominciata osservando una similitudine di temperature tra i principali focolai dell’epidemia da Covid-19 nei periodi in cui i contagi hanno raggiunto il loro picco massimo di diffusione. La pandemia sembra peggiorare in presenza di temperature comprese tra i 4°C e i 12°C. Da gennaio a marzo, nella Cina Centrale, in Iran, in Turchia, nel bacino mediterraneo occidentale (Italia, Spagna e Francia), fino agli Stati Uniti d’America, sono proprio queste le temperature registrate. Da qui, continuando a monitorare l’andamento delle temperature da marzo ad aprile, è stato possibile constatare che le aree più colpite si sono rapidamente spostate verso il nord Europa, in zone come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, i Paesi Bassi, fino alla Svezia. Contemporaneamente – aggiunge il professore di Scienze della Terra – è continuata la diffusione negli Stati Uniti con un forte incremento del numero di contagiati».

E se è vero che il virus si propaga meglio nelle zone dove le temperature sono comprese tra i 4 e i 12 gradi, è vero anche il contrario: «Tutte le regioni meridionali della Terra, dall’Africa al centro e sud America fino al sud dell’Asia, dove le temperature sono più elevate, sono state colpite molto meno. Così come è accaduto in Russia e in Canada, dove le temperature sono assai più rigide. La zona tropicale e l’intero emisfero meridionale, escluse ristrette zone meridionali – sottolinea il docente – potrebbero scampare ad una forte pandemia grazie al clima sufficientemente caldo durante l’intero anno».

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La stessa teoria può essere confermata anche soffermandosi sulla sola situazione italiana: «L’epidemia si è diffusa maggiormente in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, e Marche. Le regioni centro-meridionali sono state invece evidentemente meno colpite. Così, man mano che si percorre la Penisola verso  sud – sottolinea Scafetta – l’infezione sembra sia stata meno aggressiva».

E per avere un’ulteriore conferma sarà necessario aspettare ancora un mese, o forse meno: «Con il sopraggiungere del caldo, già a maggio, ma soprattutto a giugno – aggiunge il professore -, la situazione dovrebbe decisamente migliorare».

Ma attenzione, il caldo non uccide il virus, ne rende più difficile la trasmissione: «Le temperature comprese nella fascia a maggiore rischio (tra i 4°C e gli 12°C) non contribuiscono a “tenere in vita” il Covid-19, ma ne facilitano il passaggio da una persona all’altra. Se il caldo fosse sufficiente ad uccidere il virus – specifica l’esperto – allora questo non sopravvivrebbe nemmeno nel corpo umano ad una temperatura media di 37 gradi».

E allora qual è la spiegazione scientifica che può supportare questa teoria che collega il Covid alle condizioni meteo? «In presenza di una temperatura tra i 4°C e i 12°C le goccioline che noi emettiamo con il respiro, le stesse che veicolano il virus da uomo ad uomo, fluttuano nell’aria. Con il troppo caldo evaporano, mentre – commenta Scafetta – se fa troppo freddo diventano grandi e pesanti e, anziché rimanere sospese, cadono più rapidamente al suolo».

Ma il clima estivo rispetto ad uno molto rigido ha una marcia in più: «Quando fa caldo si trascorre più tempo all’aria aperta, si spalancano le finestre più spesso, il nostro corpo produce più vitamina D per una maggiore esposizione al sole e – conclude il professore – mangiando frutta e verdura di stagione, ricche di vitamine e nutrienti, il nostro sistema immunitario diventa più forte».

 

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