Salute 13 marzo 2018

La storia di Rose, l’infermiera ugandese che salvò la vita a centinaia di donne malate di Aids. Come? Costruendo una scuola

Il progetto della Ong AVSI “Uganda come a casa”, appoggiato da Consulcesi Onlus e raccontato da Andrea Nembrini, Education Advisor e responsabile della scuola primaria di Kampal, è finalizzato alla costruzione di scuole che abbiano anche una funzione sociale, diventando punti di accoglienza oltre che di formazione

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Di cosa hanno bisogno le donne ugandesi malate di Aids, che vivono in una baraccopoli e si guadagnano da vivere vendendo collane di carta? No, non di un ospedale. Né tantomeno di cure o medicinali o personale sanitario. O meglio, per loro non sono queste le priorità. Vogliono una scuola.

La storia di questo gruppo di donne dello slum di Kireka, una delle baraccopoli più grandi di Kampala, in Uganda, inizia con una infermiera, Rose Busingye, che dalla fine degli anni Novanta lavora a Kireka. Sin dall’inizio si è presa a cuore le storie e il destino delle donne malate di Aids che vivevano lì. Le ultime delle ultime, visto che nella società africana la malattia viene totalmente stigmatizzata. Ma dal momento in cui ha iniziato a curare queste donne, si è accorta che non volevano essere curate. Avevano perso ogni speranza, dicevano: «Se la vita è questo inferno e questa sofferenza, non vogliamo prolungarla».

L’infermiera Rose ha quindi capito che il primo bisogno di queste donne era avere accanto qualcuno che facesse loro compagnia: ha messo da parte l’aspetto medico e ha iniziato semplicemente a passare il tempo insieme a loro, creando un punto di aggregazione, Meeting Point International, diventato presto un contesto di cura e amicizia fuori dal comune nell’interno dello slum. Ricordava loro continuamente, quasi come un mantra, come il loro valore fosse più grande della malattia, della violenza subita ogni giorno e della povertà da fronteggiare nella baraccopoli.

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Lavorando nelle cave di pietra o vendendo collane di carta, pratica molto comune in Africa, sono riuscite a mettere da parte un po’ di soldi. L’infermiera Rose propone loro, quindi, di aprire un ospedale. La reazione delle donne è stata invece sorprendente: «A noi l’ospedale non interessa – hanno detto -. Vogliamo un posto dove i nostri figli possano essere trattati e guardati come tu hai fatto con noi. Vogliamo una scuola».

Hanno cominciato a lavorare ancora di più, vendendo 48mila collane di carta riciclata, e a costruire quella che sarebbe diventata la Luigi Giussani Pre Primary and Primary School: oggi, la scuola registra il 95% di presenze da parte dei giovani che vivono nelle baraccopoli e accoglie più di 500 ragazzi. Sei anni fa è nata anche la scuola superiore, uno dei fiori all’occhiello nel contesto delle scuole ugandesi.

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A raccontare a Sanità Informazione la storia di Rose e di questo gruppo di donne è il professor Andrea Nembrini, Education Advisor e responsabile della scuola primaria di Kampala: «Per sette anni sono stato professore in una scuola in Italia. Poi un anno e mezzo fa un mio amico che lavorava nella scuola superiore mi ha invitato a prendere parte a questa avventura. Finora ho fatto per lo più il muratore: siamo riusciti ad impostare la rete idrica e la rete elettrica; quest’anno il nostro progetto si focalizzerà sulla formazione degli insegnanti. Ma siamo veramente agli inizi e lontani da un cammino che possa veramente istruire e professionalizzare questi ragazzi».

«Ciò che differenzia questa scuola dalle altre che sono state costruite in Africa grazie al contributo di organizzazioni non governative è che questo progetto – spiega Nembrini – è nato direttamente dalla popolazione locale. Non sono stati i bianchi ad andare a fare una cosa per i neri; sono i neri che hanno deciso cosa fare e vivono un protagonismo che non c’è da altre parti. I bianchi danno solo una mano per un’impresa che è loro e che è sentita come propria».

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Poi, ovviamente, sono necessari anche finanziamenti e contributi esterni: «Noi in questi anni siamo stati aiutati tantissimo dalla ONG AVSI, che ha dato vita al progetto “Uganda come a casa”». L’obiettivo è donare una nuova speranza ai giovani, rifugiati o figli di migranti attraverso un percorso educativo nel corso del quale essi possano crescere e scoprire se stessi e le proprie potenzialità. Realizzare un luogo, o più propriamente una “casa”, intesa come un punto di aggregazione per nuove esperienze e per accrescere il proprio grado di istruzione.

«Siamo ancora alla ricerca di fondi e di chi vuole contribuire a quest’opera – sottolinea Nembrini – perché ovviamente sono ancora tantissime le cose da fare per le scuole. Ringraziamo, intanto, AVSI e tutti coloro che hanno già contribuito attivamente ai nostri progetti attuali e futuri». Tra questi, c’è anche Consulcesi Onlus, che ha deciso di sposare la causa di Rose, di AVSI e del Professor Nembrini: «Prosegue il nostro impegno per i bambini ed i ragazzi di tutto il mondo – commenta Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi Onlus -. Sosteniamo da sempre e con grande convinzione le iniziative tese a contribuire a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni più svantaggiate. In questo senso sanità ed istruzione rappresentano due aree di intervento primarie e alle quali in questi anni abbiamo dedicato il massimo dei nostri sforzi, e dei tanti sostenitori della Onlus, che credono come noi nell’importanza di sostenere chi può dare nuove speranze e diverse prospettive a chi ne ha bisogno. Come, appunto, avviene anche nello specifico di questa iniziativa in Uganda».

Chiunque volesse supportare il progetto “Uganda come a casa” può effettuare una donazione libera utilizzando i seguenti dati:

IBAN IT04D0521601614000000005000
CREDITO VALTELLINESE
Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59
c/c intestato AVSI FONDAZIONE  

 

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