Salute 26 Settembre 2022 18:15

Il Terzo Settore boccia le Case di Comunità: «Integrazione socio-sanitaria sparita»

Il coordinatore della Consulta Welfare del Forum Terzo Settore Roberto Speziale: «Decreto stravolto dopo passaggio in Conferenza Unificata». Poi la richiesta al governo: «Approvare subito legge delega sulla non autosufficienza per colmare vuoto»

di Francesco Torre
Il Terzo Settore boccia le Case di Comunità: «Integrazione socio-sanitaria sparita»

La riforma della sanità territoriale con la configurazione delle nuove Case di Comunità non trova tutti entusiasti. Particolarmente delusi gli esponenti del Forum Terzo Settore che lo hanno messo nero su bianco in un documento in cui sono contenute precise richieste alla politica. Tra i punti del documento, c’è infatti la richiesta di promuovere una reale integrazione socio-sanitaria attraverso le Case della Comunità previste nel PNRR, il Budget di Salute e filiere integrate di servizi e di soggetti anche di Terzo settore a livello territoriale.

Impegni sinora non mantenuti dalla politica, come ricorda a Sanità Informazione Roberto Speziale, coordinatore della Consulta Welfare del Forum Terzo Settore: «La delusione inizia nel momento in cui viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che definisce il sistema sanitario territoriale dove viene totalmente stravolta l’idea che era nata di portare le Case della Comunità ad essere dei luoghi di vera integrazione socio-sanitario e sociale» spiega Speziale. Tra le priorità del Terzo Settore non c’è solo l’integrazione socio-sanitaria, ma anche l’attesa legge delega sulla non autosufficienza, che il Terzo Settore auspica possa arrivare nel Consiglio dei ministri del 28 settembre. «L’obiettivo è quello di consegnare al prossimo governo una delega già ampiamente condivisa e compiuta e che poi si possa mettere rapidamente mano ai decreti attuativi» aggiunge Speziale, che poi spiega di non essere favorevole a uno specifico ministero sulla disabilità: «Con la Stefani abbiamo lavorato bene ma le politiche verso le persone con disabilità devono essere trasversali».

Dottor Speziale, la riforma della sanità territoriale non vi soddisfa, in particolare non avete apprezzato la nuova configurazione delle Case di Comunità. Perché?

«Avevamo interesse sulla nascita delle Case della Comunità che prendevano le mosse dall’esperienza delle Case della Salute dell’Emilia Romagna. Le attese del Terzo Settore italiano erano molto alte. Fino alla stesura del PNRR, a cominciare dai documenti che lo hanno preceduto, la nuova organizzazione era promettente. Sembrava ormai assodata la volontà di superare un sistema tra sanitario e socio-sanitario a silos verticali non comunicanti per organizzare un sistema di vera integrazione socio-sanitaria. La delusione inizia nel momento in cui viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che definisce il sistema sanitario territoriale dove viene totalmente annullata se non stravolta l’idea che era nata per portare le Case della Comunità ad essere dei luoghi di vera integrazione socio-sanitario e sociale, come luogo della co-programmazione e co-progettazione. Tutto questo scompare con un giallo: prima che il decreto arrivasse alla Conferenza unificata tutti questi concetti erano presenti nei documenti preparatori. Il testo che esce dalla Conferenza Unificata viene ‘sbianchettato’, viene chirurgicamente tolto tutto ciò che fa riferimento all’integrazione socio-sanitaria. Ora le Case di Comunità sono state riconfigurate, assolvono in larga parte a funzioni di tipo sanitario».

Cosa si aspetta dal nuovo ministro della Salute?

«Il documento del Forum terzo Settore contiene una serie di proposte. Al Ministro diremo di aprire un tavolo di concertazione unitario, con governo, autonomie locali e terzo settore in cui si riporta tutto alla coerenza. C’è un rischio: il PNRR non è solo un atto di mero orientamento ma prescrittivo. Un’alterazione potrebbe portare a qualche eccezione di mancato adempimento da parte dell’UE. La proposta che faremo al prossimo governo è di riprendere insieme questo lavoro. Sono vent’anni che aspettiamo l’integrazione socio-sanitaria, servono adeguate risorse e un coinvolgimento forte dei territori e delle comunità».

Siete in attesa dei decreti attuativi della delega sulla disabilità e della legge delega sulla non autosufficienza. Vi aspettate qualcosa a breve?

«Riguardo alla legge delega sulla disabilità siamo in stato più avanzato perché la delega è stata approvata nel 2021: in queste ore il comitato redigente sta completando la stesura dei documenti di riferimento su cui si baseranno i decreti attuativi. Abbiamo una buona prospettiva e alla fine di quest’anno dovremmo avere i decreti. Il nostro forte auspicio è quello di avere una legge che riorganizzi il tema delle persone anziane non autosufficienti. La nostra speranza è che anche grazie all’iniziativa del Forum nazionale del Terzo Settore la legge venga adottata dal Consiglio dei ministri del 28 settembre in modo da consegnare al prossimo governo una delega già ampiamente condivisa e compiuta e che poi si possa mettere rapidamente mano ai decreti attuativi. L’Italia deve porre rimedio a questa grave mancanza. Ci auguriamo che nel prossimo Parlamento il tema diventi centrale. Parliamo di 12 milioni di concittadini italiani».

Lei pensa che un ministero della disabilità sia utile?

«Come movimento abbiamo sempre sostenuto che le politiche verso le persone con disabilità debbano essere trasversali. Secondo noi la delega deve essere mantenuta in capo alla Presidenza del Consiglio e potenziato l’Ufficio nazionale per le Politiche per le persone con disabilità. Non siamo mai stati interessati a uno specifico ministero. Dobbiamo anche dire che con la ministra uscente Erika Stefani siamo riusciti a fare un buon lavoro, c’è stata una buona collaborazione. Ha dato ascolto alle nostre istanze e va riconosciuto che aver portato la delega sulla disabilità in Parlamento ad una approvazione rapida e all’unanimità è stato un buon lavoro».

 

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